uss indianapolis

Luglio 1945, guerra del Pacifico. Il capitano Charles Butler McVay (Nicholas Cage), comandante della corazzata Uss Indianapolis, riceve l’ordine di trasportare un carico top secret attraverso l’oceano, destinazione Tinian. Nessuna scorta, nessun contatto radio, nessuna ufficialità, la Uss Indianapolis dev’essere considerata come una nave fantasma. L’Indianapolis, uno degli incrociatori più veloci e con gli equipaggi più valorosi, salpa il 16 luglio dal porto di San Francisco e raggiunge destinazione in tempo record, senza intoppi. Depositato il misterioso carico, si saprà dopo che era una parte dell’uranio arricchito usato per “la bomba”, Mc Vay ha l’ordine di raggiungere la Uss Idaho nel golfo di Leyte ma ancora senza scorta e copertura sonar.

 

Durante la traversata sarà intercettata da un sommergibile giapponese e affondata in pochi quanto terribili minuti. I novecento superstiti rimarranno attaccati alle poche scialuppe ed in mare aperto per ben cinque giorni in quanto, essendo una missione top secret, l’SOS non verrà mai recepito. Solo un terzo di loro sopravviverà alla disperazione e agli squali e il loro comandante dovrà anche prendersi responsabilità non sue e affrontare un lungo e logorante processo “politico”.

USS Indianapolis – la recensione

Mario Van Peebles dirige questo film che narra la storia del più grande dramma che la marina americana abbia mai vissuto. Una storia vera quanto incredibile che le istituzioni statunitensi hanno tenuto a lungo celata nell’ombra per non affrontare responsabilità proprie e che per molto tempo vennero addossate al capitano Mc Vay, classico capo espiatorio di turno. Una storia carica di mistero, una tragedia che costò la vita a molti uomini valorosi e un classico esempio di manipolazione dei fatti da parte dei poteri forti che dopo Pearl Harbor e Hiroshima non vollero sobbarcarsi anche questo scandalo. Una storia ricca e prodiga di contenuti, una sceneggiatura corposa e che poteva dare una quantità di spunti narrativi, un film che poteva e doveva essere qualcosa di più.

Si perché non usciamo propriamente soddisfatti dalla sala al momento dei titoli di coda in quanto Van Peebles non riesce a creare o a trasmettere tutte quelle sensazioni, emozioni e atmosfere che ci saremmo aspettati prima di sederci in poltrona. I cinque terribili giorni in mezzo all’oceano di quei marinai, facili prede per gli squali bianchi, soggetti alle visioni e alla pazzia a cui porta l’acqua salata, la stanchezza e l’inedia, la disperazione…insomma tutto questo è solo accennato ma non approfondito a dovere, non ci si immedesima con il terrore vissuto da quei ragazzi. La sceneggiatura indugia eccessivamente su piccole parentesi personali che, d’accordo, servono sempre per creare empatia con i personaggi ma alla lunga distolgono dal contesto e alleggeriscono il carico emotivo del momento.

Van Peebles trasmette la sensazione di voler risparmiare al pubblico le scene più cruente ma che rappresentano la realtà dei fatti, e alla lunga questo incide negativamente. L’ultima parte, potremmo definirla la terza parte del film, è quella dedicata al dopo, al processo inscenato ai danni di Mc Vay/Cage, scelto come unico responsabile da offrire all’opinione pubblica e alla stampa. Anche qui la sensazione è che il regista cerchi e trovi delle scorciatoie, che semplifichi troppo un passaggio ben più complesso e che avrebbe meritato un approfondimento maggiore. Troppa retorica, troppo banale in determinati passaggi, troppo corto per la carne al fuoco che offriva la vicenda narrata. Per chi, come il sottoscritto, sognava un film sulla corazzata Indianapolis e sulla sua incredibile storia da quando la conobbe dal magistrale racconto del mitico capitano Quinlan, interpretato dal grandissimo Robert Shaw nel primo ed inimitabile Squalo di spielbergriana memoria, beh ci aspettavamo decisamente qualcosa di più.