Anno: 2015

Genere: Fantascienza

Regia: Matt Ostermann

Cast: Brandon Routh, Dane Cook, Caity Lotz

Trama

400 Days Matt Ostermann posterIl governo americano ha deciso di promuovere un innovativo training di addestramento destinato a un gruppo di quattro aspiranti astronauti, selezionati per portare a termine un futuro viaggio verso un lontano pianeta del sistema solare. Tale addestramento consiste nel richiudere i prescelti – per un periodo di quattrocento giorni – all’interno di un ambiente sotterraneo sperduto in mezzo al deserto e strutturato per ricostruire minuziosamente gli alloggi di un’astronave, il tutto corredato da un programma di simulazione che riproduca periodicamente le eventuali anomalie e i più comuni imprevisti di un viaggio interplanetario. Tutto ciò ha ovviamente il compito di testare la risposta psicologia e la resistenza allo stress dell’uomo in un’atmosfera claustrofobica ed esposta a un lungo periodo di convivenza forzata. Dopo la chiusura del portellone e l’inizio dell’esperimento, per i successivi trecento giorni il gruppo riesce a gestire al meglio la situazione – pur dovendosi confrontare con le specificità caratteriali di ciascuno – ma quando il periodo di simulazione sta per giungere al termine iniziano ad accadere strani eventi che fanno intuire alle quattro cavie umane che qualcosa non vada per il verso giusto e che forse l’esperimento non è ciò che realmente sembra, soprattutto quando la via d’uscita viene forzatamente aperta prima del tempo.

Recensione

Il genere del survival in space gode di una lunga e fruttuosa tradizione nel cinema di genere sin dai lontani anni ’50 e ’60, decenni durante i quali la fantascienza, considerata ancora come genere popolare di serie B, diede alla luce opere stupende di cui gran parte del merito risiede in autori partenopei del calibro di Mario Bava e Antonio Margheriti, geni dell’artigianalità in grado di narrarci di uomini sperduti in spazi astrali con qualche sbuffo di fumo colorato e poche rocce di cartapesta. Negli anni ’90 tale genere filmico ha conosciuto una più celebre rivalutazione grazie a prodotti come Apollo 13 (1995) i quali hanno permesso di calcare la mano sulla componente psicologica ed emotiva del corpo e dello spirito lasciati in balia dell’immensità dell’Universo senza fine, senza trascurare ovviamente una sana dose di entertainment effettistico e tecnologico.

Ma è in tempi davvero molto recenti che, grazie a pellicole di grande impatto quali lo stupendo Gravity (2013) e l’epopea astrale di Interstellar (2014) l’ansia e l’angoscia del perdersi nella buia immensità del nulla cosmico hanno raggiunto livelli espressivi di rara potenza, addirittura facendo percepire strascichi del loro peso anche in opere obbiettivamente meno riuscite quali The Martian (2015). Se però ormai il pubblico del cinema contemporaneo dimostra di essersi abituato a dover seguire i propri eroi all’interno di mondi sperduti lontani anni luci dalla casa-madre Terra, l’esperimento che Matt Ostermann – autore indipendente qui al suo secondo lungometraggio di genere – decide di mettere in forno è del tutto diverso e gode di una certa dose di originalità. Dopo l’esordio non certo brillante a cavallo fra fantascienza e horror sovrannaturale di Ghost from de machine (2010), il giovane cineasta americano decide di porre l’attenzione dello spettatore riguardo non tanto un vero viaggio spaziale, ma bensì sul programma di addestramento che solitamente impegna gli aspiranti astronauti nel periodo precedente alle missioni, mettendo in scena un vero progetti di simulazione all’interno di un ambiente asettico e claustrofobico nel quale in realtà a essere sotto esame non sono le capacità di intervento dinnanzi ad avarie strutturali ma la forza di resistenza psicologica della mente e dello spirito.

Creando un ideale gruppo di lavoro assortito all’interno di un vasto – e purtroppo eccessivamente stereotipato – campionario di soggetti (c’è il villoso maschio dai bassi istinti accanto al giovane genietto in erba germofobico a sua volta affiancato a una coppia scoppiata destinata a vivere forzatamente sotto lo stesso tetto) Ostermann ci descrive minuziosamente i vari rituali giornalieri di nutrimento, controllo e prevenzione igienica che si ripetono sempre uguali e scandiscono il tempo che passa inesorabile, non riuscendo in verità però a rende al meglio il senso di vera claustrofobia e oppressione che la convivenza forzata porta a dover affrontare. Sarà forse colpa del design degli ambienti interni, asettici e baciati da una perenne illuminazione abbacinante, a rendere le sequenze interne all’abitacolo sperimentale poco incisive e per nulla capaci di restituire allo spettatore la metafora cardine – intuibile solo tra le maglie – dei topi in gabbia, un’identificazione fra uomini e cavie forse poco originale ma che, se gestita meglio, avrebbe potuto rende la prima parte della pellicola meno didascalica e più avvincente.

Dopo le fisiologiche e scontate scaramucce fra maschi alfa per affermare il possesso del territorio e definire i  rapporti di relazione con l’unica femmina del gruppo (non a caso dottoressa, dunque madre metaforica dei tre “bambini-grandi”) il film si dipana un pò troppo a lungo nel tentativo di instillare il precoce (in realtà abbastanza scontato) dubbio che qualcosa non vada nel sedicente esperimento, una sensazione che per la verità lo spettatore nemmeno troppo smaliziato inizia a respirare nel momento in cui portellone si chiude nel mezzo di un deserto fiammeggiante di luce e calore. Ma è proprio questa inquietudine perturbante, non ancora ben chiara, che costituisce la forza propulsiva che traghetta il film nel suo secondo – e decisamente migliore – capitolo, il quale si apre nel momento in cui incominciano ad accadere strani eventi che forse sono frutto delle allucinazioni dell’equipaggio oppure qualcosa di reale e dunque inquietante. Le atmosfere di questa seconda porzione ricordano chiaramente il lungo debito di Alien (1979) anche se ovviamente con il garbo e l’intelligenza di non puntare subito sulla componente extraterrestre e facendo ancora a lungo uso di un “detto-non-detto” che fomenta la curiosità intrinseca del pubblico.

Se fin qui, pur attraversando buchi narrativi e incertezze registiche non indifferenti, il film di Ostermann era riuscito a porre delle stimolanti basi di suggestione degne del più intricato mind game movie, è proprio nell’ultima mezz’ora che la pellicola, dovendo tirare le somme e disvelare il mistero di fondo di tutto l’impianto del racconto, finisce per tirarsi letteralmente la zappa sui piedi, sfoderando una raffica di proposte interpretative una dietro l’altra che vorrebbero apparire come una serie di colpi di scena a ripetizione ma alla fine non fanno altro che confondere inesorabilmente lo spettatore, lasciandogli un fastidioso retrogusto amarognolo di aspettative clamorosamente disattese.

La verità è che il regista – qui anche sceneggiatore – ha probabilmente messo davvero troppa carne al fuoco, senza aver mediato bene su quale soluzione voler dare al racconto, optando invece per una vera bulimia di strade finali che risolutive non lo sono per nulla e che, per dirla tutta, appaiono come un’accozzaglia di suggestioni provenienti da fonte molto differenti, partendo dal disaster movie post-apocalittico fino ad arrivare ad una grottesca versione in chiave bifolca di Hostel (2006), senza disdegnare alcune atmosfere putride e malsane mutuate certamente da Un tranquillo week-end di paura (1972). Un finale che definire “aperto” è un eufemismo al quadrato non è certo un toccasana per una narrazione già abbastanza ingarbugliata su sé stessa e in balia uno sbando di sceneggiatura come pochi se ne sono davvero visti nella storia del cinema, una clamorosa perdita di coordinate che nemmeno l’ottima fotografia e le discrete suggestioni sonore sono in grado di appianare. Buonissimi propositi, ottime aspirazioni da cinema semi-indipendente, discreta capacità di messa in scena e nella direzione degli attori, tutto davvero ben fatto ma senza una vera sostanza di fondo, un prodotto che si tradisce proprio laddove avrebbe potuto rivalutarsi pienamente, decidendo invece di tentare di accontentare un pò tutti e allo stesso tempo lasciando tutti a bocca asciutta.

Malgrado ciò è indubbio che un film del genere meriti quantomeno di essere visionato, non fosse per cercare seriamente di capire qualche potrebbe essere l’effettiva chiave di lettura che permetta di interpretare nel profondo un racconto tanto maldestro quanto indubbiamente affasciante e criptico. Dunque accettiamo di buon grado il consiglio del grande artista post-strutturalista Thierry Kuntzel, il quale ci invitava a non guardare i film nelle loro forme apparenti ma di prestare molta attenzione ai contenuti criptati e alle suggestioni sottese, tutto ciò poiché non solo non potrà mai esistere una vera univoca chiave di lettura del testo filmico, ma anche perché è necessario prima guardare e poi giudicare, prima osservare e poi cercare di capire. Forse in questo modo 400 Days potrà davvero avere un senso e di svelarci il suo (presunto) significato nascosto.

400 Days Matt Ostermann