Operation Fortune, recensione del nuovo film di Guy Ritchie

Il film segna il ritorno del regista al genere e al B-movie che aveva contraddistinto i suoi inizi di carriera.

Operation Fortune

Messa da parte per il momento la volontà di confrontarsi con megaproduzioni delle dimensioni di Sherlock Holmes, Aladdin o King Arthur – che avrebbe a nostro avviso meritato maggior fortuna – Guy Ritchie ha riscoperto con Operation Fortune il gusto del genere e del B-movie che aveva contraddistinto i suoi inizi di carriera. Nel farlo però sta tentando un percorso diverso, e per più di un motivo. Prima di tutto sembra che stia cercando nuove soluzioni all’interno del “suo” cinema lavorando principalmente come esecutore, ovvero lasciando quasi del tutto da parte quel tocco personale che agli inizi lo aveva portato alla ribalta grazie a titoli quali Lock & Stock oppure Snatch. In secondo luogo, come ha dimostrato il precedente Wrath of Man, ha scelto di confrontarsi anche con i risvolti più seri se non addirittura drammatici del genere stesso.

Operation Fortune, la trama

Questo lungo preambolo serve per confermare che il suo nuovo Operation Fortune segue piuttosto pedissequamente questo nuovo percorso, proponendo comunque un paio di variazioni sul tema interessanti. La trama è quella del classico film alla Guy Ritchie, con il solito gruppo di antieroi che devono recuperare l’ancora più classica valigetta che potrebbe distruggere gli ordini e gli equilibri del mondo come lo conosciamo. Insomma, davvero nulla di nuovo, tutt’altro. Solo che stavolta Ritchie sceglie di “nascondere” il più possibile l’azione e lo spettacolo della stessa, tenendola addirittura fuori campo in almeno un paio di occasioni.

Il risultato soprattutto all’inizio è molto interessante, è come se Operation Fortune venisse “congelato” dentro il suo stesso involucro per permettere allo spettatore di gustarsi il gioco, il meccanismo a incastro più che la spettacolarità fine a se stessa. A parte un paio di ovvii momenti concessi alla star Jason Statham per fare a cazzotti con gli sprovveduti di turno, la prima metà del film si sviluppa come uno spy-movie leggero e intento a far divertire gli attori nei propri personaggi. Il tono è alterno, non tutto funziona, ma almeno ci si diverte in particolar modo ad ammirare Hugh Grant che si trova sempre più a suo agio in ruoli da villain e una Aubrey Plaza che fonde con maestria simpatia e presenza scenica.

Una commedia d’azione che picchia duro

L’altro aspetto interessante di Operation Fortune è che, trattandosi di un lungometraggio costruito con l’anima della commedia d’azione, quando decide di mettere in scena la violenza necessaria per lo sviluppo dell’azione lo fa in maniera molto più seria. Man mano che la tensione tra le parti cresce anche il tono scema la leggerezza in favore di momenti maggiormente drammatici, sapientemente sottolineati dalla colonna sonora. Non siamo ai livelli di Wrath of Man, ma il senso ludico dello sparare e uccidere viene abbastanza accantonato. Alla fine il risultato è un ibrido che possiede una sua strana e particolare energia, che non propone davvero nulla di nuovo ma sa come lavorare sugli stereotipi del genere tradendoli almeno un minimo, in modo da lasciare tracce di piccola originalità per chi sa dove cercarle. Non ci sentiamo di scrivere che sia un prodotto totalmente riuscito, ma altrettanto certamente non annoia.

Come sempre poi Ritchie si dimostra efficace direttore di attori. Ai migliori in scena, ovvero Plaza e Grant, abbiamo già accennato. Jason Statham propone ancora una volta il suo “tipo fisso”, prendere o lasciare. Bisogna dire che quando viene diretto da Ritchie però sembra cazzeggiare meno, il che lo rende un filo maggiormente efficace. Buona l’idea di rispolverare Cary Elwes nel ruolo della mente del gruppo, e come sempre i pochi momenti in cui compare in scena Eddie Marsan sono sempre godibili. Josh Hartnett è Josh Hartnett quando si confronta con la commedia, ovvero tanto simpatico quanto innocuo. È il cast affiatato e giocoso il cuore di Operation Fortune, Richie sembra averlo capito fin dalle prime scene e abbraccia l’idea concedendo loro tutto lo spazio disponibile anche a scapito dello spettacolo roboante. Una scelta che in fondo ci sentiamo di condividere.