Il finale di L’ultima vendetta (In the Land of Saints and Sinners) porta fino alle estreme conseguenze il conflitto costruito attorno a Finbar Murphy, il sicario interpretato da Liam Neeson che vorrebbe abbandonare la violenza proprio quando l’arrivo di Doireann McCann e del suo gruppo dell’IRA rende impossibile restarne fuori. La resa dei conti conclusiva risolve lo scontro tra i personaggi, ma soprattutto completa il percorso morale di Finbar: per provare a diventare finalmente un uomo diverso, il protagonista deve utilizzare ancora una volta proprio quella violenza dalla quale sta cercando di liberarsi.
Il significato del finale sta infatti meno nella domanda su chi sopravvive allo scontro e più in ciò che Finbar decide di fare dopo. Robert Lorenz costruisce il film come un western crepuscolare ambientato nell’Irlanda dei Troubles: il vecchio pistolero può salvare la comunità, ma non può continuare a viverci come se nulla fosse accaduto. Finbar ottiene così una possibilità di redenzione, ma non l’assoluzione. Il passato rimane con lui e la conclusione suggerisce che interrompere il ciclo della violenza non significhi cancellare ciò che si è fatto, bensì scegliere di non trasmetterlo ancora.
Come finisce L’ultima vendetta: lo scontro con Doireann costringe Finbar a tornare a essere un assassino
ATTENZIONE: da questo momento seguono spoiler completi sul finale di L’ultima vendetta.
La situazione precipita quando Doireann comprende che Finbar è responsabile della morte di Curtis. Il membro dell’IRA era stato ucciso dopo che Finbar aveva scoperto gli abusi commessi dall’uomo sul piccolo Moya. Quello che per Finbar era diventato un intervento necessario per proteggere il bambino viene interpretato da Doireann attraverso un’altra logica: Curtis apparteneva al suo gruppo e la sua morte richiede una risposta.
Il conflitto conduce alla resa dei conti nel pub del villaggio. Doireann e gli altri arrivano armati mentre Finbar, Kevin e Vinnie cercano di impedire che la vendetta coinvolga persone innocenti. È il momento in cui il film abbandona definitivamente qualsiasi possibilità di conciliazione: la violenza che per buona parte della storia è rimasta nascosta dietro la tranquillità del Donegal entra fisicamente nel cuore della comunità.
Lo scontro provoca diverse morti e Kevin viene colpito mortalmente. Il giovane sicario interpretato da Jack Gleeson rappresentava, per molti versi, una versione più giovane di Finbar: qualcuno ancora immerso nel mestiere dell’assassino ma capace di immaginare un’esistenza differente. La sua morte rende quindi ancora più evidente il costo della spirale nella quale tutti i personaggi sono entrati.
Doireann riesce invece ad allontanarsi, ma è gravemente ferita. Finbar la raggiunge e tra i due avviene l’ultimo confronto. A quel punto il film compie una scelta importante: Finbar non la giustizia. Dopo aver trascorso gran parte della propria vita trasformando la morte in un mestiere, decide di non aggiungere automaticamente un’altra esecuzione alla catena.
Doireann è comunque condannata dalle ferite riportate. Il loro ultimo incontro non diventa quindi una riconciliazione, ma il momento in cui entrambi sembrano riconoscere dove li abbia condotti la violenza che hanno scelto di esercitare per ragioni completamente differenti.
Finbar risparmia Doireann perché la vera vittoria consiste nell’interrompere il ciclo della vendetta
La decisione di Finbar è fondamentale perché il film avrebbe potuto facilmente concludersi secondo le regole più tradizionali del revenge thriller: il protagonista elimina l’ultimo nemico e ristabilisce l’ordine. L’ultima vendetta sceglie invece di complicare quella soddisfazione.
Finbar ha già ucciso molte persone. Anche quando decide di eliminare Curtis lo fa per una ragione che il film presenta come moralmente comprensibile – proteggere un bambino dagli abusi – ma utilizza comunque l’unico linguaggio che conosce: uccidere chi considera responsabile. Doireann reagisce esattamente secondo lo stesso principio. Curtis è morto, quindi qualcuno deve pagare. Ogni personaggio riesce così a trovare una giustificazione per la propria violenza, ed è proprio questo meccanismo a renderla potenzialmente infinita.
Risparmiare Doireann significa interrompere quella simmetria. Finbar non può riportare in vita le persone che ha ucciso e non può trasformarsi improvvisamente in un innocente, ma può decidere che l’ultima risposta non debba necessariamente essere un’altra esecuzione.
La scelta assume un significato ancora maggiore perché la storia è ambientata durante i Troubles. Il film non pretende di equiparare la vita criminale di Finbar alla complessità politica del conflitto nordirlandese, ma utilizza entrambe le dimensioni per interrogarsi sullo stesso problema morale: cosa accade quando ogni atto violento viene giustificato da quello che lo ha preceduto?
Il titolo originale, In the Land of Saints and Sinners, diventa così quasi ironico. Nessuno dei protagonisti appartiene completamente a una delle due categorie. Finbar è un assassino che cerca redenzione; Doireann combatte per una causa politica ma accetta che degli innocenti possano diventare vittime; Kevin uccide per mestiere ma mostra una vulnerabilità che suggerisce la possibilità di un’altra vita. Il film non cancella le differenze tra loro, ma rifiuta una divisione rassicurante tra persone completamente pure e persone completamente malvagie.
La morte di Kevin mostra a Finbar quale sarebbe stato il prezzo di continuare a vivere attraverso la violenza
Tra le conseguenze più importanti della resa dei conti c’è la morte di Kevin, interpretato da Jack Gleeson. Il rapporto tra lui e Finbar permette al film di costruire una sorta di passaggio generazionale tra due uomini che appartengono allo stesso mondo ma si trovano in momenti differenti della propria vita.
Finbar vede nel ragazzo qualcosa di se stesso. Kevin possiede ancora quella leggerezza che il protagonista ha perso da tempo, ma sta percorrendo una strada che rischia di condurlo esattamente nello stesso punto: una vita trascorsa a uccidere fino al momento in cui ci si domanda se sia rimasto qualcosa al di fuori di quel mestiere.
Per questo la sua morte non funziona soltanto come costo emotivo della battaglia finale. Kevin rappresenta concretamente la generazione successiva della violenza di Finbar, e il fatto che non riesca a uscirne rende ancora più urgente la scelta conclusiva del protagonista.
Il rapporto con Robert McQue rafforza lo stesso concetto. Finbar era stato inserito in un sistema nel quale la morte era diventata un lavoro organizzato, con incarichi, denaro e sostituti. Abbandonarlo significa quindi rompere non soltanto con alcuni individui, ma con l’identità che aveva costruito per se stesso.
Anche il modo in cui Finbar trattava i propri omicidi anticipava questa necessità. Le vittime scavavano la propria tomba e sopra i corpi venivano piantati degli alberi. È un rituale che tenta quasi di trasformare la morte in qualcosa di ordinato e naturale, ma il film ne mostra progressivamente l’illusione: seppellire un corpo non significa seppellire ciò che si è fatto.
L’ultima scena di L’ultima vendetta completa la trasformazione di Finbar senza cancellare i suoi peccati
Dopo lo scontro, Finbar comprende che non può semplicemente tornare alla quotidianità precedente. Il villaggio rappresentava la vita normale che aveva cominciato a desiderare: le conversazioni con i vicini, il rapporto con Rita, la possibilità di immaginare un futuro nel quale non fosse più definito dalle persone che aveva ucciso.
Ma quella normalità era costruita anche su una menzogna. Gli abitanti conoscevano soltanto una parte di lui, mentre il bosco intorno alla comunità custodiva letteralmente i cadaveri del suo passato. Quando la violenza arriva nel villaggio, la separazione tra le due vite di Finbar diventa impossibile da mantenere.
Per questo la conclusione non può essere un semplice ritorno all’ordine. Finbar deve andare via. La redenzione promessa dal film non consiste nell’essere perdonato da tutti o nel conquistare una vita perfetta insieme a Rita, ma nell’accettare che alcune conseguenze non possano essere eliminate.
La partenza assume così la forma tipica del western: l’uomo armato salva la comunità e poi si allontana perché non può appartenere completamente al mondo che ha protetto. Robert Lorenz utilizza però quell’immagine per chiudere un percorso molto più intimo. Finbar non parte perché desidera nuove avventure; parte perché restare significherebbe continuare a vivere dentro l’identità dalla quale sta cercando di separarsi.
È qui che L’ultima vendetta trova il senso della propria conclusione. Finbar non può cambiare il passato, ma può cambiare ciò che farà dopo di esso. Non diventa un santo perché ha eliminato uomini peggiori di lui e non cancella i propri peccati salvando Moya o il villaggio. Ottiene qualcosa di più piccolo e forse più credibile: la possibilità di smettere.
Il finale lascia quindi il protagonista in una posizione coerente con il titolo originale. Finbar rimane contemporaneamente santo e peccatore, vittima delle proprie scelte e responsabile delle loro conseguenze. La sua vera ultima vendetta non è quella contro Doireann: è contro il meccanismo che per tutta la vita gli ha fatto credere che a ogni violenza dovesse necessariamente seguirne un’altra.
