Sebbene il finale di L’agente segreto (leggi qui la nostra recensione) di Kleber Mendonça Filho abbia diviso il pubblico, gli ultimi momenti del film sono un urgente promemoria dell’importanza di preservare il nostro passato. Il film segue Wagner Moura nei panni di Marcelo, che arriva a Recife sperando di ricongiungersi con la sua famiglia e di sfuggire agli uomini pericolosi che lo stanno cercando. Il film ha tutte le caratteristiche di un thriller psicologico standard, ma il suo vero impatto risiede nei brevi scorci che vediamo del presente, che seguono due studenti di storia che studiano filmati d’archivio della dittatura brasiliana. Passando al territorio degli spoiler, spieghiamo il finale del film.
Cosa succede alla fine di L’agente segreto
L’agente segreto raggiunge il suo culmine con un intenso gioco al gatto e al topo che coinvolge la coppia di sicari del film, l’inaffidabile pistolero che assumono e un Marcelo disperato. Mentre tutte le forze opposte del film si scontrano in modo violento, la suspense prende il sopravvento sulla narrazione, lasciando dietro di sé una scia di sangue. Il thriller tranquillo e sommesso mostra finalmente i suoi artigli, e non c’è davvero modo di sapere chi ne uscirà vivo. Dopo che al pistolero ingaggiato viene teso un agguato dalla polizia, spara a due poliziotti e fugge. Uno dei sicari incaricati di rintracciare Marcelo lo segue per ripulire il pasticcio, ma viene ucciso dal pistolero.
Mentre i cattivi si rivoltano l’uno contro l’altro, Marcelo coglie l’occasione per fare i bagagli e andarsene. Ho provato una scarica di adrenalina quando ha preso il telefono e ha annunciato che doveva lasciare immediatamente la città. Questo si è rivelato un momento di sollievo molto breve: con un colpo di scena scioccante, il film ci trasporta nel presente e apprendiamo da un titolo di giornale che Marcelo non è mai riuscito a lasciare la città. Le circostanze della sua morte vengono cancellate dalla narrazione, rispecchiando il destino di molti innocenti caduti vittime della dittatura brasiliana.
Il salto temporale nel finale di L’agente segreto ha diviso il pubblico dopo l’esplosiva sequenza dell’inseguimento, con molti che lo hanno definito anticlimatico. Tuttavia, la scena finale del film conferisce profondità alla sua cornice narrativa e rivela le sue vere intenzioni con una nota malinconica. Offre a due personaggi secondari la possibilità di brillare: Flávia (Laura Lufési), una studentessa di storia, e Fernando (Wagner Moura), il figlio di Marcelo. Flávia si reca a Recife per incontrare Fernando, ora medico. I due ricordano Marcelo, e diventa evidente che Flávia lo conosce meglio del figlio stesso, avendo avuto accesso alle registrazioni e alle testimonianze di Marcelo.
Come L’agente segreto decostruisce la figura dell’antieroe
L’agente segreto è, in sostanza, un film sulle lacune nella memoria e nella storia tramandate di generazione in generazione. Analogamente al pluripremiato I’m Still Here, il film di Kleber Mendonça Filho è ambientato sullo sfondo della dittatura militare in Brasile, un periodo di repressione della libertà di parola, in cui la resistenza doveva affrontare la tortura – e in molti casi la morte – o fuggire lontano dalla propria patria. Come Eunice Paiva in I’m Still Here, una madre che ha dedicato la sua vita alla ricerca di giustizia per il marito, cancellato dai militari, Fernando in L’agente segreto deve fare i conti con il fatto di non aver mai conosciuto veramente suo padre. All’inizio del film, il mistero che circonda la vera identità di Marcelo/Armando dà il via alla narrazione.
Ci si ritrova a sospettare che ci fosse qualcosa di strano in questo personaggio affascinante e perfettamente educato, il cui carisma contagioso influenza tutti, dai suoi compagni rifugiati politici alla corrotta forza di polizia di Recife, che guarda caso è associata proprio agli uomini malvagi da cui Marcelo sta fuggendo. All’inizio del film, un agente di polizia suggerisce che Marcelo emana “vibrazioni da poliziotto”. E poi la polizia locale è immediatamente attratta dalla sua personalità. Certo, può sorgere il sospetto che il personaggio di Wagner Moura possa essere un poliziotto in fuga, un antieroe della dittatura.
Tuttavia, l’idea di un film brasiliano che glorifica un rappresentante della legge di un’epoca così sanguinosa, anche se “redento”, sembra assurda, almeno nei tempi in cui viviamo. La verità su Marcelo è molto più semplice. A metà di L’agente segreto, il film ci regala quella che è forse la scena più importante: un incontro atteso da tempo tra Marcelo ed Elza (Maria Fernanda Candido), la leader del movimento di resistenza responsabile della protezione di Marcelo e di molti altri rifugiati politici. In questa scena, Marcelo parla finalmente del suo passato di professore e di come la sua faida con un uomo d’affari corrotto lo abbia reso un fuggitivo. Quando Marcelo rivela la sua impotenza nei confronti della repressione che gli viene imposta, ogni sospetto che avevamo nutrito svanisce.
Non c’è nulla di oscuro nel nostro protagonista: è un ex accademico, un prolifico ricercatore il cui unico crimine è stato quello di incrociare la strada di uomini pericolosi e rifiutarsi di rinunciare ai propri diritti. Fin dalla scena iniziale di L’agente segreto, in cui un poliziotto perquisisce l’auto di Marcelo, il pubblico è portato a credere che Marcelo nasconda oscuri segreti. La conversazione illuminante tra Elza e lui lo libera da ogni accusa agli occhi del pubblico: Marcelo non è né un antieroe né un eroe. Tutto ciò che vuole è il diritto di essere uno spettatore, come le persone che vede ballare e cantare per le strade di Recife.
L’agente segreto è un’ode alla memoria e agli archivi perduti
Per molti aspetti, L’agente segreto si presenta come un’estensione del pluripremiato documentario di Mendonça, Pictures of Ghosts. Nel film, Mendonça riflette sulla sua infanzia nella Recife degli anni ’70 e sui luoghi che ha visitato, la maggior parte dei quali ormai scomparsi o solo parzialmente esistenti. Si riferisce ai cinema ancora in piedi come a dei “templi”; essi si trovano nel centro di Recife e proiettano i ricordi della città che un tempo era. Mendonça mostra la sua passione per i filmati d’archivio e la documentazione mescolando vecchi archivi cittadini con la sua collezione di foto di famiglia e riflessioni personali.
Mendonça ha aperto la capsula del tempo con Pictures of Ghosts; in L’agente segreto, questi ricordi prendono vita propria. Il film pluripremiato permette quindi a Mendonça di approfondire l’argomento e di caricarlo di un forte commento politico. Il film presenta uno degli usi più strani del dispositivo narrativo della cornice, poiché l’immersione nella storia di Marcelo è interrotta da flash del Brasile contemporaneo. Flávia e Dani sono due studenti di storia che scavano tra vecchie registrazioni audio e archivi di giornali della dittatura militare, in vigore dal 1960 al 1985. Questa trama apparentemente sconnessa trova una sua logica solo alla fine.
Siamo lasciati a riflettere sulle tragiche circostanze della morte di Marcelo attraverso le supposizioni di Flávia, che all’epoca non era nemmeno nata, e di Fernando, il cui unico ricordo vivido di quel carnevale è il suo fascino per il film Lo squalo. L’incontro tra Flávia e Fernando avvolge il finale di L’agente segreto in un’atmosfera meditativa dopo l’intensa sequenza dell’inseguimento. Grazie ai racconti di suo nonno e ai frammentari ricordi della sua infanzia, Fernando ha solo una vaga idea di chi fosse Marcelo.
La dittatura lo ha privato di suo padre, proprio come è successo a tante famiglie in Brasile all’epoca. C’è un chiaro parallelismo tra la tragedia di questo rapporto padre-figlio e la ricerca della madre da parte di Marcelo. Il nostro “agente segreto” chiede di essere indirizzato all’Istituto di Identificazione di Recife per colmare le lacune nel suo albero genealogico. Trascorre buona parte di L’agente segreto alla ricerca del certificato di nascita di sua madre e viene ucciso prima di trovarlo.
La bellezza del finale di L’agente segreto risiede nella resistenza simbolica proposta dalle immagini d’archivio. Marcelo perde la sua battaglia contro il passato, non riuscendo a recuperarlo, e rischia di cadere vittima della stessa cancellazione subita dalla madre anonima. Non vediamo mai la sua morte. Il suo destino è segnato da un titolo che definisce Marcelo solo un’altra vittima della dittatura, il suo brillante percorso accademico è appena accennato: viene dipinto come un normale delinquente, un vagabondo in fuga.
Decenni dopo, i ricordi e le esperienze di Marcelo vengono recuperati da Flávia e trasmessi a Fernando. Il suo entusiasmo è visibilmente contenuto: si tratta di un uomo la cui infanzia è stata segnata dalla perdita, i cui sogni ad occhi aperti sugli squali sembravano avere più senso della sua realtà che si dissolse. “Penso che sto cominciando a dimenticare la mamma”, confida il ragazzo al padre in una scena. Anni dopo, ha superato anche i dolorosi ricordi di suo padre.
Il finale inaspettato di L’agente segreto è più profondo di quanto si pensi
Ci sono molti motivi per cui Wagner Moura interpreta sia Marcelo che Fernando: sono identici fisicamente, ma hanno atteggiamenti diversi. Un modo per interpretarlo è considerare che Flávia non può fare a meno di vedere Fernando come un’estensione di suo padre, una manifestazione fisica degli archivi che ha portato alla luce. Ha sentito la voce di Marcelo, ha visto le sue foto e, in questo processo, ha canalizzato la sua immagine nel presente.
D’altra parte, potrebbe essere un cenno ai molti volti che Marcelo assume nel corso del film. È un promemoria del fatto che il passato continua a tornare sotto nomi diversi, perdite diverse, identità completamente diverse. Fernando potrebbe non ricordarlo, ma Marcelo è riuscito a trasmettere un po’ di sé a suo figlio. Una delle scene più commoventi di L’agente segreto segue Marcelo mentre accompagna Fernando in giro per la città. I due parlano di quanto sentono la mancanza di Fátima, la madre di Fernando, e Marcelo sottolinea che, anche se lei non tornerà più, il suo ricordo vivrà per sempre con Fernando.
Qual è il significato della buffa “gamba pelosa”?
Sebbene L’agente segreto finisca con una nota tragica, ci sono molte divertenti sottotrame durante tutto il film. All’inizio del film, una gamba umana viene scoperta all’interno della pancia di uno squalo e diventa l’argomento di conversazione della città. Ben presto si diffonde la voce di una pericolosa “gamba pelosa” che attacca persone ignare durante il carnevale. Il viaggio di Marcelo non si scontra mai direttamente con il mistero della gamba pelosa, ma l’arto mozzato ha una forte risonanza simbolica con il motivo principale de L’agente segreto.
L’ossessione della polizia locale di sbarazzarsi della gamba suggerisce fortemente che essa appartenga a uno studente scomparso e che stiano cercando di nascondere la sua morte. Eppure la gamba continua a tornare a riva, se non nella pancia di uno squalo tigre, allora sotto forma di leggenda metropolitana della “gamba pelosa”. Grazie alla sua popolarità nei media e alle proprietà soprannaturali attribuitele dal passaparola, essa rifiuta di cadere nell’oblio. La gamba è arrabbiata e ti prenderà a calci fino alla morte. La “gamba pelosa” mostra il fascino di Mendonça per il cinema di genere, fungendo al contempo da potente dichiarazione contro la cancellazione imposta dai militari dell’epoca.
La spiegazione del finale di L’agente segreto
Il finale di grande impatto di L’agente segreto sovverte le aspettative del pubblico. Mentre Marcelo sfugge ai suoi persecutori e si prepara a lasciare la città, il film promuove una falsa idea di speranza. Tuttavia, la sua brusca svolta verso un realismo cupo colpisce nel segno, illustrando come la persecuzione senza fine di persone innocenti dettasse le regole di quel tempo. Il finale esorta il pubblico a non dimenticare il passato. È un’ode alla memoria registrata e ai ricordi personali, e all’importanza di confrontarsi con queste prospettive contrastanti.
Il film ricostruisce meglio la Recife degli anni ’70 così come viene ricordata oggi piuttosto che com’era realmente all’epoca, sottolineando che l’atmosfera festosa della città è una felicità temporanea in un periodo di paranoia e sospetto persistenti. L’agente segreto sembra attuale oggi perché stiamo vivendo un’epoca di futuri cancellati: da un lato si è determinati a guardare indietro per evitare gli stessi errori, mentre dall’altro si insiste nel riformulare i crimini del passato.




