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L’abbiamo vista in decine di film, europei e statunitensi, action e drammatici, ma per molti di noi Franka Potente sarà sempre – e per sempre – Lola corre. Dal fortunato film di Tom Tykwer, allora suo compagno di vita, in realtà sono cambiate molte cose. Negli ultimi ventidue anni, tra alti e bassi, abbiamo imparato a conoscerli in vesti anche molto diverse da quelle di allora, eppure non può essere un caso che la prima scena di Home, il suo tanto atteso esordio alla regia, ci mostri un ragazzone tatuato, dai capelli colorati di rosso, sfrecciare su uno skate sulle strade deserte della California meno celebrata.

 

Home: accoglienza, rifiuto e inserimento

Una citazione? Un’esca per vecchi fan? Una casualità? Un’omaggio alla cultura Underground alla quale si è sempre mostrata molto legata? Tutto è possibile, ma sono domande che si dimenticano rapidamente quando si inizia a prestare attenzione alla storia che si va sviluppando. Quella di Marvin Hacks, tornato a casa per accudire la madre, gravemente malata, dopo aver scontato 17 anni di carcere per l’omicidio di una signora del paese. Ma oggi, a 40 anni, non riconosce quello che era il suo mondo. A malapena conosce il mondo esterno che lo circonda, dove non ci sono più CD e chiunque ha uno smartphone. L’unica costante sembra essere l’odio dei Flintow, nipoti della vittima, ma è l’intera comunità a rifiutarlo, a non accettare il suo ritorno.

Un tema che vanta mille e più declinazioni nella storia del cinema e della letteratura, uno dei topoi più sfruttati e universali che si possa scegliere, ma per la sua Opera Prima l’attrice e cantante tedesca dai bisnonni siciliani non poteva non avere qualcosa di più da raccontare. Soprattutto dopo l’esperienza precedente della regia del cortometraggio Digging for Belladonna, presentato al Festival di Berlino del 2006, dai toni decisamente più sentimental-surreal-fantasy.

homeGrandi interpreti, emozioni forti

Autrice di una sceneggiatura asciutta, quasi povera a tratti, la Potente si rivela molto abile nel gestire le incredibili interpretazioni dei suoi protagonisti principali, Jake McLaughlin (Marvin) e Kathy Bates (sua madre). Due figure che emergono gradualmente, senza bisogno di parole o grandi dialoghi, grazie all’intensità delle espressioni e a una fisicità che pur massiccia riesce a trasmettere tenerezza e resilienza, forza e dignità allo stesso tempo.

Nel loro silenzio, nel loro continuare a vivere il quotidiano con la normalità che gli è consentita, resistendo al peso delle colpe del passato e dei facili giudizi altrui, germogliano i semi di una umanità che appariva impossibile. Nella scoperta reciproca dei due, nella loro sorpresa, c’è anche quella degli spettatori, che inevitabilmente rischieranno di ritrovarsi ad asciugarsi gli occhi davanti a un amore tanto puro e semplice.

Più che espiazione e giustizia a muovere questi personaggi sono la disperazione, l’isolamento, l’incapacità di far spaziare lo sguardo e i sentimenti. Di riconoscere la pietà dentro di sé e la diversità nell’altro, da quel che ci si aspetta che sia e da quel che era. Il ritorno a casa del nostro antieroe, in questo dramma esplicitamente e insistentemente non violento, sembra suggerire altro. Altri viaggi, esodi, incontri, più comuni e – di nuovo – universali, che siamo abituati a giudicare come i cittadini di Clovis, nella contea di Fresno. Per i quali il perdono è solo una conseguenza, lo sforzo maggiore quello di scoprire di esser in grado di cambiare se stessi e la vittoria più grande quella di saper vincere la paura di farlo e delle sue conseguenze.