the white storm recensione

 

The White Storm è stato presentato al Festival Internazionale del Film di Roma 2013 nella categoria fuori concorso. La pellicola ha chiuso l’ottava edizione del Festival.

Tin (Sean Lau), Chow (Louis Koo) e Wai (Nick Cheung) sono tre agenti della polizia di Hong Kong, sezione antidroga. Ma sono anche tre amici sin dall’infanzia. Ogni giorno vivono esperienze pericolose, tra criminali senza scrupoli, operazioni sotto copertura, sparatorie all’ultimo sangue, mettendo continuamente a repentaglio la loro vita. Proprio una di queste rischiose operazioni degenererà, complicando non solo il loro lavoro, ma anche la loro lunga amicizia.

La prima cosa che salta all’occhio guardando The White Storm di Benny Chan è la sua imponenza: set stratosferici, elicotteri dotati di missili, centinaia di colpi sparati da altrettante mitragliatrici. Tutto giustificato nei 124 milioni di budget messi a disposizione. C’è da chiedersi se, oltre alla componente scenografica, anche il resto sia all’altezza.

Ora, una prima metà del film è più che godibile. Abbiamo una storia, tanta azione, un doppio binario su cui scorrono continuamente (e separati) i valori dell’amicizia e quelli professionali, del lavoro. E Chan non manca di sottolinearli con espedienti registici: quando i tre sono circondati dall’alone dell’amicizia e rimembrano i vecchi tempi, non ci sono primi piani che tengano o enfatizzazioni di alcun tipo, come a dire che i personaggi sono tutti sullo stesso livello e nessuno può emotivamente (e visivamente) sovrastare l’altro.  Quando invece è il lavoro a prendere il sopravvento, la mano registica risalta ciò a cui vuole donare importanza e la componente sentimentale viene annullata sia visivamente che a livello narrativo.

Andando avanti però, il film comincia a perdere colpi. Le situazioni inventate in sceneggiatura iniziano ad essere ai limiti dell’inverosimile e qualche elemento “trash” di troppo prende il sopravvento. Un moderato uso di situazioni goliardiche non farebbe storcere il naso a nessuno, ma quando per larghi tratti diventano l’ingrediente principale, è segno che l’andamento filmico non è più lo stesso.

La narrazione sembra divisa in capitoli, come una una storia formata di parti etichettate da un numero progressivo, fino al “chapter” finale. È come in quei videogiochi d’avventura o cosiddetti “stealth”, specie di ultima generazione, dove una voce narrante accompagnata dalle immagini, ci illustra brevemente quello che andremo a fare nel prossimo livello. E ad un certo punto si cambia addirittura mondo.

Una produzione multi-milionaria apprezzabile a metà. Una discreta prima parte con una storia più o meno forte e un occhio attento nello stile e nella regia. Una seconda parte dove invece a vincere sono l’esagerazione e l’assurdo. L’azione resta sempre l’ingrediente principale, ma talvolta è necessario porre i giusti limiti o almeno agire con un contagocce.

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