Made in Italy, il nuovo film di Luciano Ligabue, che torna al cinema dopo una pausa durata quindici anni e a vent’anni esatti da Radiofreccia, segue l’omonimo concept album del 2016 per raccontare in maniera più esaustiva la storia di Riko.

Riko (Stefano Accorsi) è un operaio della bassa padana, in crisi. Il suo rapporto con la compagna Sara (Kasia Smutniak) è sempre più difficile, non senza reciproci tradimenti, nonostante l’amore e un figlio, Pietro (Tobia De Angelis), ormai quasi ventenne. Del lavoro in un’azienda produttrice di mortadelle non è mai stato entusiasta. A stento riesce a pagare le spese della casa di famiglia, che forse dovrà vendere. Come se non bastasse, l’azienda sta tagliando  il personale e dopo trent’anni di sevizio, rischia di essere licenziato. Di certo può contare sui suoi amici, Carnevale (Fausto Maria Sciarappa), Max (Walter Leonardi), Matteo (Filippo Dini) e gli altri, loro su di lui. Quando anche le ultime certezze si sgretolano, Riko può crollare o mettere in atto quel cambiamento che aspetta da anni.

Made in Italy, un film “sentimentale”

Made in Italy è un film “sentimentale”, come lo definisce il suo regista e sceneggiatore, perché racconta la storia d’amore tra Riko e Sara e il valore dell’amicizia, a cui ci si aggrappa quando tutto il resto proprio non va. Lo è perché costituisce una manifesta dichiarazione d’amore all’Italia, con i suoi pregi spesso dimenticati e i difetti che nessuno corregge.

È il film con cui Ligabue ritrova Accorsi dopo vent’anni e vive del legame profondo di entrambi con la terra emiliana, testimoniato fin dalla prima scoppiettante sequenza tra mortadella e ballo, non senza autoironia. È qui ciò che di buono c’è in Made in Italy. Vi sono buone intuizioni e un racconto autentico della provincia e degli affetti, sostenuto da valide interpretazioni. Tuttavia il film, proprio come l’intrigante sequenza iniziale, che anziché trovare sviluppo nell’intreccio seguente, resta un unicum d’effetto, promette molto, mantenendo però solo in parte.

Made in Italy

microcosmo e macrocosmo

L’intento è unire microcosmo e macrocosmo, partire dalle persone per raccontare il Paese, ma non   si trova il giusto equilibrio tra i due poli. Per la maggior parte del film, la narrazione si concentra essenzialmente sui rapporti umani, di coppia e d’amicizia, scrutando i protagonisti con primissimi piani. Per quanto riguarda il macrocosmo, invece, si ambisce ad affrontare molti temi – il precariato, la crisi, l’inadeguatezza dell’imprenditoria, l’assenza della politica, il ruolo dei media – ma non si riesce a svilupparli adeguatamente.

Il tema della precarietà lavorativa, che sembra centrale,  viene trattato sì in più punti, ma in modo discontinuo e rapido. Si crea fin da subito l’aspettativa di un cambiamento esistenziale e lavorativo, a causa del sentimento di frustrazione e insoddisfazione che percorre il film, ma vi si arriva solo nel finale.

Made in Italy filmNell’ultima parte, si affronta più da vicino la perdita dell’impiego con le sue conseguenze più drammatiche, ma di nuovo si procede sbrigativamente, con fugaci pennellate, correndo verso l’epilogo senza dare luogo né a un discorso socio-politico più articolato, né a un vero scavo introspettivo sul protagonista. Se da un lato questo andamento diseguale può rappresentare la difficoltà del cambiamento stesso e le resistenze del protagonista  ad esso, dall’altro è una scelta poco efficace e lascia l’impressione che su questa parte il regista abbia un po’ rinunciato a costruire.

Alla fine, la bilancia del rocker di Correggio pende decisamente in favore dei sentimenti. Lo sguardo sulla realtà sociale resta di superficie, come le immagini in cui ritrae grandi città e piccoli borghi di un paese da cartolina, (quasi) sempre bellissimo nonostante i suoi guai.

Made in Italy, il trailer ufficiale