Marry me – Sposami: recensione del film con Jennifer Lopez

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Marry me – Sposami è il nuovo film della newyorkese Kat Coiro, con protagonisti Jennifer Lopez e Owen Wilson. La regista ha all’attivo sei episodi di She Hulk d’imminente uscita su Disney+, le puntate pilota (e non solo) di diverse serie tv, tra cui Modern Family e Shameless, e tre lungometraggi presentati per tre anni di fila al Tribeca Film Festival: di questi, And while we are here del 2012, girato interamente a Ischia. Una carriera piuttosto prolifica, dunque, e per lo più orientata verso storie sentimentali o, comunque, dove senza dubbio l’emotività la fa da padrone, in maniera più o meno gestita.

Marry me – Sposami, la trama

Marry me – Sposami è tratto da un romanzo a fumetti dello scrittore Bobby Crosby, che l’aveva pubblicato la bellezza di quindici anni fa e che già poco tempo dopo sembra che avesse ricevuto fior di proposte per una trasposizione su grande schermo. Perché, a volerla dire tutta, la graphic novel si prestava perfettamente alla traduzione in immagini filmiche, per un motivo ben preciso. Proprio secondo le parole del suo stesso creatore, infatti, Marry me è fortemente influenzato da quella dolcezza di film diretto nel 1999 dal compianto Roger Michel: Notting Hill. E non ci vuole gran sforzo per scorgerlo dalla trama e, forse, solo da quella.

Kat Valdez (Jennifer Lopez) e Bastian (il cantante colombiano Maluma al suo debutto cinematografico) sono una delle coppie di cantanti più famose del mondo: belli, glamour, tamarri al punto giusto, ricchi sfondati, e che hanno deciso di sposarsi in diretta planetaria durante un loro concerto sulle note della loro hit Marry me. Se non che, proprio pochi attimi prima della performance nuziale, la povera e indiamantata Kat scopre che Bastian l’ha tradita tramite un video pubblicato in quell’istante su un social network.

Così inizia l’avvincente – e molto prevedibile – rivoluzione nella vita della protagonista perché, proprio in quel momento, ritta in piedi con un abito carico di tessuti dorati e gemme luccicanti, decide di sposare uno del pubblico (Owen Wilson) che stringe in mano un cartello con scritto “marry me”, appunto. Quel qualcuno è niente meno che un professore di matematica, divorziato, con una figlioletta dodicenne distaccata, fragile ma, all’occorrenza, matura e consapevole di ciò che muove l’animo umano.

Un monumento a Jennifer Lopez

Marry me – Sposami, prodotto, tra gli altri, dalla stessa Jennifer Lopez, tenta di essere una rom-com con accenni di saggezza e riflessioni sull’amore e la vita di coppia, ma scivola di continuo o, ad essere precisi, segue con una rigidità maniacale ciò che probabilmente sarà sul serio una giornata tipo della cantante latina. La scrittura stessa dei personaggi e delle loro interazioni è sviluppata con superficialità, in maniera sbrigativa, per portare a casa, più che altro, un massiccio carico di sex appeal – per quanto indiscusso, per carità.

Il professor Charlie Gilbert (Owen Wilson) accetta di buon grado ogni mossa di tutti i personaggi femminili che gli ruotano attorno con accondiscendenza, anche quando tenta di contrastarli verbalmente. Ciò che sicuramente funziona, se non altro, è la leggerezza unita alla totale assenza d’impegno con cui vengono affrontati i vari sviluppi della storia e annessi ragionamenti dei personaggi. Il vero problema, però, è che le implicazioni a monte raccontano faccende ben più gravose che la vita ha loro imposto, e che quindi li fanno sembrare degli adolescenti superficiali, se non ridicoli.

Il tema di fondo è chiaramente spinto sulla fantasia di una vita lontana dai riflettori e da internet, sommata alla possibilità di integrarla con lo stile tecnologicamente preistorico del professor Gilbert, ma non attecchisce, risulta forzato. E alla fine è soprattutto la maturità professionale della Lopez ad invadere poderosamente il campo, quasi a voler raccontare un po’ a se stessa stralci della sua vita reale. Ma gettando ombra su tutto, anche sulla credibilità del racconto.

RASSEGNA PANORAMICA
Samanta De Santis
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marry-me-sposamiIl tema di fondo è chiaramente spinto sulla fantasia di una vita lontana dai riflettori e da internet, sommata alla possibilità di integrarla con lo stile tecnologicamente preistorico del professor Gilbert, ma non attecchisce, risulta forzato. E alla fine è soprattutto la maturità professionale della Lopez ad invadere poderosamente il campo, quasi a voler raccontare un po’ a se stessa stralci della sua vita reale. Ma gettando ombra su tutto, anche sulla credibilità del racconto.