genesis 2.0 recensione

Cosa hanno in comune i cercatori di “oro bianco” nelle sperdute isole della Nuova Siberia, a largo dell’Oceano Artico, il direttore del Museo del Mammut, un genetista di Harvard, il pioniere sud coreano della clonazione e un centro di sequenziamento del DNA cinese? La risposta sembra semplice quanto bislacca: l’interesse per il mammut lanoso, un animale preistorico vissuto 30.000 anni fa. Lo spiega in maniera dettagliata Christian Frei nel suo nuovo documentario Genesis 2.0, presentato nella sezione World Cinema Documentary del Sundance Festival, che arriva in sala dal 24 settembre.

 
 

Frei, documentarista svizzero candidato all’Oscar per il suo The War Photographer (2001), sceglie questo animale preistorico che un gruppo di studiosi sta cercando di riportare in vita attraverso le moderne tecniche di manipolazione del DNA e la clonazione con un’operazione simile a quella intrapresa dai protagonisti di Jurassick Park, per illuminare l’universo dell’ingegneria genetica moderna e il livello al quale si è spinta. Quali sono le sue possibili implicazioni in un futuro in cui il mondo potrebbe essere del tutto nuovo rispetto a come oggi lo si conosce, in cui l’uomo potrebbe avere il potere di manipolare e generare artificialmente vita umana? Siamo pronti a una sorta di nuova genesi, appunto una Genesis 2.0?

I più fortunati e gli ultimi nello scenario tra fascino e inquietudine di Genesis 2.0

In uno scenario che inizialmente appare straniante e fantascientifico, ma che poco a poco, con sorpresa dello spettatore, assume i contorni del reale, il regista, affiancato dal giovane ma capace Maxim Arbugaev, che si occupa della parte più ardua delle riprese, quella in Nuova Siberia, porta alla scoperta di un mondo affascinante e inquietante al tempo stesso. Un mondo molto polarizzato, dove la divisione tra chi fa il lavoro più duro, rischiando anche, paradossalmente, la vita per avere un’opportunità di guadagno e di sopravvivenza, e chi invece opera in contesti protetti traendo i maggiori profitti, è netta. Un aspetto questo, che Frei aveva già indagato nei suoi precedenti lavori e su cui continua a puntare l’obiettivo.

I primi sono i cacciatori di zanne di mammut nella tundra siberiana che, come un tempo i cercatori d’oro, battono le impervie isole della Nuova Siberia palmo a palmo nella speranza di trovare zanne di mammut grosse e integre, che possano valere abbastanza sul mercato dell’avorio da ripagare della fatica e del rischio della vita stessa, della lontananza dai familiari per lunghi mesi. Tra loro c’è anche Peter Grigoriev, cacciatore di zanne non solo per denaro, ma anche per collaborare con suo fratello Semyon Grigoriev, direttore del Mammoth Museum dell’Università Federale Nord Orientale di Jakutsk, in Jakuzia. Semyon vuole riportare in vita il mammut lanoso, estinto migliaia di anni fa. Quando il fratello Peter gli annuncia che lì, nella tundra siberiana, ne hanno trovato uno sorprendentemente integro, pensa che il momento è finalmente arrivato. Se riuscirà a convincere il patron della Sooam Biotech pioniere nel campo della clonazione, Woo Suk Hwang, che in Corea del Sud clona animali da compagnia, e se coinvolgerà la BGI – Beijing Genomic Institute – principale azienda cinese e ad oggi mondiale che si occupa di sequenziare il genoma e trasformarlo in big data, allora il suo sogno di veder nascere un nuovo mammut lanoso potrà forse diventare realtà, aprendo la strada ad una vera e propria rivoluzione genetica.

Tante questioni in una visione equilibrata

È evidente come un documentario di questo tipo ponga infinite questioni, accenda i riflettori su tantissime realtà. Fa riflettere sui limiti della ricerca, se ce ne debbano essere e se sia giusto spingersi fino a sfidare la natura, riscrivendo le sue stesse leggi. Questa dicotomia è efficacemente rappresentata dal canto epico di origini antichissime presente nel film, che mette in guardia l’uomo dal disturbare gli spiriti della natura. Il canto si pone come un argine ideale all’opera dei cacciatori, che cercano di placare gli spiriti facendo delle offerte dopo aver estratto i resti dei mammut dal terreno. I cacciatori stessi insistono infatti sulla valenza quasi mitica di questo animale, i cui resti sono sacri e pertanto, secondo la tradizione, non andrebbero toccati. Essi si muovono dunque contravvenendo ai dettami dei padri. Perciò cercano poi di placare gli spiriti affinché non si vendichino contro di loro, portando malasorte.

Il lavoro di Frei e Arbugaev, però, mette anche sotto gli occhi del pubblico gli effetti del riscaldamento globale. Oggi che i ghiacci si stanno sciogliendo, un numero sempre maggiore di zanne affiora e viene rinvenuto dai cacciatori. Se per loro è un bene, perché torneranno a casa con un buon bottino, per l’ambiente ciò segna un punto di non ritorno. Ecco, di nuovo, la dicotomia uomo – natura. Quali sono, poi, i rischi della manipolazione della vita? Cosa accade quando un potere così grande è in mano a persone che inevitabilmente cercano di trarne profitto? Cosa accade se l’uomo si fa prendere dall’onnipotenza e dimentica i suoi limiti? E ancora: gli studenti che a Boston in una convention sulle biotecnologie sognano di salvare il mondo con l’ingegneria genetica tengono nella dovuta considerazione i risvolti del loro lavoro?

Frei e Abrugaev non danno giudizi, si pongono come testimoni equidistanti, pur non nascondendo le emozioni suscitate in loro dagli incontri che questo progetto li ha portati a fare: dal misto di curiosità e inquietudine raccontato da Frei alla sensazione di essere accolto come un membro del gruppo provata da Arbugaev, che ha condiviso molto tempo con i cacciatori di zanne in Nuova Siberia. I registi pongono dubbi, lanciano molteplici spunti di riflessione e soprattutto illustrano una realtà ancora oggi misconosciuta.

Il racconto attraverso le voci degli attori della vicenda in  Genesis 2.0

I due autori riescono a far raccontare questo mondo così particolare direttamente dai suoi protagonisti, riprendendoli in azione, chi in laboratorio,  chi all’università e chi tra i ghiacci artici. Si apprende quale sia il loro quotidiano e cosa li spinga a far parte di questo progetto. Le voci off dei documentaristi fanno solo da raccordo ai vari momenti del racconto, portato avanti con un’efficace alternanza tra la location siberiana e quella dei laboratori americani, cinesi e coreani.

Peter Grigoriev, cacciatore di zanne e fratello di Semyon Grigoriev, racconta cosa spinge lui e i suoi colleghi a mettere in gioco tutto pur di trovare le zanne: “Una volta che ne trovi una non smetti più. Come fai a rinunciare? I soldi servono sempre. È la natura umana non accontentarsi mai. Se le cose vanno bene, l’uomo non riesce a fermarsi”. Raccontano che una grossa zanna integra di prima qualità può valere dai 45.000 ai 90.000 dollari, per essere poi venduta sul mercato cinese, dopo essere stata cesellata ed essere divenuta un’opera d’arte, a circa un milione di dollari.

È attraverso il giovane cercatore Spira Sleptsov, per la prima volta alla ricerca di zanne, che si comprende come spesso dietro a un lavoro così rischioso e difficile vi siano condizioni disperate: Spira è in Nuova Siberia perché ha un grosso debito in banca e una zanna di prima qualità è la soluzione su cui ha scelto di puntare. Se ne trovasse una da 90 kg, dice, smetterebbe.

Semyon Grigoriev illustra entusiasta il filmato del 2013 che documenta il ritrovamento di un giovane mammut ghiacciato in una grotta artica e il tentativo di estrarne il DNA. Trovare un mammut integro dopo migliaia di anni, dice, “è come il primo volo nello spazio o la grande muraglia cinese”.

Alla Genetically Engineered Machine Competition di Boston è evidente l’entusiasmo dei giovani che si affacciano stupiti e galvanizzati al mondo e alle enormi potenzialità dell’ingegneria genetica. Si inseriscono nuovi codici genetici in organismi viventi, in quello che a un occhio profano sembra a tutti gli effetti un gioco con il codice della vita. Si modifica e si progetta la vita stessa.

George Church, genetista alla Harvard Medical School di Boston, che collabora al progetto della resurrezione genetica del mammut lanoso, è convinto che “la biologia di sintesi cambierà tutto” e aprirà le porte di un nuovo mondo. “Sarà la prossima grande rivoluzione” perché, afferma, “la nostra specie è pronta a prendersi dei rischi”. Di fronte a queste parole si resta al contempo affascinati e spaventati.

 Alla Sooam Biotech, azienda sud coreana che clona animali da compagnia, si fa la conoscenza del fondatore , Woo Suk Hwang, pioniere della clonazione. Fu il primo uomo a clonare con successo un cane nel 2005, un levriero afgano di nome Snuppy. Ancora oggi la Sooam Biothech è l’unica azienda al mondo che lo può fare: “per 100.000 dollari la Sooam clona il vostro cane, e avrete un secondo clone in omaggio!”, recita uno slogan. È impressionante vedere come le persone siano disposte a rivolgersi all’azienda pur di riavere l’animale d’affezione che hanno appena perso, tale e quale, pur di non affrontare l’elaborazione di un lutto. Hwang è interessato a recuperare una specie estinta come il mammut lanoso.

Infine c’è la BGI uno dei più grandi centri di sequenziamento del DNA del mondo, in Cina. Una giovane addetta ha il compito di illustrare le finalità dell’azienda. Quando le si chiede se facciano il loro lavoro esclusivamente per preservare il DNA, lei risponde con un’innocenza disarmante: “Per tutto!”  e resta basita di fronte al quesito riguardo alla questione etica derivante dalla manipolazione del genoma, questione che per l’azienda sembra non porsi affatto. Ciò lascia intravedere gli enormi margini di profitto che si profilano dietro a un business di questo tipo, oltre al potere che giace nelle mani di chi possiede un patrimonio come “quasi 2 milioni di campioni sulla popolazione per la diagnosi prenatale non invasiva”.

Più si procede nel racconto, più ci si rende conto che si ha a che fare con persone che, intervenendo con l’ingegneria genetica sul processo della creazione della vita, mirano a “rendere Dio perfetto!” Inevitabilmente ci si chiede se sia prudente lasciare un potere così grande in mano a un ristretto gruppo di persone, che possono disporne a loro piacimento, sebbene dichiarino di farlo per i fini più nobili di ricerca e prevenzione delle malattie.

Lo stile di Frei e Abrugaev

Frei è asciutto nel documentare il mondo della comunità scientifica che si muove attorno al tema della clonazione, ma non per questo non coinvolge. Mostra in modo eloquente le masse di studenti invasati, come l’alacre lavorio dei laboratori di ricerca e la noncuranza sorprendente per i risvolti etici. Tutto ciò è efficacemente alternato, in un continuo ping pong che mostra le due facce di una stessa medaglia, con il lavoro di Arbugaev in Siberia, dove colpisce e domina il grigiore delle isole in parte ghiacciate e disabitate. I colori desaturati accentuano questo aspetto. Della fotografia in Nuova Siberia si occupa lo stesso Maxim Arbugaev. La desolazione, la disperazione dei cacciatori che rischiano la vita è costantemente presente. Nell’ultima parte del racconto l’alternanza tra questi due mondi, apparentemente così distanti, opposti, ma legati da un filo ormai palese, si fa più serrata e questo accresce un senso di angoscia nello spettatore. Il montaggio è curato da Thomas Bachmann.

Le musiche di Max Richter e Edward Artemyev accompagnano con atmosfere rarefatte e plumbee questo viaggio.

Genesis 2.0 è illuminante

Genesis 2.0 è senz’altro un lavoro che merita la visione, poiché fa luce su un mondo che altrimenti resterebbe pressoché sconosciuto. Un mondo che sembra lontano anni luce dalla realtà quotidiana, ma che invece promette ricadute nient’affatto secondarie su di essa. Perciò vale la pena superare le proprie remore e iniziare a riflettere su tematiche come quella della clonazione e più in generale dell’ingegneria genetica, le cui implicazioni riguardano il futuro dell’umanità.