
Ed è stata proprio la realizzazione di Wang a destare il maggior numero di curiosità. “Le caratteristiche fisiche di Wang – continua Silvestri – erano già presenti in sceneggiatura. Da lì si capisce già che ha delle sembianze simili a quello di un polpo, con tentacoli e cose simili. Per quanto riguarda il suo carattere, ci siamo attenuti alla sceneggiatura, era molto preciso a riguardo”. L’incontro dei Manetti Bros con la Palantir è più che altro una vera e propria amicizia che nasce sui banchi di scuola (tra i Manetti e Vito Picchinenna) e prosegue poi con la condivisione dell’ufficio, “da questa convivenza – spiega Marco Manetti – è nata poi l’idea del film”.
– Il film è ambientato a Roma, che in genere non è una città che viene ‘invasa’ a favore delle capitali americane. Volevate rappresentare Roma? M.M.: “Volevamo raccontare una realtà che conosciamo, per cui Roma era l’unica possibilità. E poi un alieno può atterrare dove gli pare, per cui perché non Roma?”

– Il finale ricorda vagamente quello de L’ultimo terrestre. Ci avete pensato? M.M.: “Quello era implicito nell’idea di partenza, non abbiamo visto L’ultimo terrestre, per cui non sappiamo dirlo. E’ comunque un finale contro il buonismo, e tutto il film gioca sugli stereotipi dal poliziotto cattivo, alla ragazza colta e politically correct, all’alieno che ‘viene in pace’. Ma la realtà è che ognuno può essere il buono o il cattivo, a seconda dei pensieri e delle azioni che gli appartengono”. Il film è stato girato a Roma, in alcuni locali di una scuola di polizia abbandonata, stesso set usato tra gli altri anche per il recente ACAB.
[1] Il Palantir è, nella mitologia de Il Signore degli Anelli di J.R.R.Tolkien, una pietra veggente della quale esistevano sette esemplari sparsi ai sette angoli del regno dell’Ovest attraverso i quali il Re poteva osservare ogni angolo dei suo Regno. Nel libro ne sopravvive solo uno che viene prima posseduto da Saruman e poi soggiogato da Aragorn.
