Fortuna recensione

È il 2014 quando Fortuna Loffredo, una bambina di 6 anni, precipita giù dall’ottavo piano di un edificio a Parco Verde di Caivano, in provincia di Napoli. Per anni tale vicenda rimane avvolta dal mistero, finché la verità non viene a galla. Proprio a partire da tale spunto prende forma il film Fortuna, esordio alla regia di Nicolangelo Gelormini.

 

Questo è poi stato presentato in anteprima alla 15ᵃ edizione della Festa del Cinema. Egli, insieme allo sceneggiatore Massimiliano Virgilio, costruisce un racconto di formazione che non manca di tingersi di sfumature horror e risvolti surreali, con l’intento di raccontare di un mondo brutale caratterizzato dall’omertà. Il film diventa così una rilettura di quell’evento che sfiora il grottesco, ma che nella sua ambizione formale rischia di distrarre dal vero cuore tematico.

Protagonista è Nancy (Cristina Magnotti), una bambina timida che vive con i genitori in un palazzone di una periferia degradata. Chiusa da qualche tempo in un silenzio che allarma sua madre (Valeria Golino), viene seguita da Gina (Pina Turco, Il vizio della speranza), una psicologa dell’Asl distratta e scostante. La bambina sembra non riconoscersi nel nome con cui gli adulti la chiamano e sente di non appartenere a ciò che la circonda. Come in una favola a cui a volte stenta a credere, pensa di essere una principessa in attesa di tornare sul suo pianeta nello spazio. Sono Anna (Denise Aisler) e Nicola (Leonardo Russo), i suoi amici del cuore, a chiamarla Fortuna. Ed è solo con loro che condivide un segreto indicibile, che appartiene a un mondo nero di adulti senz’anima.

Fortuna: in un mondo di piccoli e giganti

È una creatura strana Fortunata. Sin dalle sue prime scene lascia intendere l’esistenza di un problema, il quale viene però taciuto fino a tempo debito. Si assiste così ad una lunga serie di stranezze, nevrosi, frenesie e situazioni al limite dell’assurdo. Da queste emerge in maniera prepotente il contrasto tra la generazione dei bambini e quella degli adulti. La comunicazione tra loro risulta difficile se non addirittura negata nella maggior parte delle situazioni. Il quasi mutismo della protagonista non fa che sottolineare tale aspetto. Attraverso di lei entriamo dunque in un contesto che appare caratterizzato tanto dalla fantasia dei piccoli quanto dalla squallida realtà dei più grandi, i quali all’occorrenza assumono l’aspetto di spaventosi giganti da cui è bene fuggire.

Questa dualità, tra bambini e adulti ma anche tra indifesi e potenti, diventa in modo sempre più evidente l’elemento caratteristico dell’intero film. Il regista sottolinea ciò attraverso inquadrature dalla composizione spaccata a metà, ma ancor di più dalla struttura stessa del film. Questo si compone di due atti, attraverso i quali possiamo inizialmente scoprire un lato della protagonista, per poi entrare in contatto con il suo opposto, ben meno dedito a fantasiose fughe dalla realtà. Si snoda così un dramma che ha alla base un mondo dell’infanzia che viene distrutto, insieme ai suoi sogni, da una società che l’innocenza l’ha ormai persa da tempo. In entrambe le parti di cui si compone il film si può dunque fare la conoscenza di personaggi misteriosi e sgradevoli. Essi sono evidenti rappresentati di orrori indicibili, con cui Fortuna e i suoi amici sono costretti ad interagire.

Tematiche forti, sempre attuali, ancora troppo spesso veri e propri tabù del nostro mondo. Consapevole della loro gravità, Gelormini tenta di comunicarcele attraverso una cornice che prova a proporle con un approccio quasi sperimentale, giocando sul montaggio, sul sonoro, sull’immagine e sulle sue possibilità. Via via che la realtà dei fatti si intromette nella storia però, anche questi orpelli lasceranno spazio al vero cuore del film. Nel portarlo a questo, lo spettatore è però sottoposto ad una narrazione che facilmente genera un certo distacco emotivo. Non è chiaro se il regista aspirasse in modo consapevole a tale sensazione, volendo forse trasmettere il senso di smarrimento della protagonista. L’impenetrabilità del tutto risulta però in modo eccessivo una pecca del film.

Fortuna Valeria Golino

Fortuna: la recensione

Con Fortuna il regista dimostra il coraggio di portare al cinema una storia difficile. La volontà di non prenderla di petto ma costruirvi intorno qualcosa di diverso è poi a suo modo affascinante. Non lo è più, però, nel momento in cui si viene sottoposti ad un sempre più continuo uso di simbolismi volti a raccontare quanto a viene. Talvolta questi risultano troppo espliciti, altre volte troppo fuori da ogni logica, finendo così con il perdere quel precario equilibrio della credibilità. Arriva infatti un momento in cui si è bombardati da una serie di immagini che dovrebbero comunicare stati d’animo, ma finiscono solo con l’infastidire in modo irrecuperabile. Viene dunque da chiedersi se non ci fossero modi più coinvolgenti e meno sensazionalistici nel raccontare tale storia.

Ciò che però in modo ancor più evidente preoccupa di Fortuna è l’apparente mancanza di un pubblico di riferimento. Troppo forte per i bambini, forse troppo sperimentale per gli adulti. Mancando tale individuazione il film non riesce ad acquisire una propria specificità né un linguaggio adeguato. La commistione dei generi, che vanno dal grottesco al drammatico senza disdegnare alcune caratteristiche da horror, non è qui utilizzata in modo da permettere la comprensione della vera natura del progetto. Tant’è che giunti al finale si rimane quasi spiazzati per le rivelazioni fatte, e che risultano un troppo brusco cambio rispetto a quanto fino a quel momento visto.