Seize printemps recensione

L’esordio registico e attoriale di Suzanne Lindon, ventenne figlia d’arte degli attori Vincent Lindon e Sandrine Kiberlaine, s’intitola Seize printemps, ovvero sedici primavere: l’età della protagonista, che guarda caso si chiama come la regista, Suzanne. Lindon si dà anche il compito di interpretarla, esplorandone dubbi e incertezze adolescenziali, ma anche i primi amori. Presentato al Festival di Toronto a settembre, avrebbe dovuto partecipare a quello di Cannes, annullato a causa della pandemia. Ora arriva alla Festa del Cinema di Roma.

 

Seize printemps, la trama

Suzanne, Suzanne Lindon, ha 16 anni. Frequenta il liceo, ma la scuola e i compagni da un po’ di tempo la annoiano. I compagni sono troppo superficiali e la scuola è sempre la stessa, una routine ormai priva di interesse. In tutt’altro ambito, succede la stessa cosa a Raphael, Arnaud Valois, trentacinquenne attore di teatro, stanco del suo mestiere, ogni sera uguale a sé stesso e dei suoi colleghi di lavoro. Così, un po’ per gioco, un po’ per curiosità, i due cominciano a vedersi ogni mattina, al bar vicino al teatro e alla scuola di Suzanne. S’innamorano, trovando uno nell’altra la propria fuga dalla monotonia della quotidianità, una boccata d’aria fresca in un orizzonte piatto.

Pur essendo acerba, come ci si aspetta che sia l’opera prima di una ventenne, che ne ha scritto la sceneggiatura a soli 15 anni, Seize printemps colpisce per il suo delicato romanticismo, in controtendenza rispetto ai tempi spavaldi ed esibizionisti che oggi viviamo. Lindon attrice si propone come una nuova Charlotte Gainsbourg, o  Sophie Marceau e questo suo esordio potrebbe essere visto come una sorta di Il tempo delle mele degli anni 2000.

Uno sguardo ancora immaturo, ma originale e in controtendenza sulle sedici primavere

Per quel che riguarda il racconto di una storia d’amore, questo semplicissimo e per certi versi ingenuo film riesce a comunicare con più efficacia il sentimento amoroso – in particolare la fragilità e l’impaccio di quei primi amori adolescenziali, platonici, che però non per questo sono meno profondi e meno intensi – rispetto ad esempio ad un film come l’atteso Ammonite di Francis Lee, in cui comunque non si riesce a venir fuori da una certa rigidità che raffredda il sentimento. Seize printemps è la dimostrazione di come, se si ha un’idea e una buona sensibilità per realizzarla, anche con poco si riesce ad arrivare agli spettatori, ad emozionare, complice anche la buona sintonia tra Lindon e il protagonista maschile Arnaud Valois (120 battiti al minuto).

I dialoghi sono quasi assenti, al loro posto gesti teatrali, balli e musica. Tuttavia, questo non è solo un modo per scegliere la strada più facile, ma è una precisa scelta che si apprezza da spettatori, e ancora una volta si mostra in controtendenza rispetto a tanta cinematografia, soprattutto francese, caratterizzata da una sovrabbondanza di parole, ultimo esempio Le discours, presentato proprio qui a Roma pochi giorni fa. Qui, al contrario, si lavora quasi solo con il corpo, i movimenti, gli sguardi. In questo i protagonisti sono bravi entrambi. Anche qui c’è del teatro, ma non è affabulazione, bensì sensazioni, rumori e gesti quasi da mimo. Come luogo poi, il teatro, il palcoscenico sono i luoghi simbolo dell’incontro tra i due, quelli a cui l’arrivo di Suzanne dà un nuovo senso per Raphael, che se ne stava allontanando.

Detto questo, non mancano le ingenuità ed è un peccato che la regista abbia fretta di portare a compimento la vicenda – il film dura 73 minuti – questa sì, figlia senz’altro dell’inesperienza e di una scrittura che deve ancora crescere molto. Sarebbero serviti 15-20 minuti in più e un epilogo più compiuto al lavoro. Invece, si ha la sensazione di correre verso il finale in maniera troppo sciatta.

Un talento da tenere d’occhio

Tuttavia, Suzanne Lindon si dimostra un talento da tenere d’occhio. Sa trattare con freschezza, non senza una vena di ironia, e con un rispetto insolito, ma efficacissimo e quasi commovente questa educazione sentimentale. Fotografa poi bene l’adolescenza: quella fase della vita in cui ancora non si sa chi si è e cosa si vuole, ma si ha chiaro che non si è più bambini e che molto di ciò che prima rendeva felici, non soddisfa più. Una fase in cui ci si sente potenti e vulnerabili al tempo stesso, fragili e forti. Quelle sedici primavere potrebbero essere della regista stessa, come di chiunque altro e sono importanti nella vita di ciascuno, motivo per cui, ne è convinta Suzanne Lindon, vanno trattate con estrema cura.