Dopo il successo della prima stagione, Welcome to Derry non sembra voler semplicemente raccontare un nuovo capitolo della storia di Pennywise. La serie HBO ha già dimostrato di voler usare il romanzo di Stephen King come punto di partenza per costruire qualcosa di più ampio, approfondendo aspetti della mitologia che i film avevano solo sfiorato. Se manterrà questa direzione, la seconda stagione potrebbe rappresentare uno degli adattamenti più ambiziosi mai realizzati dell’universo narrativo creato dallo scrittore.
Il finale della prima stagione suggerisce infatti un cambio di prospettiva sorprendente. Invece di proseguire cronologicamente gli eventi, la serie sembra destinata a tornare ancora più indietro nel tempo, raccontando un nuovo ciclo di terrore di Pennywise. È una scelta narrativa insolita per una produzione televisiva, ma perfettamente coerente con la natura del personaggio e con la struttura stessa del romanzo originale.
Proprio questa costruzione “a ritroso” è la chiave che potrebbe trasformare Welcome to Derry in qualcosa di diverso dai precedenti adattamenti di It. Più che espandere la storia, la serie ha l’occasione di riscrivere il modo in cui viene raccontata, mostrando come ogni ciclo di violenza contribuisca a costruire la leggenda di Derry e del suo mostro.
Raccontare il passato permette finalmente di esplorare tutta la mitologia di Derry
Uno degli aspetti più interessanti della prima stagione è stato l’utilizzo della tragedia del Black Spot come fulcro narrativo. Nel romanzo di Stephen King questi eventi erano raccontati soprattutto attraverso gli “interludi”, pagine dedicate alla storia della cittadina e alle periodiche stragi che accompagnano il ritorno di Pennywise. La serie ha invece trasformato quel materiale in una vera narrazione, dimostrando quanto quelle vicende possano funzionare anche sullo schermo.
Seguendo la stessa logica, la seconda stagione dovrebbe spostarsi al ciclo precedente, quello culminato nel massacro della Bradley Gang del 1935. Non si tratterebbe soltanto di un cambio di epoca, ma di un nuovo tassello nella costruzione della lunga storia dell’entità che infesta Derry. Ogni stagione avrebbe così il compito di mostrare un diverso volto della città e una nuova generazione costretta ad affrontare la stessa presenza maligna.
Questa struttura offre anche un vantaggio rispetto ai film diretti da Andy Muschietti. Le pellicole erano inevitabilmente concentrate sulla vicenda del Club dei Perdenti, mentre la serie può permettersi di dedicare spazio agli eventi storici che rendono Derry uno dei luoghi più inquietanti dell’intera bibliografia di King. Incidenti, massacri e tragedie non sono semplici episodi di cronaca, ma diventano manifestazioni cicliche dell’influenza di Pennywise.
Allo stesso tempo, questo approccio amplia naturalmente anche il legame con l’universo narrativo di Stephen King. La prima stagione ha già inserito riferimenti a Shining e Doctor Sleep attraverso il passato di Dick Hallorann. Continuando lungo questa strada, Welcome to Derry potrebbe rafforzare ulteriormente i collegamenti con opere come La Torre Nera o 22/11/’63, trasformandosi nel progetto più vicino a un vero universo condiviso tratto dai romanzi dello scrittore.
La narrazione inversa può diventare l’idea che distingue davvero la serie dai film
L’intuizione più originale della serie emerge però proprio nel finale della prima stagione. Pennywise non viene presentato come una creatura vincolata a una semplice linea temporale, ma come un’entità cosmica capace di percepire il tempo in maniera non lineare. Se questa interpretazione verrà sviluppata, ogni nuova stagione potrà raccontare un’epoca diversa senza apparire come un semplice prequel.
In questo modo la struttura narrativa diventa parte integrante della storia. Ogni volta che il racconto arretra di ventisette anni, non lo fa per riempire un vuoto cronologico, ma per mostrare come il passato continui a influenzare il presente e come Pennywise possa agire contemporaneamente attraverso generazioni differenti. È un concetto già presente nell’opera di King, ma che la serialità televisiva può sviluppare con maggiore profondità.
Anche la composizione della nuova writers’ room lascia intuire questa direzione. Tra gli autori coinvolti figurano infatti Jantje Friese e Baran bo Odar, creatori di Dark, una delle serie che meglio ha saputo utilizzare strutture temporali complesse senza perdere coerenza narrativa. La loro presenza suggerisce la volontà di esplorare con maggiore decisione gli aspetti cosmici e quasi fantascientifici già impliciti nella mitologia di Pennywise.
L’arrivo di sceneggiatori provenienti da produzioni come Stranger Things, The Penguin, Snowpiercer e Fallout indica inoltre l’ambizione di costruire un racconto corale capace di unire horror, mistero e world building. Naturalmente saranno le sceneggiature a determinare il risultato finale, ma le premesse sembrano indicare una produzione interessata ad approfondire il materiale originale più che a ripeterlo.
La vera sfida della seconda stagione non sarà quindi spaventare ancora il pubblico con Pennywise. Sarà dimostrare che la storia di It contiene ancora molti angoli inesplorati e che la serialità può valorizzarli meglio di quanto abbiano fatto i film. Se riuscirà a trasformare la cronologia inversa in uno strumento per espandere la mitologia di Derry senza tradire lo spirito del romanzo, Welcome to Derry potrebbe diventare uno degli adattamenti più completi e affascinanti mai dedicati all’opera di Stephen King.

