Apollo 10½: A Space Age Childhood, la recensione del film di Richard Linklater

Linklater arriva dal 1 aprile su Netflix con un nuovo film girato in rotoscope e dedicato alla sua infanzia nella Houston degli anni Sessanta, facendo di essa un racconto universale e senza tempo.

Apollo 10 ½ Richard Linklater

Con le sue opere migliori, il regista texano Richard Linklater è andato alla ricerca del valore del tempo, esplorandolo attraverso le parti “noiose” della vita ma nelle quali ha dimostrato nascondersi momenti tanto significativi quanto capaci di definire l’esistenza. Dopo aver realizzato il poco riuscito Che fine ha fatto Bernadette?, Linklater è dunque tornato su tale tema con Apollo 10½: A Space Age Childhood. Si tratta del suo terzo film animato dopo Waking Life e A Scanner Darkly, nonché di uno dei suoi progetti più personali tra quelli realizzati sino ad oggi.

Ideato già nel 2004, mentre era impegnato nella lavorazione di Boyhood, il film combina elementi autobiografici con una storia di fantasia, lasciando emergere tutto l’amore per un’epoca, le sue meraviglie ma anche i suoi aspetti più cupi. Apollo 10½ si svolge infatti in un momento decisivo per gli Stati Uniti e per il mondo, ovvero il finire degli anni Sessanta. In un sobborgo della fervida Houston di quel tempo vive il giovane Stanley (interpretato da Milo Coy), un bambino che si vedrà scelto per essere il primo “uomo” a mettere piede sulla luna.

La NASA ha infatti erroneamente costruito un modulo lunare a misura di bambino e Stanley è il designato a compiere tale delicata missione, naturalmente con la massima riservatezza. A narrare tale avventura vi è la voce dell’adulto Stanley (che in lingua originale ha l’inconfondibile verve di Jack Black), il quale offre però allo stesso tempo una nostalgica panoramica sulla vita di quel tempo e in particolare su cosa significasse essere giovani in quegli anni tanto densi di eventi e novità, con la certezza che quanto avveniva avrebbe cambiato per sempre ogni cosa.

Un’infanzia nell’era spaziale

Il sottotitolo del film, A Space Age Childhood, non può che richiamare quello che è il capolavoro di Linklater, ovvero il già citato Boyhood. Girato nell’arco di dodici anni, quel film presentava con estrema precisione il percorso di crescita di un bambino tipo, dalle classiche tappe valide per tutti sino alle specificità date dal contesto politico, sociale e culturale. Con questo suo nuovo lungometraggio, Linklater si concentra su un tempo più ristretto ma estremamente specifico, attingendo a piene mani da quella che è stata la sua vera infanzia nei pressi di Houston.

Egli ha infatti definito Apollo 10½ come un film “imbarazzantemente autobiografico”, per il quale sono stati ricercati oggetti e ricostruiti ambienti provenienti direttamente dalla sua infanzia (ogni inquadratura è infatti tanto ricca di dettagli quanto meritevole di molteplici sguardi). Quella che viene indicata come la trama principale, ovvero il reclutamento del giovane protagonista per una missione spaziale, è in realtà una parte molto ridotta del film, quasi un pretesto per parlare d’altro. Ed è proprio su questo “altro” che Linklater si concentra e di cui fa il cuore pulsante del suo racconto, di cui è il solo sceneggiatore.

Apollo 10 ½ Netflix

Attraverso i ricordi di Stanley, che sono anche i suoi, Linklater ci conduce in un quartiere residenziale di recente istituzione, un luogo senza passato che guarda unicamente al futuro. Qui il protagonista, insieme ai suoi cinque fratelli, fa esperienza di diversi passatempi, di giri in bicicletta, di quei momenti di nullafacenza che sono nel cinema di Linklater il tempo in cui i personaggi meglio si esprimono. E ancora, un lungo elenco di film, programmi televisivi, album musicali, gusti di gelato e giochi da fare tra ragazzi o in famiglia permette di comprendere cosa significava essere un bambino in quell’”era spaziale”.

Ritorno al rotoscope, tra realtà, sogno e ricordo

Per catturare tutto ciò, Linklater aveva originariamente intenzione di girare Apollo 10½ in live action, salvo poi rendersi ben presto conto di come avvalersi qui di una tecnica a lui cara come quella del rotoscope avrebbe conferito ulteriore valore al tutto. Tale particolare animazione si presta perfettamente per dar vita a racconti che si collocano al confine tra realtà e sogno, tra presente e passato. Risulta infatti difficile immaginare questo film realizzato con una tecnica diversa, proprio per il suo essere un fiume di ricordi che si animano senza una vera e propria trama.

Grazie al rotoscope Linklater riesce non solo a dare forma a tutto ciò, ma anche a generare una perfetta sintonia tra forma e contenuto, spaziando nelle memoria e nel sogno, esulando dal realistico ma rimanendogli ugualmente vicino. Ciò che ancor più sorprende e coinvolge, però, è come guardando il film si possa riconoscere anche nei propri ricordi quel tratto sfumato e frastagliato tipico delle immagini in rotoscope. I risultati qui raggiunti conferiscono dunque davvero al film un valore raro, andando oltre l’aspetto estetico per divenire parte attiva nel veicolare il senso del racconto.

Apollo 10½ recensione

Apollo 10½: la recensione del film

Il cinema di Linklater è talvolta estremo e titoli come Slacker e Waking Life ne sono un esempio perfetto. Apollo 10½ non aspira però raggiungere quel livello di astrazione narrativa, proponendosi dunque come un’opera più facilmente fruibile, sulla scia di Boyhood e di Tutti vogliono qualcosa. Proprio come questi ultimi due, è un film evidentemente e necessariamente guidato non da una trama bensì dai suoi personaggi e, in misura ancora maggiore, dai ricordi. Il modo migliore per guardare Apollo 10½ è dunque quello di abbandonarsi completamente alle sue immagini, alle emozioni che evoca e alla calda e nostalgica atmosfera che ricostruisce con tutto ciò.

Si tratta di un film volutamente modesto nelle ambizioni ma dal cuore grande, che dimostra nuovamente la capacità di Linklater di far emergere il senso della vita da quelle piccole cose che sul momento potrebbero sembrare banali. Questo suo nuovo coming of age, inoltre, risulta ulteriormente magnifico nella capacità di rendere universale un’esistenza così specifica. Non occorre essere nati a Houston negli anni Sessanta per comprendere e apprezzare il film. L’infanzia in esso evocata è infatti senza tempo, perfettamente applicabile anche a spettatori di contesti geograficamente e culturalmente lontani. Un sentito regalo, dunque, che Linklater fa a sé stesso e a tutto il suo pubblico.

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Gianmaria Cataldo
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Gianmaria Cataldo
Laureato in Storia e Critica del Cinema alla Sapienza di Roma, è un giornalista pubblicista iscritto all'albo dal 2018. Da quello stesso anno è critico cinematografico per Cinefilos.it, frequentando i principali festival cinematografici nazionali e internazionali. Parallelamente al lavoro per il giornale, scrive saggi critici e approfondimenti sul cinema.
apollo-10%c2%bd-a-space-age-childhood-recensione-richard-linklater Dando libero sfogo ai suoi ricordi, Linklater dà vita con Apollo 10½ ad un racconto allo stesso tempo specifico e universale, esaltando l'infanzia e ritrovandone l'essenza negli aspetti apparentemente più banali. Avvalendosi della tecnica del rotoscope, egli colora il suo film di un atmosfera nostalgica che offre un perfetto connubio tra forma e contenuto. Il risultato ultimo è un'opera emozionante e imperdibile.