Die Hard - Un buon giorno per morire

Ci sono saghe che finiscono dopo una decina di anni, perché i loro protagonisti sono cresciuti troppo per essere ancora maghetti ingenui o perché gli attori vogliono slegarsi in modo più o meno definitivo dal ruolo che li ha fatti conoscere al grande pubblico. Poi ci sono i classici, che invecchiano o si rinnovano insieme al suo protagonista o che semplicemente, sono una sicurezza nella loro immutabilità.

 

Capostipite di ogni saga è inevitabilmente quella di 007, giunta quest’anno al ventitreesimo episodio, è una di quelle serie che ha saputo sfidare i tempi, creare tendenze, imporre attori come sex symbol indiscutibili, e anche rimettersi in discussione, autocitandosi, sgretolando l’identità del suo stesso protagonista come accade in Skyfall. Inamovibile nella sua struttura è invece la serie di Resident evil, che nel suo piccolo va avanti dal 2002, mentre ha appena inserito nuova linfa nella sua struttura già di per sé intrigante sebbene molto simile a quella dei film di James Bond, la saga relativa a Bourne e agli altri agenti speciali della Cia. E’ uscito questa estate infatti Bourne legacy, appunto, un’eredità del Jason Bourne/Matt Damon passata nelle sapienti mani di Jeremy Renner.

Quindi si arriva a chi invece l’azione la fa almeno dagli anni novanta, anzi, qualche cosa prima: è del 1988 infatti, il primo episodio di Die Hard, franchise che sta per uscire nelle prossime settimane nelle sale nordamericane e che apparve nelle nostre sale come Trappola di cristallo. Protagonista: Bruce Willis, fino a quel momento conosciuto per alcune serie tv, che si impone nel ruolo pistola e canotta di John McClane, poliziotto di poche parole e molti fatti in grado di salvare da solo un intero grattacielo, curarsi ferite da taglio, ma dalla parlantina alquanto limitata.

I successivi episodi in Italia riconquistano il titolo originale, il secondo infatti si intitola 58 minuti per morire: Die harder, parafrasando in qualche modo il titolo originale, per poi essere finalmente eletto come “titolo da serie” nel terzo, il più importante quanto meno per il cast: Die hard: duri a morire in cui John McClane salva New York messa a ferro e fuoco dallo psicotico terrorista Jeremy Irons. Così come accade per molte altre serie, nate in sordina per poi essere elette classico, aumentano i cameo o le presenze importanti; nel terzo episodio c’è anche Samuel L.Jackson, mentre nel quarto, Die hard: vivere o morire, fa la sua comparsa Justin Long, attore amato da molto cinema d’autore di genere, come in From hell di Sam Raimi, mentre già nel secondo appariva Franco Nero, attore italiano di genere, utilizzato soprattutto nei cosiddetti “poliziotteschi” e negli spaghetti western tanto cari anche a Quentin Tarantino.

In questo ultimo episodio John MacClane, come accade a molti eroi d’azione anni novanta e ottanta, trova il suo erede nel figlio Jai Courtney, con il quale John si unisce per una battaglia che sa molto di altri tempi: i due infatti devono impedire che alcuni malavitosi russi smercino armi nucleari.

A dirigere troviamo John Moore, specializzato nell’azione avendo nel suo portfolio altre pellicole come Behind enemy lines e Max Payne spy story ispirata all’omonimo videogioco.