Nord

Nord è il primo lungometraggio di finzione del regista norvegese Denstad Langlo, precedentemente attivo nel documentario (Too much Norway, 2005 e 99% Honest, 2008). Nord è prodotto dalla Motlys, una delle principali case di produzione scandinave e arriva in Italia grazie alla distribuzione della Sacher (“Nanni Moretti presenta”), dopo aver vinto il premio FIPRESCI a Berlino e quello per la Miglior Regia al Tribeca film festival. Il film ha poi ottenuto anche un buon successo all’ultimo festival di Torino.

 

Nord

La prima cosa che verrebbe da fare a un critico che si trovi a scrivere di un regista pressoché nuovo e semisconosciuto è quella di dargli un’etichetta, rintracciare possibili parentele o filiazioni verso autori più noti, affini per contenuti e tematiche. Per questo film c’è già chi ha fatto il nome di un altro grande autore nordico come Kaurismaki, dal quale potrebbe derivare, al limite, l’aria stralunata di certi personaggi o situazioni, e magari si potrebbe anche fare il nome di Jarmusch per l’umorismo raffinato, il tema del viaggio e certe situazioni straniate di outsider bizzarri come e più del protagonista Jomar.

Per altri versi, una certa critica è invece ossessionata dal giudicare il valore di un film in base alla sua novità, se era, cioè, più o meno inatteso. Entrambi gli atteggiamenti mettono a nudo la sorpresa della critica. Posso dunque dire che questo film è una sorpresa piacevole, più che una novità, e di fronte a ogni sorpresa si è disarmati e impreparati. Volendo, il film è un road movie, un genere non nuovo, certo. Ciò che costituisce la sorpresa vera sono la maturità e la misura dello sguardo del regista, sensibile agli splendidi paesaggi innevati (sensibilità ai luoghi che deve derivargli dal documentario) in cui si svolge il viaggio di Jomar, girato tra febbraio e marzo, i mesi più rigidi dell’inverno scandinavo. Il linguaggio di Langlo è misurato, senza compiacimenti tecnici, e la mdp si muove di rado, in maniera essenziale come a connotare certe situazioni: si veda il primo piano con carrello in avanti su Lotte, la bambina che ospita Jomar dopo che questi è rimasto accecato dalla neve nel corso del viaggio, quasi a sottolineare l’importanza dell’incontro per entrambi.

Nord si fa notare anche per un sapiente uso del montaggio, calibrato, funzionale a dosare i ritmi del racconto, le accelerazioni durante gli spostamenti di Jomar e le pause per i suoi incontri. A livello narrativo il film brilla di passaggi gradevoli: primo fra tutti, la trasmissione in TV sui disastri naturali che Jomar segue rapito nella sua baita alla stazione di sci e che causerà (prelundendolo) un disastro domestico durante il quale il protagonista manderà a fuoco la baita per una distrazione, innescando così il viaggio. Jomar in effetti non parte immediatamente dopo aver saputo di avere un figlio da raggiungere. Parte perché, potremmo dire, “ha la scusa buona” ovvero l’incendio, così da dovere abbandonare la stazione sciistica che gli è evidentemente venuta a noia, tanto che egli non usa l’estintore per spegnere l’incendio ma per sfondare la finestra dell’abitazione e partire sulla motoslitta. Da novello Oblomov che passa la gran parte del suo tempo steso sul letto, Jomar intraprende un lungo viaggio dove l’elemento straniante e bizzarro è costituito dalle stesse persone che incontra: Ulrik, ad esempio, un giovane che dapprima lo tormenta con la sua omofobia e poi si proclama suo grande amico dopo avergli suggerito un modo alternativo per ubriacarsi, consistente nel tenersi legati sul capo opportunamente rasato, del cotone imbevuto di alcoolici. E poi c’è Ailo, un curioso eremita della tribù Sàmi, che vive in un tepee su un ghiacciaio, ultimo incontro prima di oltrepassare la montagna al di là della quale vivono la moglie e il figlio di Jomar.

Il viaggio (condito con musiche che riecheggiano il bluegrass che siamo abituati ad ascoltare magari in un film americano di praterie e canyon, e che qui si staglia contro fiordi e distese innevate) di questo collerico e folle (ma quanto più normale di altri) personaggio che alla bambina Lotte dice di “soffrire moltissimo”, parte perché un caso accelera le cose, e prende una prima svolta dopo che il protagonista è rimasto temporaneamente accecato dalla neve. Da Proust sappiamo che il viaggio consiste non nel vedere nuove terre, ma nell’avere nuovi occhi, quelli che consentiranno a Jomar di intraprendere contatti via via sempre più profondi (ma sempre visti attraverso il filtro dell’ironia) con i personaggi che incontrerà, riacquistando fiducia in se stesso (riuscendo persino a compiere nuovamente un salto con gli sci e rialzarsi, contrariamente a quanto aveva fatto anni prima causando la separazione dalla compagna) fino alla meta, che sapientemente, il regista mostra appena, caricando quegli ultimi brevi fotogrammi di serena e sofferta speranza gravida di tutto ciò che abbiamo visto precedentemente. Con nuovi occhi.