Assassins: la spiegazione del finale del film con Sylvester Stallone

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Assassins si presenta come un thriller di azione costruito su un principio di competizione assoluta: non esiste redenzione per chi vive nell’ombra, solo una progressiva eliminazione dell’altro come unica forma di sopravvivenza. Il film mette in scena un mondo in cui il mestiere dell’assassino non è solo professione, ma identità totalizzante, incapace di convivere con qualsiasi idea di futuro.

Dentro questa struttura apparentemente lineare si innesta però un sistema più complesso, dove il vero conflitto non riguarda soltanto chi sopravvive, ma chi riesce a controllare la narrazione della propria esistenza. La caccia tra Robert Rath (Sylvester Stallone e Miguel Bain (Antonio Banderas) diventa così una forma di confronto ideologico sul significato stesso del “lavoro perfetto”, fino a trasformarsi in una riflessione sulla sostituibilità dell’identità.

Il cinema d’azione degli anni ’90 e la trasformazione del killer in figura narrativa duplice tra regia, genere e decostruzione del mito

Il film si colloca in una fase precisa del cinema d’azione americano, quella in cui il genere inizia a riflettere su se stesso senza rinunciare alla spettacolarità. La regia di Richard Donner, già autore di opere fondamentali del cinema mainstream come Arma letale, porta in Assassins una tensione costante tra intrattenimento e sottotesto morale. Non si tratta di reinventare il genere, ma di piegarlo verso una dimensione più ambigua.

La struttura narrativa ricalca il modello del confronto speculare tra due assassini, ma introduce un elemento di crisi: il killer esperto e stanco, Robert Rath, e il giovane antagonista Miguel Bain, ossessionato dall’idea di superarlo. Questo dualismo non è soltanto generazionale, ma concettuale. Rath rappresenta la fine di una logica professionale, Bain la sua estremizzazione patologica.

Il contesto produttivo degli anni ’90 è fondamentale per comprendere il film: il cinema d’azione si sta spostando da una rappresentazione eroica a una più disillusa, dove anche il “professionista” diventa figura instabile. In questo senso Assassins dialoga con altre opere coeve che smontano la figura del sicario come macchina efficiente, introducendo invece la dimensione del trauma e della saturazione morale.

Il genere, quindi, non viene semplicemente rispettato ma deformato. L’azione rimane centrale, ma è sempre accompagnata da un sottotesto di logoramento identitario. Rath non è più un eroe negativo, ma un uomo che tenta di uscire dal sistema che lo ha definito. Bain, al contrario, è il prodotto puro di quel sistema, privo di freni e totalmente immerso nella logica dell’eliminazione.

Il finale come specchio morale rovesciato: alleanze temporanee, tradimenti inevitabili e la sopravvivenza come unica verità possibile

Sylvester Stallone e Antonio Banderas in Assassins

Il finale di Assassins non si limita a chiudere la caccia tra i due protagonisti, ma ribalta completamente la struttura di alleanze costruita fino a quel momento. Rath e Bain, nemici assoluti per tutto il film, si ritrovano temporaneamente dalla stessa parte contro Nicolai, figura che riemerge dal passato di Rath come residuo irrisolto del suo percorso di formazione.

Il ritorno di Nicolai introduce una dimensione ulteriore: il passato non è mai davvero superato, ma semplicemente sospeso. Il fatto che egli abbia indossato un giubbotto antiproiettile durante il presunto omicidio precedente trasforma l’intera biografia di Rath in un errore di lettura. L’identità del killer non si costruisce su ciò che ha fatto, ma su ciò che crede di aver fatto.

La sparatoria finale diventa quindi un cortocircuito morale. Rath e Bain, due estremi dello stesso sistema, eliminano temporaneamente il loro creatore simbolico, ma non possono evitare di tornare immediatamente alla loro natura originaria. L’alleanza è solo un’interruzione tecnica della rivalità, non una sua negazione.

Il gesto conclusivo di Bain, che tenta di uccidere Rath nonostante il nemico comune sia stato eliminato, chiarisce il senso dell’intero film: il conflitto non è esterno ma interno alla logica stessa del mestiere. Non esiste un “dopo” per chi vive di eliminazione. Anche la vittoria non produce stabilità, ma solo un nuovo ciclo di violenza.

Il dettaglio della riflessione attraverso gli occhiali di Electra introduce un elemento decisivo: la visione mediata. Rath non guarda mai direttamente il nemico finale, ma lo colpisce attraverso un riflesso. È un’azione che sintetizza l’intero percorso del personaggio: la sopravvivenza passa attraverso una mediazione costante con la realtà, mai attraverso un confronto diretto.

Il significato profondo del film: identità sostituibile, amore come deviazione e la professionalizzazione della morte

Sylvester Stallone in Assassins

Al centro di Assassins non c’è semplicemente la rivalità tra due killer, ma la domanda su cosa rimanga dell’identità quando tutto è ridotto a prestazione. Rath è un assassino che vuole ritirarsi, ma non possiede alcuna identità alternativa a quella professionale. Il suo desiderio di uscire dal sistema è quindi strutturalmente impossibile.

Bain rappresenta invece la versione iperbolica di questa condizione: non desidera altro che diventare il migliore, eliminando ogni forma di mediazione emotiva o morale. In questo senso il film costruisce due poli che non possono mai incontrarsi davvero, perché appartengono allo stesso linguaggio, solo declinato in modi diversi.

La figura di Electra introduce un elemento di deviazione narrativa e tematica. Non è soltanto un obiettivo, ma una possibilità di interruzione del ciclo. Il fatto che Rath non la uccida segna una rottura nel sistema, ma non lo modifica. L’amore che emerge tra i due non è salvezza, ma sospensione temporanea della logica di morte.

Il tema centrale diventa quindi la sostituibilità dell’essere umano all’interno di una struttura professionale assoluta. I killer del film non sono individui unici, ma funzioni intercambiabili all’interno di un mercato della violenza. Il denaro, i contratti e i tradimenti sono solo modalità operative di un sistema che non prevede identità stabili.

Anche la conclusione con i veri nomi dei protagonisti, Joseph e Anna (Julianne Moore) non risolve questa instabilità. Al contrario, la rende ancora più evidente: il nome proprio non coincide più con la funzione sociale. L’identità reale esiste solo come residuo, non come struttura operativa.

Il sistema delle illusioni operative: denaro, incarichi e la violenza come economia parallela

Antonio Banderas in Assassins

Un altro livello interpretativo riguarda la costruzione economica del film. Ogni assassinio è mediato da un contratto, ogni tradimento da una transazione. Il denaro non è solo incentivo, ma linguaggio attraverso cui si esprime la violenza. In questo senso Assassins costruisce un mondo completamente mercificato, dove anche la sopravvivenza ha un prezzo variabile.

Il tradimento del contatto di Rath, che sostituisce il pagamento con una bomba, evidenzia la fragilità di questo sistema. La fiducia non esiste, se non come illusione temporanea necessaria al funzionamento dell’ingranaggio. Ogni relazione è quindi potenzialmente letale, perché non esiste alcuna garanzia di continuità.

La struttura del film suggerisce che la violenza non è un’anomalia, ma la forma naturale di regolazione del sistema. L’unico errore possibile è la fiducia. In questo senso il percorso di Rath verso Electra non rappresenta una salvezza, ma un’interruzione momentanea della logica dominante.

Il riflesso come unica verità possibile nel cinema di Assassins

Sylvester Stallone e Julianne Moore in Assassins

Assassins costruisce la propria identità narrativa su un principio di riflessività costante. Nessun personaggio è mai ciò che appare, nessuna alleanza è definitiva, nessuna morte è completamente risolutiva. Il finale, con la sopravvivenza di Rath e Electra, non chiude il sistema ma lo sospende.

La vera intuizione del film sta nella trasformazione del killer in figura instabile, incapace di uscire dal proprio ruolo senza dissolversi. Anche la fuga finale non è libertà, ma transizione verso un’altra forma di anonimato.

In questa prospettiva, il cinema di Richard Donner utilizza il genere action non per confermare le sue regole, ma per mostrarne il punto di rottura. Il risultato è un mondo dove l’identità non è mai data, ma sempre negoziata, e dove ogni sopravvivenza è solo l’inizio di una nuova sostituzione.

Gianmaria Cataldo
Gianmaria Cataldo
Laureato con lode in Storia e Critica del Cinema alla Sapienza e iscritto all’Ordine dei Giornalisti del Lazio come giornalista pubblicista. Dal 2018 collabora con Cinefilos.it, assumendo nel 2023 il ruolo di Caporedattore. È autore di saggi critici sul cinema pubblicati dalla casa editrice Bakemono Lab.
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