Smallville: la spiegazione del finale di serie e il compimento del destino di Clark Kent

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Sono passati più di dieci anni dalla conclusione di Smallville, eppure il finale della serie continua a essere ricordato come uno dei più ambiziosi e simbolicamente densi nella storia delle produzioni supereroistiche televisive. Quello che era iniziato come un teen drama con elementi fantastici si è trasformato, stagione dopo stagione, in un racconto di formazione epico, capace di accompagnare Clark Kent dall’adolescenza alla piena assunzione del ruolo di Superman. Un percorso lungo 218 episodi, il più esteso mai dedicato allo stesso interprete dell’Uomo d’Acciaio: Tom Welling.

Il finale aveva dunque un peso enorme da sostenere. Doveva chiudere archi narrativi decennali, rendere giustizia ai personaggi storici e, soprattutto, completare la trasformazione di Clark senza tradire la filosofia fondante della serie. Smallville non è mai stata la storia di Superman: è stata la storia di come Clark Kent diventa Superman. E il finale non dimentica mai questa premessa.

Darkseid, Apokolips e la minaccia finale

L’ultima stagione introduce la sfida più grande affrontata da Clark: Darkseid. A differenza della sua incarnazione fumettistica, in Smallville Darkseid è una forza quasi metafisica, un’oscurità primordiale capace di insinuarsi negli esseri umani sfruttandone paure, traumi e sensi di colpa. Non combatte con la forza bruta, ma con la corruzione morale. Il suo piano culmina con l’arrivo di Apokolips, il pianeta infernale che si avvicina alla Terra, pronto a schiacciarla fisicamente e spiritualmente.

Il pericolo diventa personale quando Darkseid prende il controllo di Oliver Queen. La minaccia non è più solo cosmica, ma intima: Clark rischia di perdere le persone che ama e, soprattutto, di perdere se stesso. È qui che il finale chiarisce uno dei suoi temi centrali: Superman non nasce dalla forza, ma dalla capacità di resistere all’odio.

Lasciare andare il passato per diventare Superman

Il vero ostacolo che Clark deve superare non è Darkseid, ma il peso del passato. Il senso di colpa per la morte di Jonathan Kent è sempre stato il varco attraverso cui l’oscurità cercava di entrare. Il tentativo di “andare avanti” vendendo la fattoria e lasciando Smallville si rivela però un errore: Clark confonde il distacco con la rinuncia alle proprie radici.

Il finale ribadisce che Superman non nasce cancellando il passato, ma accettandolo. Solo quando Clark smette di punirsi e riconosce che l’amore per i suoi genitori adottivi è una forza, non una debolezza, Darkseid perde ogni presa su di lui.

Lex Luthor, Tess Mercer e l’inevitabilità del destino

Il ritorno di Lex Luthor, interpretato nuovamente da Michael Rosenbaum, è uno dei momenti più attesi e significativi del finale. Lex non è più in conflitto con la propria identità: accetta finalmente di essere il villain della storia. La sua consapevolezza rafforza quella di Clark. Sono destinati a scontrarsi perché rappresentano due risposte opposte allo stesso trauma.

Tess Mercer completa il suo arco narrativo con un gesto estremo e tragico: cancellare la memoria di Lex, privandolo non solo del segreto di Clark, ma di tutto ciò che lo ha reso ciò che è. La sua morte sancisce uno dei messaggi più forti della serie: il sangue non determina il destino. Tess dimostra che si può scegliere chi essere, anche pagando il prezzo più alto.

Padri e figli: il cuore emotivo del finale

La scena nel granaio con Jonathan e Martha Kent rappresenta l’anima di Smallville. I genitori di Clark riconoscono che il loro compito è finito. Non devono più guidarlo: devono lasciarlo andare. È un passaggio di testimone che prepara l’incontro finale con Jor-El, l’altra figura paterna che ha sempre rappresentato il dovere e il sacrificio.

Solo unendo l’insegnamento umano di Jonathan e quello kryptoniano di Jor-El, Clark diventa completo. Il costume che Martha ha cucito non è un semplice simbolo: è la sintesi delle sue due identità.

Il volo, la rivelazione e la nascita del Man of Tomorrow

Quando Clark finalmente vola, Smallville rompe la sua regola più iconica. Non è un fan service gratuito, ma la conclusione naturale di un blocco psicologico durato dieci stagioni. Clark non volava perché non si sentiva degno. Nel momento in cui accetta di essere un simbolo di speranza, il volo diventa inevitabile.

La sconfitta di Darkseid e l’allontanamento di Apokolips non avvengono solo grazie alla forza, ma attraverso un atto di fede nell’umanità. Superman si rivela al mondo non come un dio, ma come un esempio. Da quel momento, Clark Kent diventa la maschera; Superman, la verità.

Uno sguardo al futuro e l’eredità di Smallville

Il flash-forward finale chiude il cerchio: il Daily Planet, Lois e Clark insieme, Lex in politica, Metropolis ancora bisognosa di un eroe. Tutto è al suo posto. Il gesto iconico della camicia aperta, accompagnato dal tema di John Williams, non è nostalgia fine a se stessa: è un passaggio di eredità. Smallville riconosce il mito, ma lo rende suo.

Il finale non racconta la fine di Superman, ma l’inizio di una leggenda. Ed è proprio per questo che, a distanza di anni, continua a funzionare: perché non parla di potere, ma di scelta. Di amore. Di responsabilità. Di speranza.

Redazione
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