Curon recensione

Il campanile di Curon, sommerso nel lago di Resia, nella valle allagata negli anni ’50, fa da sfondo e quasi da guardiano alle inquietanti vicende raccontate nell’omonima serie Netflix, in sette episodi e disponibile dal 10 giugno sulla piattaforma. Produzione tutta italiana, della quale il gigante dello streaming sembra andare molto fiero, la serie è stata creata e scritta da Ezio Abbate, Ivano Fachin, Giovanni Galassi e Tommaso Matano e diretta da Fabio Mollo e Lyda Patitucci.

 

La trama di Curon ruota intorno ad Anna, che dopo 17 anni, torna nel paese natio con i due figli gemelli adolescenti, Mauro e Daria. Sembra in fuga da qualcosa, ma allo stesso tempo sembra andare verso un passato misterioso, un tremendo incubo che la tiene sveglia da 17 anni, legato alla tragica morte della madre e ad una oscura eredità familiare che minaccia di portare la sciagura in tutta la valle.

Premesse accattivanti, esito incerto

CuronCuron serie tv netflix 2020Le premesse di Curon sono accattivanti, la location suggestiva, i personaggi tormentati, c’è la promessa di assistere ad una storia dai contorni spaventosi che affonda le sue radici in un luogo reale, eppure la nuova serie italiana originale Netflix si rivela una delusione. Dallo sviluppo della storia, fino alla costruzione delle atmosfere, alla direzione degli attori, quello che aleggia su Curon è uno “spirito di amatorialità”. La serie è estremamente debole in tutti i suoi elementi strutturali nonostante l’impegno produttivo e la fiducia nel progetto.

La scrittura, affidata a Ezio Abbate, si snoda su un percorso che tocca ogni possibile cliché e luogo comune, con svolte annunciate, risoluzioni previste e un finale che, per quanto propositivo verso il futuro e una nuova stagione, sembra denunciare la mancanza di una visione di insieme della storia, l’assenza di un punto di arrivo per la risoluzione di tutti i misteri messi nel piatto.

Curon ruota intorno al tema del doppio

Il tema del doppio su cui si fonda tutta la storia è un veicolo archetipico di orrore, nel senso che molti racconti di genere sono proprio basati sull’esistenza di una duplicità nell’uomo (da cui la storia del lupo bianco e del lupo nero in ognuno di noi), una dicotomia tra ciò che siamo e ciò che vorremmo essere, tra l’istinto e il controllo. Sono tutti elementi che sfruttati bene contribuiscono a creare le premesse per arrivare al punto di rottura in cui questi “due noi” si scontrano. Ebbene, in Curon si perde totalmente il senso del conflitto, della tensione tra le parti, e subentra invece un tono difficile da definire, con ritmi blandi ed atmosfere che non riescono per niente a restituire le intenzioni, che siamo sicuri essere nobili, degli autori.

Gran parte di questo fallimento nel costruire atmosfere adeguate al genere di riferimento è attribuibile all’utilizzo apparentemente insensato della musica. Il contrappunto musicale è senza dubbio uno strumento raffinato e spesso utilizzato con grande felicità sia al cinema che in tv, ma in Curon quello che dovrebbe essere un contrappunto musicale è così insistito e confuso che disorienta lo spettatore senza sortire alcun effetto se non quello di allontanare emotivamente lo spettatore stesso da quanto sta accadendo.

Curon serie tv netflix 2020Il cast, tra volti navigati e giovani di belle speranze

Per quanto riguarda gli attori coinvolti, la serie presenta una certa varietà di volti interessanti, sia tra gli interpreti più navigati che trai giovani che popolano la parte più vivace e coinvolgente della storia, ovvero quella dedicata alla nuova generazione che si confronta con la maledizione di Curon e del campanile sommerso. Tra questi, spiccano Luca Lionello, nei panni del tormentato nonno Thomas, e Luca Castellano, che invece interpreta Lukas, adolescente introverso che deve fare i conti, letteralmente, con tutta l’oscurità che è dentro di lui e che tenta di reprimere.

Proprio la componente teen di Curon offre gli spunti migliori, nonostante la serie poi non li sviluppi al meglio. Gli adolescenti sono quelli che per definizione cercano una propria identità e tutti i giorni si trovano di fronte alla decodificazione del mistero che è questa terribile eppure meravigliosa età di passaggio. Tuttavia la mancanza di autenticità nel loro dialoghi e nei loro gesti mette un muro tra i personaggi e il fruitore, una patina posticcia che ricopre tutta la serie e che, in ogni momento, le impedisce di arrivare al cuore dello spettatore.

Le buone intenzioni non bastano

La triste impressione, guardando Curon di Netflix, è che nonostante le buone intenzioni, tutto il progetto sia stato realizzato con sufficienza e approssimazione, spogliando di fascino persino le sontuose ambientazioni naturali che fanno da sfondo alla vicenda. Dopo Luna Nera, la produzione Netflix Italia tenta di nuovo di percorrere la strada del thriller fantastico con declinazioni horror, ma fallisce nell’intento di regalare brividi e intrattenimento. Curon è fiacca, scontata e non riesce a sfruttare al meglio i volti e i luoghi che ha a disposizione, per colpa di una scrittura sciatta e di una messa in scena approssimativa.

Curon: intervista ai protagonisti della serie Netflix

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