Downsizing

A quattro anni dal brillante e toccante Nebraska, Alexander Payne torna a portare sul grande schermo la sua penna leggera in grado di fotografare la realtà e trattarla con un punto di vista distaccato ma attento e sensibile; lo fa con Downsizing, film scelto dalla commissione di Alberto Barbera per aprire la 74° Mostra d’Arte Cinematografica di Venezia. All’apparenza, Payne sconfina nella fantascienza, allontanandosi dai suoi temi relativi all’analisi lucida ma mai cinica della società americana. Tuttavia, avvicinandoci alla storia dalle premesse inevitabilmente sci-fi, ci accorgiamo che il regista di Paradiso Amaro ha trovato un modo alternativo per continuare a parlare dell’umanità.

In un ipotetico futuro, uno scienziato norvegese scopre un processo che permette di miniaturizzare gli esseri viventi. Tale tecnica, applicata alle persone, potrebbe produrre degli effetti straordinari sull’ambiente, sulla tutela e sulla salvaguardia del Pianeta Terra. La scoperta prende così piede e dopo circa dieci anni è possibile, per chiunque lo voglia, avviare il processo di miniaturizzazione irreversibile che permetterà alle persone di trasferirsi in comunità adibite appositamente per questi “minuscoli”. Paul, un cittadino medio, con una vita media, decide di realizzare la pratica su se stesso, ma quando sul più bello la moglie lo abbandona, rinunciando a farsi miniaturizzare, l’uomo rimane solo, nella sua nuova dimensione, e deve cominciare tutto dall’inizio. Qualche incontro fortuito gli offrirà un nuovo punto di vista e lo porrà in maniera diversa rispetto al mondo.

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Downsizing – la recensione

Il racconto di Payne si compone di diversi elementi: dalla trama fantascientifica di base partono le ramificazioni che ci portano a riflettere sull’inquinamento, sull’utilizzo della tecnologia, sul “semplice” scorrere della vita e sulla canonica (ma neanche troppo) storia d’amore. Matt Damon riesce con convinzione a interpretare l’uomo medio che, sebbene si sforzi di cercare un senso più alto alla sua sorte, rimane nella sua giusta mediocrità, svolgendo il suo compito con precisione, fondamentalmente spinto da uno spirito più integro e forte, che però non è il suo. Payne si avvale di uno stuolo di attori famosi e amati, che utilizza sorprendentemente in piccolissimi ruoli, a partire da Margo Martindale, irriconoscibile nella sua “dimensione”, passanto per Laura Dern, Neil Patrick Harris e Jason Sudeikis, fino a Christoph Waltz, unico volto famoso (Damon a parte) ad avere un ruolo più corposo ma da perfetta macchietta.

Scoperta del film è senza dubbio l’energica Hong Chau, nei panni di una dissidente vietnamita che sconvolge gli ordini mentali del protagonista. L’atipica co-protagonista diventa quindi una donna che, in un film “normale”, sarebbe stata relegata al ruolo di comprimaria e che invece Payne ha il coraggio di trasformare in personaggio femminile di rilievo, efficace e importante per lo sviluppo del protagonista. L’idea brillante iniziale di Downsizing si annacqua con lo scorrere dei minuti e l’aggiunta di diverse trame e strati che forse spostano troppo verso il realismo l’originale surrealismo del presupposto. Si conserva, anzi si accentua, invece, il doppio registro tragicomico. Lo humor sottile e costante si dipana lungo tutta la storia, aiutando lo spettatore a digerire il lungo pasto, purtroppo mancante di sale.