Another Round recensione

 Una teoria del filosofo norvegese Finn Skårderud sostiene che l’essere umano nasca con un deficit di 0,5% di alcol nel sangue. Cosa succederebbe dunque se si provasse a colmare tale mancanza, mantenendo poi costante il nuovo livello alcolemico? È questa la domanda a cui tenta di rispondere il regista danese Thomas Vinterberg (Il sospetto, Kursk) con il suo nuovo film Un altro giro.

Sviluppando questa premessa egli arriva così a costruire un film che è tanto un ode all’alcol quanto una riflessione sulla mezza età e sulla necessità di sentirsi liberi. Dotato di grande umorismo, ma anche di una forte componente drammatica, il film si è affermato come uno dei migliori visti durante la Festa del Cinema di Roma. Qui è stato accolto dopo il mancato svolgimento del Festival di Cannes.

La storia è quella di Martin (Mads Mikkelsen), annoiato professore di storia consapevole di vivere una vita ogni giorno più grigia e priva di stimoli. In seguito ad un crollo emotivo durante il compleanno di un suo storico amico, egli viene introdotto ad una particolare teoria. Secondo questa, mantenendo un livello costante di alcol nel sangue si può aumentare la creatività e ridurre la pressione dei propri problemi. Questi, insieme ai tre amici, anche loro insegnanti e con esistenze problematiche, decide di intraprendere tale esperimento. I primi risultati si rivelano per loro emozionanti e particolarmente positivi. Ben presto i loro eccessi presenteranno però anche l’altro lato della medaglia, con cui i quattro dovranno inevitabilmente fare i conti.

Un altro giro: un brindisi alla vita

Un film che elogia gli aspetti positivi dell’alcol sembra una vera e propria follia. Eppure, in mano a Vinterberg tale premessa è diventata l’occasione per una riflessione sulla società e le sue problematiche. Tutto nasce dalle ricerche condotte su grandi personalità della storia, da Churchill ad Hemingway, i quali hanno dato il meglio di sé grazie all’influenza degli alcolici. Il regista, pur non nascondendo mai gli inevitabili effetti negativi, dimostra il potenziale di tali bevande nell’aiutare gli oppressi a sentirsi più disinibiti. L’alcol diventa così il pretesto per parlare di personalità apparentemente giunte al capolinea. Grazie a quella che viene ritratta come una vera e propria bevanda magica, i quattro protagonisti riescono invece a riscoprire quel senso di libertà tanto tipico dei giovani che riempiono le prime immagini del film.

Ha così per loro inizio una rinascita che li porta ad essere protagonisti dei momenti migliori del film, carichi di un umorismo tanto semplice quanto efficace. Può infatti essere scontato ridere nel guardare quattro uomini adulti in preda all’ubriachezza. Vinterberg, però, arricchisce tali sequenze facendo mantenere ai personaggi credibilità e umanità, e sono proprio tali valori a renderli tanto comprensibili da generare la risata. Su di loro, quasi come fosse un documentario, il regista costruisce poi lo svolgersi della teoria, da confermare o sfatare. Il risultato di questa può forse essere prevedibile, ma le conclusioni a cui il film giunge sono piuttosto inaspettate.

L’alcol sembra infatti qui servire ad ognuno dei personaggi per prendere coscienza dei propri limiti. Ma sfuggire a lungo da questi non è possibile, e ben presto arriva dunque il momento di fare i conti con la propria vita. È così che dopo tanto divertimento, con sequenze realmente memorabili, si entra in un terzo atto ben più introspettivo e cupo. Un cambio di registro certamente rischioso, ma che permette di esaltare il racconto di quattro amici e del loro desiderio di sentirsi nuovamente parte della vita. Poiché, oltre a trattare del ruolo e del peso dell’alcol nelle passate e presenti generazioni, il cuore narrativo non ruota che intorno ad una storia di esseri umani fragili e feriti dalla mezza età. Questi non aspirano ad altro se non ad una seconda possibilità.

Another Round Mads Mikkelsen
DRUK

Un altro giro: la recensione

Con Un altro giro (di bevute, ma anche della giostra della vita) si costruisce così un discorso più universale di quanto si potrebbe pensare. Tale capacità è data in primo luogo dal grande intrattenimento fornito, composto da una sovrabbondanza di colori, musiche, luoghi, ma anche dalla grande umanità dei personaggi. La stessa sceneggiatura, scritta da Vinterberg insieme a Tobias Lindholm, è un tripudio di situazioni che danno vita ad un’epica dell’alcol, risultando avvincente ed emotivamente toccante su più fronti. Questa non è però certo priva di pecche. Specialmente nel corso del terzo atto, qui particolarmente complesso per contenuti, si avverte infatti un’incertezza nei confronti del finale. Questo sembra più volte sul punto di arrivare, salvo poi ritardare ancora di qualche scena il suo arrivo vero e proprio.

Lo spettatore dovrebbe in realtà qui riabituarsi ad un ritmo più pacato, ben lontano da quello festoso e comico che ha caratterizzato i primi due terzi del film. Per contenuti e riflessioni è infatti questo il momento più complicato dell’opera. Attraverso questo si può però evincere tutta la forza della storia e della pellicola in sé. La possibile frustrazione avvertita nell’attesa del vero finale viene però infine ampiamente ricompensata. Un gigantesco Mads Mikkelsen (ma anche gli altri tre co-protagonisti non sono da meno) si lancia infatti in quella che è probabilmente una delle sequenze finali di maggior impatto viste di recente. Durante questa Un altro giro riafferma tutta la sua forza, la sua vitalità e il suo valore più profondo.