My Soul to Take, del 2010, rappresenta un capitolo particolare nella filmografia di Wes Craven, regista celebre per aver rivoluzionato il cinema horror con titoli iconici come Nightmare – Dal profondo della notte e la saga di Scream. Dopo aver giocato a lungo con la meta-narrazione e con l’idea dell’horror “che sa di horror”, Craven torna qui a un approccio più tradizionale, ma non per questo meno inquietante: la pellicola mescola teen horror e slasher, richiamando le atmosfere tipiche degli anni ’80, con un villain che sembra tornare dal passato per chiudere un conto rimasto aperto.
Il film si colloca nel filone del thriller soprannaturale e del “serial killer” scolastico, ma lo fa inserendo un elemento di maledizione e reincarnazione che lo rende più vicino a opere come The Ring o Dark Water per il tono cupo e l’ansia crescente. Craven utilizza una struttura a “lista” di possibili vittime e un’ambientazione di provincia che amplifica il senso di claustrofobia: una comunità apparentemente tranquilla, ma attraversata da un mistero che risale a un evento tragico del passato. La sua regia, pur senza sperimentazioni eccessive, punta tutto sulla tensione e su una costruzione lenta del terrore.
Dal punto di vista del riscontro, My Soul to Take non è stato tra i titoli più acclamati del regista: il pubblico e la critica lo hanno accolto in modo tiepido, con molte recensioni che ne hanno evidenziato le potenzialità non del tutto sfruttate e una trama a tratti prevedibile. Tuttavia, il film ha comunque trovato una sua nicchia tra gli appassionati di horror, soprattutto per l’atmosfera e per il tentativo di Craven di tornare a un horror più classico, senza rinunciare a un elemento soprannaturale disturbante. Nel resto dell’articolo, si offrirà una spiegazione dettagliata del finale e dei suoi significati, con un’analisi dei temi che Craven intendeva esplorare.
La trama di My Soul to Take
Le vicende del film si svolgono nella cittadina di Riverton, terrorizzata da un assassino psicopatico. Dopo la presunta morte del serial killer, però, il clima di tensione non sembra svanire. Nel paese inizia infatti a circolare una leggenda, secondo la quale il pazzo omicida avrebbe giurato che sarebbe tornato per uccidere i sette bambini nati a Riverton la notte della sua scomparsa. Da quel momento, ogni anno, viene compiuto uno speciale rito che punta ad allontanare il ritorno del mostro. Il gruppo di sette bambini, ora divenuti adolescenti, si accinge dunque a compiere tale sortilegio, ma qualcosa sembra non andare come previsto.
Non passa molto tempo, infatti, che a Riverton cominciano a sparire misteriosamente alcune persone. Bug, uno dei sette ragazzi nati la notte della morte dell’assassino, inizia a soffrire a causa di spaventosi incubi, in cui sogna atroci uccisioni che sembrano quasi reali. Egli si convince dunque del ritorno del mostro e sa di dover fare qualcosa per salvare se stesso e gli altri sei ragazzi da un destino malvagio. Un atroce dubbio inizia però ad insinuarsi nel gruppo: l’assassino di Riverton è sopravvissuto quella tragica notte di sedici anni prima o si è reincarnato in uno dei sette giovani?
La spiegazione del finale del film
La terza parte di My Soul to Take si apre con Bug che, ormai nel pieno della crisi, scopre di non essere più solo un ragazzo impaurito ma un contenitore di voci e memorie che gli appartengono senza appartenergli. Dopo che i compagni della Riverton 7 vengono sistematicamente uccisi, Bug e Fang si ritrovano in casa, dove l’orrore assume un volto concreto. Il Ripper appare improvvisamente e la tensione cresce fino al punto in cui Bug, in un gesto istintivo, si rifugia nella sua stanza, trovando Jerome agonizzante nell’armadio. La morte di Jerome scatena un ultimo scambio di verità.
In seguito alla rivelazione, Alex torna in scena e tenta di imporre una lettura semplice e distruttiva degli eventi, sostenendo che Bug abbia ereditato il disturbo dissociativo del padre e che dunque sia lui il colpevole. La svolta arriva quando Bug, grazie alle “anime” degli amici uccisi che ora convivono in lui, riesce a decifrare la verità: Alex è l’incarnazione del Ripper, non Bug. Alex confessa la vendetta e propone un piano crudele, ma Bug lo rifiuta e lo ferisce mortalmente. La morte di Alex, nella sua forma reale, è un momento di dolore autentico e di addio tra due amici.
Il finale chiude il racconto con Bug che, pur scagionato, non riesce a sentirsi “pulito” o libero. Fang, ormai consapevole della verità, dichiara alla polizia che Bug non ha commesso i delitti, e la comunità lo acclama come eroe. Tuttavia, il ragazzo non si riconosce in quell’immagine e comprende che la sua vittoria è una vittoria a metà: ha sconfitto il Ripper, ma ha accettato che dentro di sé rimangano i resti delle vittime e delle loro memorie. La narrazione si chiude con Bug che decide di “recitare” la parte del salvatore per onorare Alex, pur senza sentirsi tale.
Il finale completa anche il tema centrale del film, ovvero l’idea che il male non sia una presenza esterna e univoca, ma una frattura interna che può riprodursi e riciclarsi nelle nuove generazioni. La rivelazione che Alex sia il Ripper sposta il discorso dal soprannaturale al patologico, ma non lo elimina: il male è ancora una forma di possessione, solo che stavolta la “possessione” è un disturbo psicologico ereditato e amplificato. Bug non è un mostro, ma resta comunque segnato dal trauma e dalle persone che ha perso, e la sua “liberazione” è un processo che non si conclude con la morte dell’antagonista.
Il film lascia così una morale ambigua e inquietante: la vittoria sul male non garantisce la pace interiore. Bug viene celebrato come eroe, ma la sua vera sfida è imparare a convivere con ciò che ha assorbito, senza permettere alle voci delle vittime di diventare un peso insopportabile o un’arma contro se stesso. In questo senso, My Soul to Take suggerisce che il trauma e la colpa non si eliminano con un colpevole da abbattere, ma si gestiscono con la consapevolezza e con la scelta di non trasformarsi nel proprio peggior nemico.
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