A distanza di anni dal discusso finale di Game of Thrones, Kit Harington è tornato a parlare della petizione virale che chiedeva di riscrivere l’ottava e ultima stagione della serie. Un’iniziativa che, all’epoca, raccolse milioni di firme online e che l’attore ha definito “genuinamente irritante”, spiegando perché quel tipo di reazione lo colpì nel profondo.
Harington, volto iconico di Jon Snow, ha raccontato di aver vissuto quella ondata di proteste come una mancanza di rispetto verso il lavoro svolto da cast e troupe dopo anni di impegno totale. Non una semplice critica narrativa, ma un gesto che metteva in discussione l’intero percorso creativo della serie.
“Un atto di mancanza di rispetto”: la reazione di Kit Harington
Secondo Harington, la petizione non era solo l’espressione di un dissenso legittimo sul finale, ma una richiesta che negava il valore del lavoro di centinaia di persone coinvolte nella produzione. L’attore ha sottolineato come l’ottava stagione sia stata realizzata con sforzi enormi, spesso in condizioni estreme, e come l’idea di “rifare tutto” apparisse ingiusta nei confronti di chi aveva dato anni della propria vita alla serie.
Pur riconoscendo che Game of Thrones abbia sempre diviso il pubblico e che il dibattito faccia parte della natura stessa di una grande opera popolare, Harington ha chiarito che c’è una differenza tra criticare una scelta creativa e pretendere che un’opera venga cancellata o riscritta per soddisfare le aspettative di una parte dei fan.
Le sue parole si inseriscono in un discorso più ampio sul rapporto tra creatori e pubblico nell’era dei social media, dove il successo globale di una serie può trasformarsi rapidamente in pressione collettiva sugli autori. In questo caso, la richiesta di riscrivere la stagione finale è diventata uno dei simboli più evidenti di questo fenomeno.
Nonostante le polemiche, Game of Thrones resta una delle serie più influenti della storia della televisione, capace di segnare un’epoca e di alimentare ancora oggi discussioni accese. Per Harington, però, il messaggio è chiaro: si può non amare un finale, ma non si può ignorare il lavoro e la dedizione che lo hanno reso possibile.

