matteo garrone dogman

I luoghi de L’Imbalsamatore, (l’assenza d)i colori di Primo Amore; con Dogman, Matteo Garrone torna alle origini del suo cinema e ripropone la sua indagine sull’essere umano nella maniera più brutale possibile. Il film, in concorso dal Festival di Cannes 2018, doveva essere il successivo di Garrone, dopo Primo Amore (2004), ma l’”esplosione” di Gomorra ha cambiato i suoi piani, e così è rimasto nel cassetto, fino a che il regista non ha incontrato Marcello Fonte, il protagonista del film: un volto dolce e dolente, il perno intorno a cui far girare tutto il racconto. Lui e Edoardo Pesce (Simoncino) sono i polmoni del film, il suo respiro, la sua vita.

 

La storia è liberamente ispirata a quella del Canaro della Magliana; non si tratta però, e questo il film lo mostra chiaramente, di una ricostruzione precisa di quello che è accaduto tra Pietro De Negri e l’ex pugile Giancarlo Ricci. Garrone parte dalla storia vera e sviluppa il suo racconto in direzioni inaspettate, che sfuggono alla crudeltà della cronaca e che approdano all’indagine delle psicologie fragili dei protagonisti, intrappolati in un luogo semidesertico, in una piccola comunità, in balia della paura di Simoncino, l’ex pugile che terrorizza il quartiere e che ha un rapporto malato con Marcello: supremazia e sudditanza.

In questo contesto il protagonista sembra completamente estraneo: Marcello è l’unico portatore di dolcezza in questo luogo di frontiere (il set è quello di Castel Volturno, utilizzato anche per L’Imbalsamatore e per Gomorra). Ama soltanto due cose, la figlia e i cani di cui si prende cura. Ha un solo desiderio, quello di appartenere alla comunità e questo desiderio lo spinge a partecipare, a interagire. Marcello vuole essere incluso nel branco. Ancora una volta il cinema di Garrone si fa racconto di pulsioni viscerali, con risvolti drammatici.

DogmanQuello che il pubblico si aspetta essere il momento culminante della storia, l’omicidio, diventa per Garrone una conseguenza di atti ben più violenti, perpetrati nella quotidianità, nella sottomissione e nell’accettazione della piccola comunità che fa da sfondo alla parabola di Marcello. In Simoncino risiede il tentativo di riscatto del protagonista: nell’esigere il suo rispetto, il “canaro” pensa di legittimare la sua presenza nel gruppo/branco, nell’eliminare la sua minaccia crede di aver conquistato il posto tanto agognato nella comunità. Ma, mentre sorge il sole, Marcello rimane solo, con (come) un cane e un cadavere, senza che nessuno possa testimoniare la sua impresa eroica.

Matteo Garrone racconta Dogman per sottrazione, eliminando tutto ciò che è superfluo, i colori fotografati da Nicolaj Brüel, la musica composta da Michele Braga, la collocazione geografica, raccontando di una terra di frontiera, la periferia di qualsiasi città (nonostante l’accento faccia pensare a Roma), rievocando i territori del western. È tutto brutto in Dogman, dai palazzi, alle persone, ai cani, al posto. Tutto fa pensare a una periferia abbandonata che si sforza di sopravvivere a se stessa e alla minaccia di Simoncino, anche lui però prigioniero di quel non-luogo.

L’attenzione di Matteo Garrone, e con essa quella dello spettatore, si focalizza sullo sguardo di Marcello, attento, dolce, malinconico. Su quello sguardo, su un sorriso appena accennato, si chiude, in nero, una storia di desiderio e di violenza, psicologica più che fisica.

Su quello sguardo Matteo Garrone conclude un altro straordinario capitolo della sua avventura cinematografica, in cui fa vibrare le viscere, spaventa e scuote, senza spettacolo o compiacimento nella violenza che pure mette in scena, “soltanto” con gli strumenti del grande cinema.