Il regista uruguayano Álvaro Brechner ha presentato a Roma il suo terzo lungometraggio Una notte di 12 anni, che racconta la vicenda di tre figure simbolo dell’Uruguay contemporaneo:  José “Pepe” Mujica, ex Presidente dell’Uruguay, Eleuterio Fernández Huidobro, ex Ministro della Difesa e Mauricio Rosencof scrittore e poeta. Nei primi anni Settanta i tre erano guerriglieri tupamaros e furono imprigionati durante la dittatura militare, restando in isolamento per dodici anni, fino alla scarcerazione nel 1985. Il film è un viaggio negli abissi della disumanizzazione da cui i tre protagonisti non si  sono però fatti travolgere. Ad interpretarli sono rispettivamente Antonio De La Torre, Alfonso Tort e Chino Darín. Il film arriva in 44 sale italiane dal 10 gennaio.

Qual è stata la preparazione del film e la ricerca per ricreare quei 12 anni infiniti?

Álvaro Brechner: “Ci sono state ricerche e incontri con i protagonisti reali della storia, ma anche con altri prigionieri, con militari, storici. Questo film ha due livelli: il primo è quello astratto e storico, ma per me quello più importante è il dibattito esistenziale che vi è all’interno. Che tipo di lotta si innesca in un essere umano, che gli consente di restare tale nonostante viva in circostanze estreme? Sono stati anni e anni di incontri e tentativi di capire, perché il linguaggio stesso dell’uomo non riesce a rappresentare l’orrore. È stato molto importante parlare con i neurologi, per capire in che modo il cervello riesce a sopravvivere, a mantenersi a galla in quel tipo di circostanze.

La prima volta che ho incontrato […] Mujica, Huidobro e Rosencof , Mujica mi disse: “A volte mi sveglio la mattina e rimpiango la cella”. Io sono rimasto shockato e gli ho chiesto di spiegarmi come si potesse rimpiangere una simile condizione. Lui mi ha detto: “Mai ho avuto così tanto tempo per essere me stesso. Sono stati i dodici anni più orrendi della mia vita, eppure oggi non sarei la persona che sono, se non avessi avuto tutto quel tempo per essere me stesso”. Quindi ho capito che è vero ciò che raccontano tante persone che hanno vissuto esperienze di privazione di libertà, anche in situazioni estreme […]: c’è sempre la possibilità di rifugiarsi in un ambito intimo e personale, quello dell’immaginazione, di poter entrare dentro sé stessi e trovare in quell’immaginazione qualcosa che ti faccia conservare la dignità di essere uomo. Quindi, questa non è stata solo un esperienza di sopravvivenza, ma in un certo senso una forma di scoperta, che gli ha permesso di guardare al futuro con speranza e di creare un futuro di speranza”.  

Che reazione c’è stata all’uscita del film in Uruguay e altrove?

B.: “Dopo il Festival di Venezia il film è uscito subito in Uruguay, Argentina, Brasile, e poco dopo in Messico. È stato senz’altro un evento. In Brasile è coinciso con il momento delle elezioni, ma è stata una casualità. Ha avuto riconoscimenti sia di pubblico che di critica, […] è stato scelto dall’Uruguay come candidato agli Oscar, ai premi Goya. Per quanto riguarda la reazione interna al paese, il film racconta una storia che appartiene ad un passato ancora molto vicino, è una ferita che non è ancora chiusa ed è sempre difficile poter guardare bene ciò che è così vicino a noi. Il cinema purtroppo ha i suoi limiti e non può saldare conti che un paese non è ancora riuscito a saldare. Non ho mai voluto fare un film sulla dittatura o sulla storia dell’Uruguay, perché altrimenti avrei dovuto raccontare tre milioni di storie, una per ogni abitante […]. Volevo indagare cosa avviene all’interno di un uomo in un contesto di inferno dantesco. […] Dovunque, nei festival come nelle sale, vedo [] che il film scatena una forma di catarsi. C’è anche gente a cui il film non è piaciuto, certo, ma c’è chi si sfoga, grida […]. Il film sollecita quel bisogno di libertà che esiste all’interno di ogni persona. Ho visto persone in sala in Brasile che hanno cominciato a gridare durante i titoli di coda, richiamando l’attenzione sui pericoli che in qualunque momento una dittatura, un certo tipo di governo e di regime può provocare. […] Se da una parte mi rallegra la reazione che il film provoca, dall’altro mi preoccupa molto che ci sia questo bisogno di catarsi, che la dice lunga sui pericoli che oggi ci sono nel mondo”.

Il cinema ha raccontato storie simili in maniera molto diversa. Lei sembra sfuggire alle regole del genere, mostrando non solo orrore e violenza della dittatura, ma anche i suoi lati più grotteschi, paradossali e ridicoli. Ci parli di questa scelta.

B.: “I tre protagonisti mi hanno raccontato tantissime situazioni ridicole. […] Quando li incontravo tutti e tre insieme, mentre raccontavano non facevano altro che ridere. Raccontavano cose orrende, eppure continuavano a ridere. Penso che sia un reazione propria dell’essere umano, un tentativo di sfuggire a certe realtà proprio per sopravvivere, un meccanismo che usiamo tutti. Loro venivano considerati proprio come animali anche dai soldati. Avevano perso completamente l’uso del linguaggio, non sapevano in che momento del giorno erano, perché erano privati della luce e del contatto esterno e questo generava in loro una grossa confusione. I soldati stessi si dimenticavano di loro. […] Loro in qualche modo si difendevano, sviluppando una forma di super udito, accentuando l’unico senso che potevano usare. Sapevano tutto di tutte le persone che erano in caserma, era un modo di vendicarsi.[…] Ci sono tantissime storie di metodi che usavano per vendicarsi di questo stato in cui erano lasciati. […] Credo che l’assurdo sia forse il modo migliore per difendersi da certe forme di autoritarismo”.

Come ha scelto gli attori?

B.: “Alfonso Tort è un attore con cui avevo già lavorato, Antonio De la Torre è un famosissimo attore spagnolo. Insieme a Chino Darín hanno dovuto affrontare qualcosa di moto forte. Da un punto di vista fisico, ad esempio, hanno dovuto perdere circa 15 chili ciascuno. È stato quasi un saggio sulla follia quello che hanno vissuto, arrivare ai limiti della sopportazione. Hanno davvero fatto un viaggio nelle tenebre. È stato anche improvvisato. La sceneggiatura era assolutamente dettagliata, però abbiamo cercato sempre di filmare le cose come venivano, senza sapere sempre cosa sarebbe successo. Gli attori erano stanchi, spossati, oltre che dimagriti e si sono davvero avvicinati alla possibilità di sperimentare la follia. […] Questo li rendeva estremamente nervosi. De La Torre racconta che di una scena nella sceneggiatura c’era scritta solo una frase: Mujica sente le voci. La scena è durata 38 minuti nei quali è successo di tutto. Questo fa capire il grado di sperimentazione che c’è stato”.

Ci parli della scelta di The sound of silence per la colonna sonora

B.: “Ero in un bar e stavo lavorando alla sceneggiatura, l’hanno messa e ho cominciato a cantarla, come si fa di solito per distrarsi dal lavoro. Di colpo mi sono reso conto che quelle parole avevano un significato molto legato a quello che stavo raccontando. Questa capacità di essere nell’oscurità e di poter trovare proprio nell’oscurità una rivelazione, di ascoltare il silenzio. Non bisogna mai sottovalutare la capacità dell’uomo di poter trovare una rivelazione interiore anche nell’oscurità e nel silenzio. Quindi ho chiesto alla cantante che si sarebbe occupata del tema musicale del film – Silvia Perez Cruz, per me una delle voci più importanti in lingua spagnola, che recita anche nei panni della moglie di Huidobro nel film – di creare una versione di questa canzone che avesse come tema di fondo la lotta della disumanizzazione e la possibilità di vedere nella luce oscura una rivelazione, una fiamma che si accende alla quale potersi aggrappare per sopravvivere”.

Viene da chiedersi perché non li abbiano uccisi

B.: “È un enorme mistero, me lo sono chiesto anche io e l’ho chiesto ai tre protagonisti. Credo che abbia a che fare con l’Uruguay […]. Ci sono stati tanti prigionieri e desaparecidos, però il paese di per sé aveva un’enorme tradizione democratica. Questa dittatura ha significato una grande zona oscura. Credo dipenda anche dalle dimensioni del paese – tre milioni di abitanti. Forse nessuno voleva prendersi direttamente la responsabilità perché con un numero così esiguo di persone, tutti si conoscevano, praticamente. Ma forse la risposta più semplice è che erano stati presi come ostaggi: i militari avevano deciso che se i tupamaros avessero fatto qualunque altro attentato, li avrebbero uccisi […]. È anche una delle condanne più antiche che esista, oltre alla morte, l’espulsione dell’individuo dalla società, la negazione della sua esistenza”.