Contagious - Epidemia Mortale

Stati Uniti, un’epidemia oscura e incurabile sta decimando le  grandi città così come i piccoli centri abitati, trasformando le persone affette in zombi. Contagious – Epidemia Mortale racconta una situazione sempre più fuori controllo tanto che le autorità, in preda alla disperazione, sono costrette a creare centri di quarantena per provare a contenere il virus.

 

Centri che vengono riempiti con facilità grazie a controlli serrati e a una stretta collaborazione con gli ospedali e i medici. Trasferire i pazienti non è però altrettanto facile, poiché le misure di detenzione prevedono l’internamento quando i malati sono ancora lucidi e coscienti.

Contagious – Epidemia Mortale, il film

Nonostante le voci rassicuranti messe in circolo dal governo, tutti sanno che si tratta di veri e propri lazzaretti dal quale non si esce più. A leggere la sinossi e il titolo italiano, sembrerebbe che Contagious – Epidemia Mortale sia l’ennesimo prodotto horror pieno zeppo di zombi da cui scappare o da squartare. Henry Hobson gira invece un’opera infinitamente più delicata e ricca di sottotesto, che sfrutta l’idea dell’epidemia virale per raccontare l’intima storia di un padre e una figlia, e del loro enorme amore reciproco.

Maggie (nome che ispira anche il titolo originale del film) è una tranquilla adolescente del Midwest, curiosa del mondo e con sogni comuni a molti suoi coetanei; Wade è un padre protettivo e un po’ zotico, ma colmo di affetto incondizionato per la ragazzina che ha visto crescere e ora ammalarsi. Il loro mondo è ristretto, inaccessibile dall’esterno, neppure dalla matrigna che, nonostante lo sforzo, non può comprenderla a fondo e avere gli stessi sentimenti di un genitore naturale.

Figurarsi le autorità, che hanno soltanto l’obbligo cieco di seguire le regole e di strappare i malati alle famiglie per la quarantena. Inizia così un viaggio doloroso e disperato fatto di menzogne, di scelte fra la vita e la morte, di fiducia e di tenerezza; un percorso principalmente metaforico, che attraverso la maschera dell’apocalisse zombie racconta il dietro le quinte delle malattie terminali, il destino atroce di un padre costretto a seppellire la figlia con la facoltà di decidere il come e il quando.

Protagonisti indiscussi di questa nera traversata gli occhi affranti di Arnold Schwarzenegger, nella loro profondità vi è tutta la sofferenza e l’impotenza di fronte a qualcosa più grande dell’uomo stesso. A nulla può uno spirito aggressivo, un corpo statuario, contro alcune leve universali della nostra esistenza; è un concetto a cui talvolta non badiamo, ma che meriterebbe un’attenta riflessione.

Accanto a lui Abigail Breslin, che molti di voi ricorderanno come la bambina prodigio di Little Miss Sunshine, lunatica e ottimamente integrata nel suo ruolo. La splendida fotografia di Lukas Ettlin, cupa, desaturata, sempre alla ricerca della luce del sole, non riesce però a coprire tutti i piccoli difetti di un’opera tutt’altro che perfetta: la sceneggiatura è infatti piena di cliché melanconici, che istigano al pianto isterico con scarso successo. Resta un’opera emozionante e opprimente, Pino Daniele cantava “Ogni scarrafone è bell ‘a mamma soja” ma non dimentichiamo i padri.