Malignant, nelle sale dal 2 Settembre, segna il ritorno di James Wan al genere che lo ha reso celebre grazie al successo di Saw-L’enigmista nel 2004. Coi successivi Insidious e The Conjuring ha dato via a successi al botteghino, che hanno incontrato il favore del pubblico.  Il soggetto di Malignant è stato elaborato proprio da Wan e da Ingrid Bisu. Gli intenti di Wan con questa pellicola sono stati, tuttavia, disattesi e ben lontani dall’essere un omaggio di tutto punto al thriller-horror anni ’70-80.

Malignant si propone come un horror scioccante e viscerale

Malignant segue le vicende della sfortunata Madison (Annabelle Wallis), giovane donna incita, vessata e maltrattata continuamente dal marito. E’ proprio durante una lite col marito che “qualcosa” di misterioso interviene uccidendolo, dando via a una serie di eventi inconcepibili e misteriosi, cui Madison non sa dare una spiegazione. Entreranno in gioco anche due detective della polizia e la fidata sorella di Madison, per indagare su un inquietante mistero che ha a che fare con l’oscuro passato di Madison.

Malignant è il mio film più violento, quindi mi rendo conto che spiazzerò quelli che amano i miei film meno cruenti. Ma quello non era il film che volevo fare, ho già fatto quel tipo di horror, ho fatto The Conjuring, ho fatto Insidious, e non volevo ripetermi. Volevo fare qualcosa che non fosse solo un horror spaventoso, ma allo stesso tempo scioccante e viscerale. Infatti in questo film ho deciso di concentrami soprattutto sul come mostrarlo. Sento che molti lo troveranno eccessivo mentre altri lo accetteranno”, afferma il regista.

Effettivamente, le premesse per rendere Malignant un horror dallo sviluppo viscerale, rivisitato attraverso i compromessi della struttura classica ma totalmente aggiornato coi tempi, ci sono. L’azionalità tipica del regista è sfruttata adeguatamente tramite una regia rifinita e scelte di montaggio azzeccate, con tanto di sperimentazione dal punto di vista musicale, che unisce temi più classici a tracce rock, come Where is my mind?

Con Malignant Wan punta tutto su una regia piuttosto curata, con qualche guizzo ravvisabile, e che va ad abbracciare anche l’elemento sovrannaturale che lo ha reso proprio un celebre regista di genere. La pellicola tuttavia ambirebbe a sorprendere lo spettatore, tramite rivelazioni inaspettate e tuffi repentini nel sottogenere orrorifico, materico e scabroso delle narrazioni di suspense. La trama, unitamente a performance attoriali davvero deboli, non riescono a seguire l’elevazione della materia narrativa quanto dovrebbe bastare per rendere Malignant un prodotto riuscito e vincente nel panorama dell’horror contemporaneo.

Malignant

Malignant: tra intertestualità e narrazione piuttosto debole

Wan prende spunto dalle fonti più disparate, come Alexandre Bustillo e Julien Maury (A L’Interieur) e Dario Argento, sommandole senza soluzione di continuità al tema cardine della narrazione, ossia la maternità e la sorellanza che vanno a cozzare contro l’imprevedibilità e l’inevitabilità di un male in crescita, il quale non conosce confini né giurisdizione alcuna, bensì è guidato solo da istinti primordiali; incarnazione allegorica di una fiera dantesca, ostacolo inappuntabile di un viaggio infernale che fa perno sulla nocività dell’attaccamento fisico e si nutre di un antropomorfismo ancestrale sorprendente in punti chiave della narrazione.

Alcune sequenze prettamente azionistiche, in cui la carica malefica del villain di Malignant finisce per sconfinare nella caratterizzazione di un maligno fumettistico, quasi da cinecomic, rappresentano effettivamente al meglio le potenzialità del regista, che parte da omaggi di altissimo livello – La Metà Oscura di Romero, Il Vestito per uccidere di De Palma, passando per Murderock uccide a passo di danza e i film di Argento. L’intertestualità cede però in fretta il passo a una debolezza narrativa crescente, che vede nella rivelazione finale l’unico frammento ben riuscito di un soggetto povero.

L’estetica di Wan rimane pressochè immutata in Malignant, distreggiandosi tra eccessi e virtuosismi sovrabbondanti che, in questo specifico caso, poco hanno a che vedere con una struttura narrativa ansiogena, in cui predominano sottotesti ricchi di suspense. Indubbiamente Malignant riesce ad accaparrarsi più punti a favore rispetto alla maggioranza dei titoli mainstream, riuscendo ad assicurarsi il beneplacito dei fan del regista, anche grazie alla grande carica azionistica che contraddistingue diverse sequenze.

Malignant si appropria di stilemi narrativi che riprendono anche le cornici dell’horror fantastico, in particolare per quanto riguarda la costruzione di una villain reietto, prodotto di un contesto famigliare rigettato, ma in cui egli vuole disperatamente rientrare. Personaggi in bilico tra una realtà precaria e nebulosa e un inconscio raggirabile e mutevole fanno da padrone a un ritmo narrativo che non riesce a delineare un crescendo tensivo apprezzabile e, al posto di risultare sempre più sorprendente nella propria cupezza, finisce per configurarsi come una miscela di richiami horror, punteggiata da qualche schizzo di ironia piuttosto convenzionale.