The Rain: recensione della serie Netflix danese

Pochi secondi nella vita di Simone, una brillante e dolce studentessa, e tutto viene capovolto. Non perde tempo The Rain, la nuova serie Netflix di produzione scandinava in arrivo il 4 maggio. All’apparenza una versione per adolescenti del genere post-apocalittico sopravvissuto per anni sul piccolo schermo con The Walking Dead, la serie è in realtà più cruda e più intrigante di quello che sembra.

 

La premessa ha qualcosa di improbabile, o di troppo facile, forse: arriva un tempesta di pioggia, e la gente che viene a contatto con l’acqua comincia a morire, a causa di un virus che la infetta. Ma la giovane Simone viene trascinata via da scuola a forza dal padre: devono trovare un riparo dalla pioggia, devono andarsene, o moriranno. Comincia una disperata corsa contro il tempo in automobile, fino all’arrivo in un misterioso bunker in mezzo alla foresta della quale il padre conosce la password. Bastano pochi minuti perché Simone rimanga sola con il fratello Rasmus, ma non solo. Perché passino sei anni in isolamento, in un bunker sotterraneo. Cosa ci sia là fuori non si sa, ma i due finiranno per doversi avventurare nel mondo contaminato dalla pioggia.

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Incontreranno un altro piccolo gruppo di persone, e impareranno le regole e i pericoli di questo nuovo mondo post-apocalittico: dove l’acqua e la pioggia sono contaminate e l’uomo è ridotto ad animale in cerca di cibo. Dove bisogna sopravvivere, ma anche ricominciare a vivere, in qualche modo. Ma Simone ha una missione: prendersi cura di Rasmus e trovare il padre (e una cura).

Comincia con l’aspetto di una serie horror a basso budget, con trovate stilistiche ovvie e qualche sovraesposizione di troppo. Inizialmente, si muove così veloce che sembra non sappia bene cosa sia: un horror per adolescenti, una fantasia post-apocalittica da bunker ultramoderno, un dramma personale. Comincia rivelando forse qualcosa di troppo e in modo troppo ovvio, con dialoghi pigri e stereotipati. Ma The Rain si muove in fretta, e cambia in fretta: la storia diventa un sistema complesso di trama e umanità, e una serie visivamente magnifica.

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La trovata di The Rain è quella di un male non solo sempre in agguato, ma casuale e onnipresente come quello dell’acqua: della tempesta può arrivare in qualcunque momento, che si infiltra, che trova le sue vie, che permane nel terreno, che arriva ovunque. E la serie non manca di combinare la trovata con gli elementi che il pubblico si aspetta dal genere: una misteriosa organizzazione segreta, la lotta per la sopravvivenza, la ricerca di una cura, un gruppo di giovani eroi nei quali immedesimarsi (vario ma allo stesso tempo abbastanza codificato nei caratteri dei personaggi, dove è facile trovare qualcuno per tutti).

The Rain ha anche il pregio di avere una fotografia, un’estetica e una produzione particolarmente curata, alla quale Netlifx ha dedicato un’attenzione sorprendete per una produzione non anglofona: ci sono momenti ci bellezza e ricercatezza visiva degne del grande schermo e che sono una gioia per gli occhi. E tutto è al posto giusto per l’atmosfera di avventura: i costumi, tra ultramoderno, militare, e l’hipster, rende il giovane gruppo attraente e allo stesso tempo aggressivo, alla Misfits. Si parte alla ricerca, spinti da una sensazione di necessità e di movimento continuo, ma anche di minaccia insistente (non solo l’acqua, ma anche quello che rimane dell’umanità è potenzialmente mortale), che ci porta all’esplorazione di un mondo distopico e curiosamente vario, fatto di bunker sotterranei futuristici, foreste scandinave e Burger King abbandonati.

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Non è senza incoerenze e problemi di sceneggiatura, a partire dal modo superficiale in cui vengono trattati i traumi e le reazioni dei personaggi ad eventi a dir posso destabilizzanti: Simone e Rasmus si ritrovano all’improvviso costretti a vivere da soli in un bunker per sei anni, senza che questo abbia alcuna reale influenza sul loro equilibrio mentale. E se il concept della pioggia assassina ha qualcosa di interessante, è anche pericoloso per quanto riguarda la coerenza: la pioggia è dappertutto, non solo nelle pozzanghere e nei corsi d’acqua, ma nel terreno, sui muri, sugli alberi… Perché non sono sempre necessarie le tute protettive?

Ma poco importa, perché il mistero e la paura della pioggia letale è abbastanza per tenere incollati allo schermo. Ci sono tante domande: dov’è il padre, partito per cercare una cura? Per chi lavora? È chiaro che ha a che fare qualcosa con la catastrofe, ma come? Quanto è diffusa la pestilenza? Vi affascinerà.

RASSEGNA PANORAMICA

Sommario

"Iil mistero e la paura della pioggia letale è abbastanza per tenere incollati allo schermo."
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