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Se agli Oscar ci fosse una sezione dedicata alle icone del cinema americano, il regista e il cast di The Post, candidato al premio come miglior film, ne farebbero senz’altro parte. Da Lo squalo a Jurassick Park, passando per ET e Indiana Jones, fino al cinema politico di Lincoln e Il ponte delle spie, Steven Spielberg è riuscito a rappresentare l’America in maniera trasversale: negli anni Settanta e Ottanta con film di genere – dal thriller, al fantasy, all’avventura – che hanno saputo intercettare i gusti di un pubblico di massa, rispondendo al suo bisogno di intrattenimento ed evasione. Poi, negli anni Novanta e Duemila, con un cinema più impegnato, che ha convinto anche la critica più scettica. Così, Spielberg si è conquistato un posto tra i maestri del cinema americano.  The Post fa senz’altro parte di quest’ultimo filone della carriera del regista, che qui parla di attualità raccontando il passato e affronta un tema sempre scottante come quello della libertà di stampa e del rapporto fra giornalismo e politica. Per farlo, ha scelto una coppia di attori altrettanto iconici di Hollywood, per la prima volta insieme. Meryl Streep – l’interprete più candidata di sempre al premio Oscar e tre volte vincitrice (Kramer contro Kramer, La scelta di Sophie e The Iron Lady), punto di riferimento indiscusso del cinema statunitense al femminile – e Tom Hanks – colui che ha spesso incarnato con le sue interpretazioni il volto buono dell’America (da Forrest Gump che gli valse il suo secondo Oscar, a Salvate il soldato Ryan, a Sully), oggi alla quinta collaborazione con Spielberg.

L’idea del film nasce dalla sceneggiatura di Liz Hannah e Josh Singer, mentre Spielberg è anche produttore. La fotografia è affidata a Janusz Kaminski, il montaggio a Michael Kahn e Sarah Broshar. John Williams si è occupato della colonna sonora, come per quasi tutti i lavori del regista di Cincinnati.

Al centro della pellicola le vicende legate alla pubblicazione nel 1971 dei Pentagon Papers, documenti segreti del Pentagono che testimoniavano come per più di vent’anni le amministrazioni Usa avessero mentito sul Vietnam. Dopo una pubblicazione solo parziale del materiale da parte del New York Times, bloccata da un’ingiunzione della Corte Suprema, l’editrice del Washington Post, Katharine Graham (Meryl Streep) e il direttore del giornale Ben Bradlee (Tom Hanks) ebbero il coraggio di pubblicare i documenti e di innescare un duro braccio di ferro con l’allora Presidente Nixon, mettendo a rischio la loro carriera, il destino del Post e la propria libertà, pur di far emergere la verità.

Nella corsa agli Oscar, The Post si presenta con due candidature (ne aveva ottenute sei ai Golden Globe): concorre infatti come miglior film e Meryl Streep, alla ventunesima nomination in carriera, aspira al premio come miglior attrice protagonista.

The Post, recensione del film di Steven Spielberg

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Ancora una volta, il cinema racconta il grande giornalismo d’inchiesta, proprio come in Tutti gli uomini del presidente di Alan J. Pakula sullo scandalo Watergate, che travolse l’America e pose fine all’amministrazione Nixon, tre anni dopo i fatti narrati in The Post.  Il film di Spielberg è un inno alla libertà di stampa e al giornalismo migliore, quello che svolgere in maniera esemplare il suo ruolo di guardiano del potere, pur conscio delle conseguenze che un potere ferito può scatenare contro chi, legittimamente e in nome del bene comune, lo colpisce. Dunque, non può non essere anche un inno alla dirittura morale dei protagonisti e uno sprone alla collettività. A questo quadro, però, The Post aggiunge un altro tassello non meno importante: la questione del ruolo della donna, dell’emancipazione femminile e della parità tra i sessi, mai come oggi d’attualità. Il perno della vicenda, infatti, non sono due giovani e rampanti giornalisti d’assalto come Bob Woodward e Carl Bernstein, ma è una figura femminile, quella di Katharine Graham – la prima donna a guidare il Washington Post – fieramente determinata nella sua lotta per la verità e la giustizia, ma anche in quella, non meno impegnativa, per farsi accettare nel suo ruolo apicale in un mondo interamente maschile. È attorno alla figura di questa donna e al suo coraggio che il film è costruito. L’interpretazione di Meryl Streep ha riscosso grande successo da parte della critica e mai come ora, la pellicola entra in risonanza con l’attualità americana. The Post – arrivato in sala in Usa il 22 dicembre 2017, dove ha incassato ad oggi 67,2 milioni di dollari – compie infatti la sua corsa agli Oscar nella Hollywood dello scandalo Weinstein, da cui è iniziata e si è diffusa poi anche oltre i confini del mondo dello spettacolo e quelli nazionali, una vera e propria riscossa delle donne, che sono tornate ad affermare i propri diritti e rivendicare la parità rispetto ai colleghi uomini. È l’America dove la rivista Time ha eletto il movimento Me Too persona dell’anno, schierandosi al fianco di quante denunciano le molestie. Ma è anche l’America di Donald Trump e del cosiddetto Russiagate, quella di un presidente non certo in buoni rapporti con la stampa, che in questo primo anno alla Casa Bianca non gli ha fatto sconti.

Il 4 marzo agli Oscar, The Post  dovrà affrontare avversari temibili. Nella categoria miglior film, innanzitutto, La forma dell’acqua – The Shape of Water, che ha fatto incetta di nomination posizionandosi a quota tredici ed è un papabile vincitore, ma anche Dankurk e Tre manifesti a Ebbing, Missouri. Nella categoria miglior attrice protagonista, Meryl Streep  dovrà vedersela proprio con l’interprete principale del film di McDonagh: la favorita, Frances McDormand.

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