the green inferno recensione

The Green Inferno è stato presentato oggi al Festival Internazionale del Film di Roma 2013 nella categoria “fuori concorso”.

Un gruppo di ragazzi, capoguidati da Alejandro (Ariel Levy), partono per l’Amazzonia nel tentativo di documentare e conseguentemente fermare la distruzione di una tribù che sta avvenendo a suon di bulldozer e fucili. Justine (Lorenza Izzo) sposa la loro causa e si unisce all’impresa, convinta che si tratterà solo di qualcosa di istruttivo. Ma la situazione precipita e il gruppo diventa preda della giungla e di una tribù nativa del posto che ha una piccola peculiarità: è cannibale.

Per la prima mezz’ora, The Green Inferno è una commedia. O meglio, una “commedia preparativa”: lo spettatore è continuamente avvisato da piccoli dettagli che qualcosa non quadra, che l’inevitabile sta per arrivare. Eli Roth in questo la fa da padrone. Così, un primo piano su una bistecca cotta al sangue tagliata da un coltello, o una mannaia utilizzata per ridurre in pezzi un frutto, acquistano molto più significato di quello della mera operazione in sé. Inoltre, Roth inizia il film con una breve sequenza della giungila, titoli di testa compresi. Tutti espedienti di sceneggiatura e scelte registiche che non lasciano scampo, prima o poi l’incubo comincerà.

The Green Inferno

Quando in Amazzonia ci si arriva per davvero, è la durezza visiva a prendere il sopravvento. La paura e il senso di terrore sono generati dal disgusto dell’immagine a se stante e non da un crescendo tassello dopo tassello. Fa eccezione la prima sequenza dove il gruppo incontra la tribù, filmata con una maniacale psichedelia, capace da sola di correre sul filo della tensione, senza un ausilio sanguinoso. Se siete alla ricerca di una lezione su come mantenere viva la suspense, anche senza puntare un coltello all’altezza della gola di qualcuno, troverete poche risposte. Ma se amate Roth o un tipo di horror concentrato più sulla pagina del ribrezzo, sarà divertente immaginare quale supplizio dovrà subire la vittima prescelta. In questo secondo caso, il film vince quasi sempre.

Come il regista ci ha (ben) abituato, anche in questo capitolo sono presenti parecchi elementi splatter. Non mancano poi strizzate d’occhio ai numerosi “cannibal movie” del passato, così come una giusta dose di critica agli Stati Uniti, frecciate che dovrebbero scatenare la domanda: chi sono i veri selvaggi?

È  già stato confermato un sequel, che porterà la regia di Nicolàs Lopez, di cui si conosce persino il titolo: Beyond The Green Inferno. Una scena durante i titoli di coda chiarirà meglio il concetto.