the eddy recensione

The Eddy è affascinante, eppure ostica, proprio come la musica che racconta, il suo mondo lontano dal successo facile e attaccato al sudore e al sacrificio, alla sofferenza che comporta seguire una passione, pari solo alla gioia che questa passione regala. Ma non basta a definire la nuova serie Netflix, disponibile dall’8 maggio, ideata da Jack Thorne e diretta (anche) dal premio Oscar Damien Chazelle, e questa recensione di The Eddy proverà a raccontarlo, aggirando la facile tentazione di riportare di seguito la trama.

 

Perché se da una parte è vero che la nuova serie è legata alla musica e in particolare al jazz, è anche vero che The Eddy racconta la vita dei personaggi che gravitano intorno al locale che dà il nome alla serie, in una maniera frammentaria, dolorosa, che non lascia facile spazio all’empatia ma che tira dentro lo spettatore poco a poco, quasi fosse un unico film, un unico lungo flusso di coscienza che si muove sulle note improvvisate, a volte accidentate dell’improvvisazione jazz.

Tra dramma e thriller

the eddyUna via di mezzo tra dramma familiare e thriller metropolitano, la serie mescola i toni, i generi, intreccia le vite dei protagonisti e non si fossilizza mai su un solo tema o linguaggio. Vita e morte, amore e dolore, separazione, famiglia, amicizia, violenza e malavita, ogni trama confluisce nell’altra con una fluidità tale che sembra rappresentare anche la precarietà della vita dei protagonisti stessi.

Unico elemento unificatore della storia è lo stile di regia. Damien Chazelle, con Houda Benyamina, Laïla Marrakchi, Alan Poul, che firmano la totalità degli episodi, regalano a The Eddy un ritmo quasi aggressivo verso i proprio protagonisti, guidano un occhio che si avvicina tantissimo a pedinare corpi e storie, muovendosi, traballando, in un flusso di immagini che si fa senso di precarietà.

E simbolo di precarietà è il protagonista Elliot, ex gloria del jazz, che fatica a tenere insieme la propria vita, tra locale difficile da mantenere, vita privata complicata da gestire, figlia adolescente che piomba nella sua vita impossibile da controllare, una piede nella criminalità e un lutto che pesa sul cuore.

Elliot e gli altri

Intorno a Elliot, in maniera più o meno profonda, orbitano altri personaggi, uomini e donne a cui sono dedicate le altre puntate della serie. Ogni episodio, infatti, porta il nome di uno dei protagonisti, Julie, Amira, Maja, Jude, Sim, tutte anime perse, in qualche modo, che si trovano e ritrovano attorno alla musica che, solo alla fine, scopriamo essere, per poco tempo, l’antidoto alla sofferenza, la gioia, la ricompensa. L’ultimo episodio, che si intitola appunto The Eddy, il locale di Elliot, è l’unico che porta luce e dolcezza in una vita altrimenti cupa e difficile.

Al fianco dell’ottimo André Holland, interprete di Elliot, si muove un ventaglio variegato di interpreti grandi e piccoli, comparse e comprimari che rendono il racconto ricco e che di tanto in tanto prendono il loro posto sul palco principale e raccontano la loro storia. Tra questi c’è Maja, interpretata dall’intensa e talentuosa Joanna Kulig, attrice polacca già vista in Cold War, presenza angelica e magnetica, che anche in questo caso, come nel film di Pawlikowski, fa sfoggio del suo considerevole talento vocale.

La Parigi anti-romantica di The Eddy

The Eddy tramaCome cupa e difficile è anche la Parigi in cui è ambientata la storia. La città che cinema e tv hanno innalzato a romantica e luminosa, la città delle luci appunto, è un paesaggio tetro, dentro la quale ci si muove al buio, strisciando, con i propri pensieri, i propri guai, i propri dolori. La luce è solo dentro l’anima vibrante di passione di questi musicisti e cantori, affaticati dalla vita eppure aggrappati alla gioia che quel singolo istante di musica può regalare.

Per Damien Chazelle, che è stato il più giovane nella storia di Hollywood a vincere un Oscar alla regia con La la Land, The Eddy è un’ulteriore prova di un talento duttile che tuttavia, sempre a ritmo di musica, si piega e si trasforma di fronte ad ogni storia, pur rimanendo fedele al suo stile. Dall’inquadratura al montaggio, Chazelle riesce a mostrare la sua presenza nonostante si trovi in contesti ancora una volta differenti rispetto a quelli raccontati fino a questo momento nei suoi tre film.

Resta tuttavia fedele al linguaggio cinematografico, in quanto, pur approcciandosi a una serie tv per Netflix, si dissocia dal linguaggio seriale, lascia fluire il racconto così come il suo sguardo sui protagonisti e sulla città, sull’ambiente, così come fluisce la musica jazz, con le sue regole ma sempre imprevedibile.

RASSEGNA PANORAMICA
Chiara Guida
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Laureata in Storia e Critica del Cinema alla Sapienza di Roma, è una gionalista e si occupa di critica cinematografica. Co-fondatrice di Cinefilos.it, lavora come direttore della testata da quando è stata fondata, nel 2010. Dal 2017, data di pubblicazione del suo primo libro, è autrice di saggi critici sul cinema, attività che coniuga al lavoro al giornale.