Commando occupa un posto centrale nella filmografia di Arnold Schwarzenegger, rappresentando uno dei titoli che hanno contribuito a definire la sua immagine di star action degli anni ’80. Dopo il successo di Terminator e prima di altre icone muscolari come Predator, il film consolida la sua presenza nel genere, offrendo un personaggio essenziale per la costruzione del suo mito cinematografico: il soldato invincibile, taciturno, capace di trasformare ogni missione in una guerra personale.
Il film si inserisce nel filone dell’action iperbolico tipico dell’epoca, caratterizzato da sparatorie esagerate, ironia mascolina e una narrazione semplice ma adrenalinica. Commando gioca apertamente con questi codici, puntando su un ritmo serrato, su antagonisti caricaturali e su un protagonista che affronta da solo un intero esercito. I temi, pur immediati, includono la paternità come motore narrativo, il trauma della guerra e la trasformazione dell’eroe in macchina di sopravvivenza, elementi che contribuirono alla sua longevità culturale.
Col passare del tempo, il film ha acquisito lo status di cult, spesso affiancato ad altri classici action dello stesso periodo come Cobra, Rambo 2 o Delta Force, condividendo con questi la stessa estetica muscolare e l’eroismo iperbolizzato, ma distinguendosi per un tono più ironico e consapevole. Proprio questa miscela di violenza spettacolare e humour lo rende tutt’oggi un punto di riferimento del genere. Nel resto dell’articolo si offrirà una spiegazione dettagliata del finale, chiarendo come chiude il percorso del protagonista e quali significati lascia in eredità.

La trama di Commando
John Matrix, (Arnold Schwarzenegger), aitante colonnello dei marines in congedo, viene avvisato dal suo ex generale, Franklin Kirby, che la sua vita è in serio pericolo. Matrix, che ha deciso di stare fuori dal giro, stanco di dover combattere, sta trascorrendo dei giorni tranquilli nella sua villa sperduta tra le montagne, in compagnia della figlia di 10 anni, Jenny. Ma una squadriglia di pericolosi criminali si è messa sulle sue tracce e approfittando di un momento di confusione cattura Jenny e Matrix. I sequestratori, capeggiati da un aspirante dittatore di nome Arius (Dan Hedaya), minacciano di uccidere la bambina se il colonnello non commetterà per loro conto un assassinio politico.
Arius infatti è intenzionato a salire al potere e vuole per questo uccidere il leader del suo paese natio, Val Verde. Ma il folle fuorilegge per raggiungere il suo obiettivo ha bisogno proprio di Matrix, il quale ha una certa familiarità con il capo politico in questione. L’uomo riuscirà a scappare e si troverà a fronteggiare la banda di malviventi senza scrupoli, utilizzando tutta la sua forza e la sua astuzia pur di sconfiggere i suoi nemici e cercare di liberare l’adorata figlia. Ad aiutare Matrix in questa complicatissima situazione ci sarà Cindy (Rae Dawn Chong), un’affascinante hostess di colore, che arriverà ad affezionarsi seriamente all’ex colonnello.
La spiegazione del finale del film
Nel terzo atto di Commando, John Matrix raggiunge l’isola dove Arius tiene prigioniera sua figlia e dà inizio all’assalto più iconico del film. Armato come un esercito solitario, irrompe nella villa del dittatore e abbatte uno dopo l’altro i suoi uomini, trasformando l’intero complesso in un campo di battaglia. L’eliminazione di Arius segna il primo grande punto di svolta: il tiranno, responsabile dell’intero rapimento, cade sotto i colpi di Matrix in uno scontro diretto che ribadisce il dominio fisico e morale dell’eroe sul suo avversario, ma non chiude ancora del tutto la missione.
Mentre l’esercito di Arius viene annientato, Jenny tenta disperatamente di fuggire, ma finisce nelle mani di Bennett, l’ex compagno di squadra diventato il nemico più personale di Matrix. Il confronto finale tra i due avviene nel sotterraneo della villa, in uno dei duelli più tesi e fisici del cinema action anni ’80. Matrix rifiuta l’uso delle armi da fuoco per uno scontro “alla pari”, facendo emergere la natura quasi rituale dello scontro. Lo scontro termina quando Matrix impala Bennett con un tubo di metallo, liberando finalmente Jenny e chiudendo definitivamente il cerchio narrativo.

La risoluzione del film si fonda sul recupero del rapporto tra padre e figlia, che diventa il vero cuore emotivo dietro l’azione esplosiva. L’eliminazione di Arius rappresenta la fine della minaccia esterna, mentre la morte di Bennett chiude la ferita del tradimento interno, l’unico elemento che aveva destabilizzato davvero Matrix. Il finale ribadisce così il tema ricorrente della lealtà: chi tradisce la “famiglia militare” perde ogni legittimità, mentre chi la protegge fino all’ultimo resta il vero eroe.
Al tempo stesso, la struttura del finale evidenzia la natura iperbolica e quasi mitica dell’action anni ’80: un uomo solo che affronta un intero esercito e prevale grazie alla propria forza, al proprio ingegno e alla volontà di proteggere chi ama. La violenza diventa spettacolo ma anche metafora del controllo che Matrix recupera sulla propria vita. Eliminando Bennett — la personificazione del caos e dell’abuso di potere — ristabilisce l’ordine morale che il film ha posto al centro del conflitto.
In definitiva, Commando si chiude con un messaggio di forza, autodeterminazione e affetto paterno, mostrando che l’invincibilità del protagonista non risiede solo nei muscoli ma nella motivazione emotiva che lo guida. Il film sancisce l’idea di un eroe che sceglie la famiglia rispetto al dovere militare, rifiutando di tornare in servizio e preferendo una vita lontana dalla guerra. Un epilogo che, pur restando nell’estetica iconica dell’action anni ’80, lascia un sorprendente tocco umano al centro del suo mito.
