Boy Erased - Vite cancellate

Boy Erased è l’altra faccia di The Miseducation of Cameron Post, più composta ma soprattutto meno rassicurante del film di Desiree Akhavan che racconta con sentimento nostalgico e partecipazione la storia di un non-tanto-tradizionale coming of age di una ragazza gay spedita in un centro di “riconversione”. Quello di Joel Edgerton (qui alla sua seconda regia) invece prende in esame lo stesso tema ma da una prospettiva diversa, denunciando senza appello il sistema che partorisce lo scenario di cui si parla: ad oggi, negli Stati Uniti, 700.000 adulti hanno subito un trattamento terapeutico che dovrebbe guarirli dalla loro omosessualità, e circa la metà di questi sono adolescenti; i metodi descritti dai testimoni sono crudeli e spesso violenti, e vanno da sedute di elettroshock a giochi di controllo mentale volti a convincere i “pazienti” LGBT che i loro orientamenti sono scelte dettate da relazioni disfunzionali con le famiglie.

Edgerton tiene le statistiche in una mano, e il memoir di Garrard Conley (Boy Erased: A Memoir, pubblicato negli Stati Uniti nel 2016 e tradotto in italiano con Boy Erased. Vite cancellate) nell’altra, realizzando un film che per linguaggio, messa in scena e toni sembra destinato ad un pubblico adulto (diversamente dai teenagers di Cameron Post). O almeno vorrebbe fornirli gli strumenti per debellare questo pericolosissimo “virus” di ignoranza e incomunicabilità che esiste ancora fra genitori e figli, fra società e individui, fra istituzioni religiose e comunità civile.

Lo fa partendo dal’assunto che certe terapie forzate siano solo un’altra forma di persecuzione, non molto distante da quello che il regime nazista eseguì nei campi di concentramento, e in controtendenza rispetto ai tempi. Anni di progresso non hanno affatto scalfito la definizione stessa del termine, con cui si intende l’insieme delle azioni di forza e di atti ostili dirette a eliminare un gruppo etnico o sociale inferiore. È proprio ciò che accade al protagonista di Boy Erased e alla protagonista di The Miseducation of Cameron Post; a cambiare, nel film di Edgerton rispetto a quello della Akhavan, sono la natura distaccata della messa in scena (suggerendo così un insopportabile senso di oppressione), la palette di colori fredda scelta dal direttore della fotografia Eduard Grau (che conferisce alle immagini un’idea di memoria che si vuole dimenticare), infine le prove degli attori sempre misurate entro certi livelli di livore, che in fondo testimoniano la stessa voglia di ribellione “educata” e mai rabbiosa dell’autore del romanzo da cui il film è tratto.

Boy Erased, il trailer