killing

Come un beffardo déjà-vu, a ventiquattro ore esatte dalla proiezione del discusso The Nightingale di Jennifer Kent, lo schermo del concorso di Venezia 75 torna a tingersi di sangue e a mostrare stupri, mutilazioni e atrocità varie, con Zan (Killing) di Shin’ya Tsukamoto.

Ambientato nel Giappone feudale del diciannovesimo secolo, Killing narra la storia di Mokunoshin Tsuzuki, un Ronin, ovvero un samurai senza padrone, che lavora in una comunità di agricoltori di una povera risaia sperduta tra i monti.  Il ronin si allena quotidianamente con Ichisuke, sotto gli occhi di sua sorella Yu, che disapprova la loro dedizione al combattimento. Tra Mokunoshin e Yu c’è attrazione e una relazione velata, mai dichiarata.  Tutto sembra scorrere in modo tranquillo, ma un giorno arriva alla risaia Jirozaemon Sawamura, un abile ronin, tanto spietato quanto gentile, che cerca abili samurai da portare al servizio di un signore locale.

Shin’ya Tsukamoto, autore di culto, creatore di capolavori come i tre film della trilogia di Tetsuo, Tokyo fist, A snake of June, Vital e Kotoko, arriva a Venezia con una storia classica sul mondo dei samurai, da lui scritta, diretta, prodotta e montata, oltre ad apparire anche come attore. Realizza un film feroce, potente, raccontato con sguardo fulminante, come il riflesso sulla lama della katana, raccogliendo consensi e applausi in sala fin dalle prime inquadrature, che mostrano la forgiatura di una spada, sottolineata da una musica travolgente, che esalta e trascina i suoi tanti sostenitori.

Ma nonostante questo Killing rimane un’esibizione di stile e capacità tecniche, che poco aggiungono alle istanze espressive scaturite in passato dalla mente di Tsukamoto, come quel manifesto della nuova carne che teorizzava ibridazioni tra organico e tecnologico. Un corpo-macchina affine alle tematiche di Cronenberg, che il regista giapponese considera suo padre spirituale. Il film procede veloce e vivace, tra duelli, stupri, mutilazioni, masturbazioni, schermaglie amorose sado-masochistiche e sangue a fiumi, dipanando una trama esile e ormai abusata, dove l’unico elemento di riflessione è l’incapacità del protagonista nel riuscire a uccidere. Ed è paradossale che le situazioni similari viste nel film di Jennifer Kent, seppure con un’istanza narrativa completamente differente, vengano qui esaltate e fomentate, con sentito apprezzamento e scrosci di applausi.

Killing è una classica storia di samurai, con tanto sangue, arti mutilati, soprusi e vendette, ma nulla di più. È un’opera minore di un autore geniale che ha costruito una sua poetica originale, divenuta culto.