Chi ama il cinema sogna Hollywood. Un normalissimo – a tratti anche decadente – distretto di Los Angeles che, per chi non c’è mai stato, viene immaginato come la terra delle star. Il luogo dove tutti i desideri diventano realtà. Chi scrive può garantirvi questo: il cinema non vive nella zona tra la Walk of Fame e il Dolby Theatre. E neppure lungo tutta Hollywood Boulevard. Oggi, quella terra dei sogni, sopravvive nella città degli angeli davvero in un solo luogo: la Paramount Pictures.
Un tempo una delle cinque Major, oggi resta uno degli studi cinematografici più antichi – ha oltre cent’anni – ed è anche l’unico ancora situato realmente a Hollywood, in Melrose Avenue, capace di conservare i fasti del cinema classico e l’immaginario che intorno ad esso si è costruito. Chi scrive, in occasione di un viaggio a Los Angeles, ha pensato che un tour alla Paramount fosse d’obbligo. E può assicurare che l’ingresso nel grande mondo della produzione cinematografica si è rivelato illuminante. Ecco cosa abbiamo scoperto.
Dentro la classic Hollywood
Gli studi della Paramount Pictures – considerando che Los Angeles è una città fatta di colline e distese immense – sembrano non finire mai. Gli ingressi sono molteplici, ma quelli su Melrose si dividono in due: quello ufficiale, con i due archi e la scritta iconica, riservato agli addetti ai lavori; e quello laterale, dedicato ai tour, quotidianamente frequentato dai visitatori. All’ingresso, a ogni partecipante viene consegnato un pass personalizzato, con il proprio nome e una citazione di Cecil B. DeMille, tra i padri fondatori dello studio. Nell’attesa della guida, in un piccolo salottino, viene ripercorsa la storia della Major – da Zuckor, Lasky e DeMille fino agli attori e ai registi che l’hanno abitata – offrendo un’infarinatura generale prima dell’ingresso vero e proprio.
La visita si apre con i premi di casa Paramount: da Forrest Gump a Il Padrino, alcune statuette degli Oscar sono esposte in una luminosa teca. Poco dopo, una riproduzione fedelissima permette di capire cosa significhi davvero tenerne uno tra le mani – e quanto pesi. Un gesto semplice, ma sufficiente per far percepire immediatamente quell’idea di trionfo e riconoscimento che il cinema americano porta con sé, e che il resto del mondo continua a guardare, come fosse stregato e devoto al tempo stesso.
Esplorando la fabbrica dei sogni
Saliti sui golf cart, si viene accompagnati verso quello che è il vero ingresso nella fabbrica dei sogni, il Bronson Gate: un arco trionfale in stile Art Déco che domina uno spazio ampio e verde. Superarlo significa entrare nel cuore di Hollywood – in particolare nella sua età d’oro – là dove la produzione prende forma, tra gli stage – i nostri teatri di posa. Prima ancora di lasciarsi andare all’immaginazione – con troupe al lavoro su film come I dieci comandamenti, Sunset Boulevard o Gli spostati — ci si accorge di un dettaglio tanto discreto quanto significativo. Tra lo stage 4, tra i più storici e legato a DeMille, e l’arco Paramount, si intravede la scritta Hollywood, che poi riappare sopra gli stage 30 e 31. Non è solo uno sfondo: è come se vegliasse sull’intero complesso. Un’immagine che restituisce immediatamente la sensazione di trovarsi nel luogo in cui il cinema non è solo rappresentato, ma continua a esistere, a rinnovarsi e a custodire la propria memoria.
Tra gli edifici più rilevanti spicca quello dei direttori, vicino allo stage 2, costruito negli anni Trenta. Qui, ogni giorno, registi e sceneggiatori si riunivano per discutere idee, metodi, soluzioni, mentre poco accanto alcuni attori – come Katharine Hepburn – arrivavano persino a istruire del personale perché si fingesse loro, così da depistare i fan che si avvicinavano agli studi. Tra i frequentatori più assidui c’era Alfred Hitchcock, che trascorse anni in questi spazi lavorando e perfezionando film come La finestra sul cortile, La donna che visse due volte e Psycho.
Gli stage
Mentre si parlava del lavoro svolto alla Paramount, l’attenzione si è concentrata soprattutto sul periodo che va dagli anni Venti agli anni Sessanta: un segnale di come lo studio oggi viva soprattutto per la sua capacità di evocare quell’epoca, tentando di trasportarne l’essenza nel presente. E l’area degli stage è senza dubbio la più densa in tal senso. I teatri di posa sono 32, ma è in alcuni di essi che il cinema ha davvero preso forma. Lo stage 2, ad esempio, ha ospitato la celebre scena del tetto di La donna che visse due volte e alcune sequenze di Gli spostati con Marilyn Monroe e Clark Gable. Lo stage 7 è legato invece a produzioni come Star Trek V: L’ultima frontiera, Star Trek Generations e alla serie Star Trek: Deep Space Nine, ma anche American Horror Story.
Eppure è lo stage 18 a lasciare l’impressione più forte. Qui sono stati ricostruiti i set di Star Trek, ma soprattutto è il luogo in cui Hitchcock girò La finestra sul cortile. L’appartamento di Jeff e le altre abitazioni — ben 31 — sono stati interamente ricreati all’interno di questo spazio. Si dice che sia uno dei set più grandi mai realizzati dalla Paramount, e trovarsi lì, sapendo che uno dei capolavori della storia del cinema si è concretizzato proprio in quel punto, produce una sensazione difficile da tradurre. Ciò che colpisce davvero è la percezione che nulla sia andato perduto: la visione di Hitchcock, il suo metodo, la sua presenza sembrano ancora sedimentati negli spazi. È come se il tempo si fosse stratificato, lasciando tracce invisibili ma tangibili – quasi si potesse ancora immaginare la sua voce sul set, o il movimento delle macchine da presa mentre costruivano ogni inquadratura.
La New York Street e il set di The Rookie
Come ogni grande studio, anche la
Paramount ha il suo backlot, e uno dei momenti più
immersivi del tour è quello che porta nella New York Street. Un set
a cielo aperto che riproduce le strade della città, colpito però da
un incendio negli anni Ottanta che distrusse gran parte delle
scenografie utilizzate in film come Il Padrino o
Colazione da Tiffany. Oggi ciò che si vede è in gran parte
una ricostruzione, ma l’effetto è sorprendente: marciapiedi,
facciate, dettagli restituiscono una sensazione di realtà quasi
totale. Solo guardando oltre – tra tubi, pilastri e strutture
portanti – si ricorda che tutto è finzione.
Tra le zone più suggestive c’è la Financial
District, utilizzata anche per alcune scene di Vanilla
Sky. Un dettaglio curioso riguarda le porte: nessuna ha i
pomelli, una scelta tecnica (e furba!) che permette di adattarle
facilmente a epoche diverse senza modificare l’intero set.
Il momento più concreto – e finale – arriva però entrando in uno stage attivo. Dopo aver lasciato borse e smartphone, si accede a un teatro di posa occupato da un’imponente struttura: il set della Mid-Wilshire Police Station della serie The Rookie. Prima di entrare, viene chiesto di non toccare nulla: anche il più piccolo oggetto fuori posto potrebbe rallentare il lavoro della produzione. All’interno, il set è organizzato in più aree: l’ingresso con reception e celle, gli uffici operativi, la zona riunioni. Gli spazi sono separati da pareti e specchi mobili, progettati per aprirsi e consentire movimenti di macchina senza riflessi. Le scale portano a un piano superiore quasi vuoto, utilizzato solo per esigenze di scena, mentre ogni scrivania ha un dettaglio diverso – anche il colore di un foglio, per permettere a ogni attore di individuare subito la sua postazione. Ma il particolare più interessante è nelle grandi vetrate, dove dietro di esse c’è un giardino costruito appositamente che diventa parte attiva della narrazione. Non è semplice scenografia: le vetrate si chiudono o si aprono per simulare notte e giorno. In tal modo è il set stesso, in un certo senso, a determinare il tempo.
Terminata la visita al set, e tutto il tour, il primo pensiero è stato questo: la differenza tra fare esperienza del cinema e viverlo sta nel modo in cui viene trasmesso. Nel modo in cui chi lo realizza riesce a far percepire anche a chi osserva – almeno per un momento – quella magia e quella tensione creativa che esistono dietro le quinte, prima ancora che il film arrivi sullo schermo. E questo, in America, sanno farlo bene.
