Steven Spielberg

Il nuovo numero di Empire Magazine è curato da Edgar Wright (regista della “Trilogia del Cornetto” e di Baby Driver) ed è dedicato all’esperienza cinematografica in sala, esperienza che purtroppo, a causa della pandemia di Coronavirus, manca nella vita di appassionati cinefili e non ormai da quasi un anno.

 

Lo speciale in questione contiene diversi contributi da parte di alcuni dei più celebri registi e attori di Hollywood, tra cui anche Steven Spielberg, che ha scritto una bellissima lettera in cui ha cercato di spiegare perché l’esperienza della sala non morirà mai, nonostante il momento difficile (per non dire drammatico!) che l’industria sta attraversando. Potete leggere la nostra traduzione della lettera di seguito:

“Nell’attuale crisi sanitaria, in cui le sale cinematografiche sono chiuse o la partecipazione è drasticamente limitata a causa della pandemia globale, ho ancora la speranza – una speranza al limite della certezza – che quando si tornerà alla normalità, il pubblico tornerà al cinema.

Mi sono sempre dedicato alla comunità cinematografica, alla comunità di chi va al cinema, di chi lascia la propria abitazione per recarsi in sala, e il concetto di comunità è proprio dovuto alla sensazione di compagnia, con altre persone che hanno lasciato anche loro la propria abitazione e sono sedute accanto a noi. Al cinema guardi un film con persone che magari sono importanti per te, ma anche in compagnia di estranei. Questa è la magia che sperimentiamo quando usciamo per andare a vedere un film, uno spettacolo teatrale, un concerto o uno spettacolo comico. 

Steven Spielberg: “L’arte ci chiede di essere consapevoli del particolare e dell’universale, contemporaneamente.”

Non sappiamo chi siano tutte queste persone sedute intorno a noi, ma quando quell’esperienza ci fa ridere o piangere o esultare, o magari riflettere, e quando le luci si accendono e dobbiamo lasciare i nostri posti, tutte quelle altre persone con cui ci dirigiamo di nuovo verso il mondo reale non sembrano più dei completi estranei. Siamo diventati una comunità, vicini nel cuore e simili nello spirito, o comunque nell’aver condiviso per un paio d’ore un’esperienza così potente.

Quel breve intervallo nei cinema non cancella le molte cose che ci dividono: razza o classe, o credo, genere, politica. Ma il nostro paese e il nostro mondo si sentono meno divisi, meno fratturati, dopo che una congregazione di estranei ha riso, pianto, si è alzata di scatto insieme, e tutto nello stesso momento. L’arte ci chiede di essere consapevoli del particolare e dell’universale, contemporaneamente. Ed è per questo che, di tutte le cose che hanno il potenziale per unirci, nessuna è più potente dell’esperienza comunitaria delle arti.”