Aki Kaurismäki
Elena Ringo http://www.elena-ringo.com, CC BY 4.0 , via Wikimedia Commons

Aki Kaurismäki – Chi ha detto che il grande cinema europeo è solo francese, italiano, tedesco? Il regista di cui parliamo è un esempio perfetto per confutare questa teoria. La sua terra è la Finlandia. Ed è per questo che sulla sua passione per il cinema d’autore (in special modo quello francese della Nouvelle Vague) ha innestato una sensibilità tipicamente nordica.

Il suo sguardo si sofferma sulle condizioni umane più disperate, sugli ultimi, con un velo di malinconia, ma senza rinunciare a ironia e leggerezza, seguendo in questo la lezione di Chaplin – unico, ha affermato, in grado di coniugare perfettamente tragico e comico. Ed è proprio l’ottimo uso che Kaurismäki riesce a fare della “forza sbilenca dell’ironia” – per dirla con Paolo Sorrentino – unita a un tocco di surrealismo, che gli consente di creare personaggi stravaganti e situazioni quantomeno singolari, che rendono i suoi lavori originali.

Nel 2002 conquistò Festival di Cannes con quello che, ad oggi, è forse il suo capolavoro: L’uomo senza passato, che gli valse in quella sede il Premio Speciale della Giuria. È tornato a Festival di Cannes 2011 a presentare la sua ultima fatica, Miracolo a Le Havre, che approda ora nelle sale italiane, avendo già riscosso ampi apprezzamenti dalla critica. E il 25 novembre sarà qui in Italia, al Torino Film Festival, che lo omaggerà con il suo Gran Premio.

Stiamo parlando di Aki Kaurismäki, classe ’57, regista e fondatore, assieme al fratello Mika, della casa di produzione e distribuzione cinematografica Villealpha Filmproductions. Nasce in campagna, a Orimattila, ma presto si trasferisce nella capitale finlandese, dove da ragazzo sbarca il lunario facendo i mestieri più disparati e coltiva la passione per il cinema. Il primo lavoro che fa seriamente in questo campo è il critico cinematografico. Ben presto, nei primi anni ’80, decide di iniziare a fare film, assieme al fratello Mika. A questo scopo i due fondano la succitata Villealpha (il cui nome s’ispira al film Alphaville di Jean-Luc Godard). Si danno così alla produzione di pellicole a basso budget. L’esordio è con un film-documentario: La sindrome del lago Saimaa (1981), girato con Mika, e che evidenzia un’altra passione di Aki Kaurismäki, quella per la musica. Essa è infatti al centro di questo, come di futuri suoi lavori. Due anni dopo, il nostro regista si dà a una rilettura di Delitto e castigo. Nel 1986, i fratelli Kaurismäki danno vita a un altro progetto: il Midnight Sun Film Festival. Si tratta della rassegna cinematografica più a nord del pianeta. Ha luogo infatti a Sodankyla, in Lapponia.

Aki Kaurismäki: realismo nichilista, umorismo e stravaganza

Nell’ ’87 Aki non si lascia sfuggire l’occasione di rivisitare un altro classico della letteratura con il suo Amleto si mette in affari. La tragedia del principe di Danimarca diventa l’occasione di un’analisi del capitalismo e delle sue storture. Due anni più tardi, dirige La fiammiferaia, storia di solitudine, desolazione e nichilismo, con cui ci introduce nel mondo delle classi sociali più svantaggiate, grazie al personaggio di Iris. Ad interpretare perfettamente questa giovane operaia di una fabbrica di fiammiferi, senza legami affettivi, che colleziona delusioni, e infine si vendica, è Kati Outinen. L’attrice parteciperà poi a quasi tutti i film del regista. Le tecniche e lo stile di Aki Kaurismäki sono quelli che lo renderanno celebre: essenzialità, assenza totale di retorica, prevalenza dell’elemento visivo.

Ma l’89 è anche l’anno di Leningrad Cowboys go to America, che riporta Aki Kaurismäki sul sentiero della musica. La bislacca band citata nel titolo, dall’aspetto stravagante, sarà la protagonista sia di questa grottesca pellicola on the road – che vede anche la partecipazione di Jim Jarmush nel ruolo di un venditore di auto usate – che del successivo Lenningrad Cowboys meet Moses (1994). È però a questo primo film che il gruppo finlandese deve molta della sua popolarità. Il loro rocambolesco viaggio attraverso l’America si dipana tra incontri con figure marginali in una società ostile e respingente. Nel 1993 Aki Kaurismäki sarà per i Leningrad Cowboys una sorta di “Pennebaker finnico”. Come l’autore dei celebri film-documentari su Dylan, Depeche Mode, David Bowie, il regista filmerà infatti il concerto-evento del gruppo finlandese a Helsinki, che li vedrà esibirsi assieme al Coro dell’Armata Rossa davanti a 70.000 persone (Total Balalaika Show). Un modo questo del nostro regista di omaggiare una delle sue passioni.

Sul grande schermo invece, arriva nel ’90 una delle sue commedie tristi ed esilaranti insieme, dall’intreccio a dir poco singolare: Ho affittato un killer. Protagonista è Jean-Pierre Léaud, noto volto delle pellicole di Truffaut, che qui, incapace di suicidarsi dopo aver perso il lavoro nell’Inghilterra thatcheriana, assolda un killer che lo uccida (Kenneth Connely), ma cambia idea e passa il tempo a fuggire dal proprio assassino. Non possono che seguire una serie di stravaganti avventure. Nel cast anche Joe Strummer.

Kaurismäki torna poi a confrontarsi con letteratura e musica, dirigendo nel ’92 la sua Vita da Bohème, ispirata sì dal romanzo di Henry Murger messo in musica da Puccini, ma la spoglia di ogni romanticismo, la condisce con l’umorismo e sceglie la chiave della scarna freddezza nordica per racconto e recitazione. Musiche di Mozart e valzer. Nel cast ritroviamo Léaud nel ruolo di Blancheron, mentre André Wilms interpreta Marcel e Matti Pellonpaa è Rodolfo.

Nel ’94 con Tatjana, e poi con i successivi film, Kaurismaki torna ad  esplorare l’universo proletario e le sue miserie, che ci illuminano sulle dinamiche della società occidentale. Torna nel mondo desolato e apparentemente senza speranza che più ama raccontare, con una storia ambientata negli anni ’60 e quattro protagonisti: Tatjana/Kati Outinen, una ragazza estone, Klavdia, una russa, e i due giovani finlandesi che danno loro un passaggio (Valto/Mato Valtonen e Reino/Matti Pellonpaa), mentre procedono in un viaggio senza meta. L’incomunicabilità regna sovrana e i dialoghi sono quasi assenti. Il regista sceglie il bianco e nero, al solito predilige l’essenzialità e una punta d’ironia nel descrivere queste solitudini che s’incontrano e non sanno come rapportarsi le une alle altre.

Speranza nonostante l’apparente nichilismo, la desolazione e i toni freddi è ciò che contraddistingue il successivo Nuvole in viaggio, primo lavoro di una trilogia dedicata dal regista al suo paese. Qui si affronta il tema della disoccupazione. I protagonisti (Lauri/Kari Väänänen e Ilona/Kati Outinen) sono due tranquilli lavoratori finnici, lui alle ferrovie, lei in un ristorante, che perdono il lavoro. Alla fine, nonostante tutto, troveranno in sé stessi il coraggio per affrontare questa difficile situazione e ricostruirsi una vita, pur tra mille difficoltà.

Dopo essersi cimentato anche col cinema muto con Juha (1999), portando all’estremo la sua ricerca dell’essenzialità, nel 2002 Aki Kaurismäki ci regala lo straordinario L’uomo senza passato, secondo capitolo della trilogia, che affronta il tema dei senzatetto, ma anche e soprattutto quello della dignità umana, troppo spesso tenuta in scarsissimo conto dall’attuale società occidentale. La dignità è ciò che cerca di mantenere il protagonista del film, M./Markku Peltola, che ha perso la memoria in seguito a un’aggressione. Sulla sua strada incontrerà chi vorrà approfittare della sua condizione, ma anche chi non esiterà ad aiutarlo dandogli la possibilità di ricostruirsi una vita, e saranno una famiglia di emarginati e una donna dell’Esercito della Salvezza (Irma/Kati Outinen). La prova degli attori è in perfetta armonia con la direzione di Aki, scarna ed essenziale, e dà spessore a ogni sequenza puntando sull’intensità dello sguardo, del gesto, resi ancor più significativi dai ritmi lenti e meditativi. Seppure il talento, l’originalità e la stravaganza del regista finlandese avevano già attirato l’attenzione della critica, che si era espressa più volte in suo favore, con quest’opera egli raggiunge la massima fama. La presenta infatti al Festival di Cannes, dove ottiene il Premio Speciale della Giuria, mentre Kati Outinen per la sua vivida interpretazione di Irma, porta a casa la Palma d’Oro come Miglior Attrice.

Nel 2006 esce Le luci della sera, ultimo capitolo della trilogia dedicata alla Finlandia che, dopo disoccupazione e senzatetto, affronta il tema della solitudine, caro a Aki Kaurismäki. Il protagonista, Koistinen/Janne Hyytiainen, è infatti un tipico personaggio dei film di Aki: un uomo solo, che non sa come comportarsi quando questa solitudine sembra rompersi, per l’arrivo nella sua esistenza di un’avvenente bionda, di cui s’innamora. In realtà, si tratta di un’esca, e Koistinen verrà coinvolto in una rapina. Dunque ancora esseri solitari che si scontrano con una società ostile, pronta solo ad usarli. Uno sguardo disincantato sulla realtà e per nulla consolatorio, con lo stile diretto e scarno che è la firma del regista.

Nel 2011 esce invece Miracolo a Le Havre, dove Aki Kaurismäki ritrova molti dei “suoi” attori. Andrè Wilms interpreta un anziano lustrascarpe, Marcel Marx, la cui vita cambia improvvisamente quando la moglie Arletty/Kati Outinen si ammala e quando incontra un bambino africano clandestino, che decide di aiutare. Anche in questo caso il regista finlandese non rinuncia a mostrarci una storia di solidarietà fra individui ai margini della società, suggerendo che sono proprio queste luci a poter rischiarare tempi oscuri come quelli che viviamo. La pellicola ha ottenuto buone critiche a Cannes, dov’è stata presentata, ed è nelle sale italiane dal 25 novembre.