Il cast di Diaz, riunito allo Spazio Fandango Incontro di Roma, presentare l’attesa pellicola sui fatti di Genova 2001. Intervengono, oltre al “padrone di casa” e produttore Domenico Procacci, il regista Daniele Vicari, la sceneggiatrice Laura Paolucci, e gli attori: Claudio Santamaria, Jennifer Ulrich, Davide Iacopini, Renato Scarpa, Paolo Calabresi, Alessandro Roja, Ignazio Oliva. Assente Elio Germano.

Vorrei un vostro commento sulla circolare del Ministero degli Interni in cui si dà ordine a tutti i rappresentanti delle forze di polizia di non parlare dei film che stanno uscendo, arrivata due giorni prima dell’uscita di Diaz

Domenico Procacci: “E’ un comunicato del 15 marzo, se ben ricordo, che parla in generale  di film che in questo momento riguardano l’operato della polizia. Richiama una norma sempre in vigore: ossia che prima di fare dichiarazioni o partecipare a dibattiti, convegni e conferenze occorre essere autorizzati  dal Ministero degli Interni” Forse, dice, la circolare nasce “dal tentativo, magari da parte di alcuni giornalisti,  di avere dei commenti al film da poliziotti che erano nella Diaz, cosa che non è successa. Invece alcuni rappresentanti dei sindacati di polizia, che il comunicato tiene fuori da questa decisione, potendo esprimersi, l’hanno fatto.(…) È logico che la polizia tenti di coordinarsi, che non lasci spazio a prese di posizione singole, autonome. Lo si può capire. È il non avere desiderio di esprimersi affatto, non sul film, ma sui fatti su cui il film richiama l’attenzione che un po’ mi dispiace, perché è ciò che è successo in questi 11 anni e spero che invece ora qualcosa cambi. (…) C’è un’ambiguità che mi piacerebbe finisse dopo tanto tempo, ma questo comunicato non sembra andare in quella direzione. 

Daniele Vicari: “Mi auguro che gli uomini e le donne in divisa (…) vadano a vedere il film, perché sono convinto che la maggior parte di loro non condivida un certo modo di concepire l’ordine pubblico e la funzione sociale della polizia. Credo che il film possa essere un’occasione (…) per riflettere sul ruolo (…) che certi corpi hanno in una democrazia matura”. Il tema del film e dell’intera vicenda, dice, è proprio cosa sia la democrazia.

Non ci sono parole, situazioni o battute nel film che non siano documentate, che non vengano dai verbali dei processi. Come l’avete scritto?

D.V.: “Dopo la sentenza di primo grado, del novembre 2008, (…) abbiamo cercato di capire qualcosa in più di quella vicenda.” E ricorda di essere stato molto colpito dal grido “vergogna”, pronunciato dalle persone presenti alla sentenza, che fece il giro dei media, e di essersene domandate le ragioni. Studiare gli atti, dice, è stata un’esperienza umana, prima che lavorativa”. Leggerli significa “ricostruire un tessuto narrativo” perché “molti che erano nella Diaz poi sono finiti a Bolzaneto; chiarisce meglio i destini di queste persone, ciò che hanno passato (….). Ci fa entrare in un universo che da 150 anni avremmo dovuto superare. Perché quando una persona viene arrestata è presa in custodia dallo Stato e deve essere rispettata nella sua integrità fisica e morale, mentre in questi luoghi centinaia di poliziotti hanno, in maniera coordinata e continuata, tolto ogni forma di diritto e dignità a centinaia di persone”. Perciò, dice, la frase di Amnesty International che parla della “più grave sospensione dei diritti democratici in un paese occidentale dopo la seconda Guerra Mondiale”, non è esagerata, perché: “una cosa del genere compiuta su cittadini contro i quali non c’è nemmeno un’accusa precisa, non ha veramente precedenti”. Sul lavoro di sceneggiatura spiega: “Abbiamo tirato fuori dagli atti traiettorie umane, soprattutto quelle intrecciate agli episodi più rilevanti documentati dai processi  Diaz e Bolzaneto”.Attorno a quegli episodi rilevanti sono precipitate tutta una serie di storie di ragazzi che erano lì, nella Diaz, e nel processo hanno raccontato dal loro punto di vista questa vicenda”. Inoltre, “Abbiamo incontrato persone, sia vittime che poliziotti, per guardarle negli occhi, cercare  di capire il loro vissuto, come hanno elaborato la vicenda. Ciò ci ha permesso di conoscere altre storie di persone (…) non entrate nella scuola e sfuggite all’arresto casualmente. (…) Così è nata una narrazione complessa, corale”.

Laura Paolucci: “Abbiamo cercato di scegliere tra le varie storie quelle più emblematiche (…). Volevamo creare una specie di “bouquet” di sapori e storie diverse” E osserva: “È clamoroso (…) come la finzione faccia diventare ancor più vere le cose. (…) Riorganizzando questi avvenimenti già noti in un racconto, abbiamo dovuto fare delle scelte (…), cercando di mantenere un pathos nella narrazione . Questo ha fatto sì che  quei fatti siano diventati un po’ più forti, e a volte incredibili. Spesso ci chiedono se quello che si vede nel film sia vero, ma è così”.

Riguardo alle scelte narrative e agli inevitabili tagli Vicari parla di quantità di materiale documentale e quantità di soggetti coinvolti “assimilabili ai grandi processi di mafia”. Perciò, si è dovuto rinunciare a molte cose. “Altre cose”, invece, (si riferisce ai particolari più cruenti) “non ci siamo sentiti di metterle in scena”. In ogni caso, “il livello di tradimento delle storie raccontate è legato esclusivamente a delle elementari necessità drammaturgiche”, è stato minimo e non ha riguardato l’irruzione alla Diaz e gli episodi all’interno della caserma di Bolzaneto: “In tutto ciò che è stato messo in scena riguardo l’irruzione (dall’arrivo della polizia davanti alla scuola Diaz in poi), e all’interno di Bolzaneto, non c’è una sola invenzione”. Poi parla della scelta di togliere i nomi dei reali protagonisti della vicenda: “Alcune delle parti offese ce lo hanno chiesto, così noi abbiamo deciso di togliere  i nomi di tutti, anche dei poliziotti. E ci siamo sentiti liberi, ad esempio, di unificare una serie di piccoli episodi e caricarli sulle spalle di un solo personaggio (…), fare piccoli spostamenti di peso dei personaggi (…). Ma gli episodi sono assolutamente veri. (…)” E rivendica quest’aderenza ai fatti, scelta che attribuisce alla “nostra pervicace coerenza. “Non c’è nessun altro tipo di invenzione, se non un lavoro combinatorio, basato sul mettere in relazione gli eventi documentati.

Il film lascia un senso d’insoddisfazione. Non dà risposta al perché sia successo tutto ciò. Eravate coscienti di questo buco all’interno del film? Voi che risposta vi siete dati?

D. V.: “La cosa più importante nel raccontare un fatto realmente accaduto è rispettarlo in maniera assoluta. Così facendo, però, è più difficile tirar fuori i significati che il film fa propri e propone al pubblico. Costruire delle teorie non compete, secondo me, al cinema. Sono sempre stato contrario, ad esempio, alla definizione (…) di “cinema civile”. Il cinema è il cinema”. L’obiettivo del lavoro, chiarisce, trattandosi di fatti realmente accaduti, non era quello di dare risposte, ma “quello di raccontare il senso degli avvenimenti. Per me il senso degli avvenimenti che racconta Diaz è nel modo in cui sono stati sospesi i diritti delle persone, nel modo in cui le persone sono state devastate nel fisico e nello spirito. È lì che è il senso profondo del film. Quando nel cinema si ricostruiscono delle teorie, i film invecchiano in tre minuti (…). Io ho tentato di sottrarmi a questo meccanismo” Obiettivo principale del film, prosegue, è “quello di farti fare una domanda radicale e anche violenta. Perché essa non riguarda solo il vertice della polizia, il vertice istituzionale di un paese,  il vertice politico europeo,  il G8. Questa domanda riguarda la coscienza di ognuno di noi. Cos’è la nostra democrazia. Che senso ha vivere in un paese democratico. Se avessimo azzardato una teoria politica, questa domanda sarebbe passata in secondo piano e per me (…) sarebbe stata una sconfitta terrificante”.

Come mai non c’è stato ancora un confronto con le forze di polizia sul film?

Vicari rivendica la ricerca di un’interlocuzione con le forze dell’ordine, specie ad opera del produttore, Procacci, che ha consegnato personalmente la sceneggiatura all’ufficio stampa della polizia. Ricerca che non ha sortito effetti, e ribadisce il rispetto di questa scelta. Tuttavia, commenta: “Non possiamo non notare che continua questo atteggiamento di assoluto silenzio da parte non solo della polizia, ma di tutte le istituzioni”. E giudica questo ancora più grave, considerando che la polizia è un corpo dello Stato. Queste istituzioni che sono al di sopra della polizia, dice, “soprattutto dopo le sentenze che ci sono state, hanno il dovere di dire qualcosa. Lasciare centinaia di cittadini coinvolti in questi fatti senza alcun tipo di interlocuzione (…) perpetua l’inciviltà dei comportamenti verificatisi nella scuola Diaz e a Bolzaneto. In questo senso questa questione riguarda la forma che ha preso la nostra democrazia”. Inoltre, dice, non si tratta solo di chiedere scusa alle vittime, ma “anche ai cittadini italiani, perché la prima vittima di quei fatti è stata la legge, la civiltà, la democrazia, oltre ai corpi delle persone, alle loro coscienze, alla loro libertà. Se dopo 10 anni nessuno si assume questa responsabilità, nessun uomo delle istituzioni o politico potrà lamentarsi se i cittadini diranno di non credere nelle istituzioni e nella democrazia”.

D. P.: “Non è giusto chiedere a un singolo poliziotto una sua opinione personale, (anche se privatamente tutti quelli che ho incontrato hanno espresso qualche critica su quei fatti) mentre mi piacerebbe che il Ministro degli Interni vedesse il film, (…) perché è a quel livello che qualcuno dovrebbe spendere una parola. (…) L’attenzione che un film può riportare su certi fatti può servire, ma quello che manca ancora è un’assunzione di responsabilità, che anche dopo 11 anni è bene che arrivi”, anche se, precisa, “è bene che arrivi  prima della Cassazione. (…) E’ troppo comodo (…) aspettare le eventuali condanne definitive per poi dire che si è sbagliato. Penso che gli elementi ci siano tutti. (…) Che il comportamento all’interno della scuola e di Bolzaneto sia stato un comportamento non adatto alle forze dell’ordine, ma più vicino a chi infrange la legge, quindi un comportamento criminale, è già un fatto”.

Come sono state gestite e scelte le immagini di repertorio inserite nel film?

D. V.: “Nel film ci sono 3 minuti di  repertorio. Ma tutto il materiale di repertorio è stato la base (…) per ricostruire l’atmosfera e gli ambienti (…) che hanno dato la forma attuale al film. Genova è stato un evento mediatico eccezionale. Centinaia di persone hanno ripreso ogni cosa, persino nella Diaz è stata fatta una ripresa, che poi è stata sequestrata e non si è più trovata. Quindi non ci sono immagini che documentino quello che è accaduto nella scuola Diaz. Il repertorio (…) ci è servito innanzitutto per precipitare noi stessi nel mondo che volevamo raccontare”, dunque c’è l’influenza forte del lavoro fatto dai filmaker a Genova. Dice di aver scelto di raccontare “solo i fatti assolutamente certi”. E sul modo in cui i tre minuti di repertorio sono stati inseriti nel film: “Lo spettatore non si accorge subito del passaggio dalla messa in scena al repertorio. Lentamente prende coscienza del fatto che è passato in un’altra dimensione. Questa presa di coscienza è anche un metodo di lettura che  suggerisco a chi guarda.”     

Quanto dura la sequenza dei pestaggi alla Diaz?

D. V.: “Il blitz reale è durato nove minuti (…). Leggendo gli atti del processo, li si ripercorre e scandaglia così tanto che diventano nove milioni di minuti. (…) La percezione  del tempo (…) è dilatata (…) Chi era lì dentro ha vissuto quei nove minuti come fossero nove secoli. Su questa sensazione ho fatto un lavoro drammaturgico: tornare sulle stesse azioni da più punti di vista dona senso agli accadimenti. (…) Le sequenze nella Diaz durano circa 13-14 minuti”. E sul senso generale di quei fatti: “Sono molto di più che la repressione di un movimento. Nel conflitto sociale lo scontro tra forze opposte (ribellione e repressione) ci può  stare, ma quello che non ci può stare, se siamo in un paese democratico, è che tu mi riduca in modo tale da farmi perdere la dignità”.

Agli attori, con quali sentimenti avete affrontato i vostri ruoli e, specie a quelli genovesi, come avete vissuto quest’esperienza?

Claudio Santamaria: “Da attore, giustifico ogni cosa del mio personaggio. In questo senso il mio compito, sebbene sia stato un film difficile e duro sia fisicamente che emotivamente, (…) era quello più facile”. Quello cioè di interpretare il cosiddetto “poliziotto buono”, ma, ci tiene a precisare “io non lo considero né un eroe, né un buono, ma un poliziotto che fa il proprio mestiere e cerca di applicare la regola”. Parla di “esperienza emotivamente molto forte”, in cui non è stato facile mettere in scena quei fatti realmente accaduti, “credo che ciò che ci ha sostenuti sia stato lo spirito comune sul set, (…) il senso di stare raccontando una storia importante e necessaria”.

Alessandro Roja: “Il mio personaggio forse più di altri riassume il caos, (…) vede l’impunità attraverso ogni gesto e secondo all’interno della scuola. Io personalmente sono orgoglioso di aver fatto il film” anche se, aggiunge, “avrei preferito raccontare una pagina più onorevole del mio paese”.

Davide Iacopini: “Sono nato a Genova e ci ho vissuto, ma non ero lì durante il G8 del 2001, forse ero troppo giovane per interessarmene. (…) A Genova il dolore è ancora palpabile. (…) Dimostrazione ne è stata l’anteprima di qualche giorno fa. Mentre a Berlino e Bari ci sono stati applausi, a Genova si è creato una sorta di gelo. Molti si sono alzati (…) per ringraziarci e stringerci la mano. (…). La massima aspirazione di un attore credo sia farsi veicolo di qualcosa di utile e spero che questo progetto lo sia”.

Ignazio Oliva: “Anch’io sono genovese e c’ero. (…) Quelli del G8 sono stati i giorni più brutti della mia vita: ero fuori alla Diaz quando ho visto uscire 93 persone massacrate. Perciò (…) non sono per niente obiettivo, (…) perché l’ho vissuta sulla mia pelle. Non ho subìto violenze fisiche, ma senza dubbio morali e psicologiche. Mi è bastato vedere il pian terreno della Diaz dopo che tutti sono usciti” Si dice onorato di aver partecipato al film e concorda con l’osservazione di Iacopini: “A Genova la ferita è apertissima. Non è un caso che la reazione del pubblico lì sia stata contenuta (…). Giustizia non è stata fatta, e finché non si farà, la ferita sarà sempre aperta”.

Paolo Calabresi: “Questo film è stato un regalo che credo non passerà facilmente. (…) E’ una fortuna poter interpretare personaggi distanti da me, perché ho più freddezza, obiettività. Non lo trovo un film violento. La violenza è quella che si “regala” gratuitamente. Invece qui c’è una perfetta aderenza tra la realtà e ciò che viene raccontato. È violento ciò che è successo realmente, perché lì la violenza è stata “regalata” a qualcuno che non la meritava”.

 

Renato Scarpa: “Il senso della nostra professione lo troviamo quando partecipiamo a questo tipo di eventi. (…) Quando ho letto la sceneggiatura non credevo che quelle cose fossero vere. (…) Ma Daniele mi ha garantito che erano tutti atti del processo. Sono contento di aver incontrato chi ha preso posizione rispetto a un argomento così grave in una maniera così altamente civile. (…) Il film è fatto con una onestà rara nel nostro paese.

Jennifer Ulrich: “Sapevo poco del G8, allora avevo 16 anni. Sono rimasta shoccata dallo script, pensavo fosse finzione. (…) Avevo tante cose su cui concentrarmi perché era il mio primo film. Ho fatto tante domande a Daniele, anche su quale fosse la motivazione dei personaggi e degli eventi. Abbiamo guardato Black Block ( documentario sui fatti di Genova prodotto da Fandango) e ci ha commosso vedere i personaggi che interpretavamo. È stato difficile perché non sono mai stata in una situazione così estrema, ma Daniele è sempre stato lì ed è riuscito a trasmettermi ciò che voleva facessi, senza tante parole”.

In chiusura interviene un poliziotto sindacalista, che dice di aver preso le distanze da quanto accaduto a Genova fin dal primo momento, ma ammette: “forse siamo stati troppo pochi a farlo”, e ringrazia Vicari e il cast per il film che, dice, “aiuta tutti noi”. E si augura che la pellicola diventi “un’occasione per noi, ma anche per voi  organi d’informazione, per parlare di Genova guardando avanti, a quale modello di ordine pubblico vuole avere questo paese, (…) un’ occasione per unire passato e futuro”.

 Il film sarà in sala dal prossimo 13 aprile, ma sarà anche proiettato al Parlamento europeo il prossimo 15 maggio, alla presenza del regista, su richiesta dei parlamentari socialisti e democratici. Lo si apprende da un comunicato stampa a firma di Sergio Cofferati, che sottolinea il valore simbolico di questa proiezione europea, “dal momento che rappresenta la volontà di non dimenticare gli episodi di inaccettabile violenza e violazione dei diritti umani avvenuti nel 2001 a Genova e continuare a lottare per ottenere verità e giustizia. A questi sforzi un film come quello di Vicari dà un contributo importante, che va sostenuto e valorizzato.