Promises film 2021
Pierfrancesco Favino - foto di Gianni Fiorito

Coproduzione italo-francese, Promises di Amanda Sthers fa parte della selezione ufficiale della Festa del Cinema di Roma. È la storia di un amore mai veramente vissuto, che continua però a vivere nei due protagonisti, nonostante le loro esistenze prendano strade diverse. Ne parlano la regista e il protagonista Pierfrancesco Favino.

 
 

Promises è un inno alla libertà di immaginare, che rende il tempo circolare, in contrapposizione alla linearità del tempo reale. La regista Amanda Sthers spiega così come ha lavorato sul tempo nel film e che concezione ne ha: “Tutti guardano al tempo in modo diverso. Un minuto non è sempre uguale. A volte può essere davvero molto lungo. Tutti guardano a come siamo almeno esternamente, ma interiormente siamo sempre gli stessi. Riesci a capirlo quando diventi più grande. […] Le persone spesso si aspettano che tu ti comporti in un determinato modo. […] Sei un po’ prigioniera del tuo aspetto esteriore. La nostalgia, le proiezioni, sono un modo per fuggire da questa prigione rappresentata dalla tua persona. […] Ho sfruttato l’immaginazione del personaggio di Alexander per avere due mondi: uno in cui si immagina con un’altra donna, in un altro paese, e l’altro mondo, che rappresenta la realtà. Penso che tutti viviamo in due realtà diverse, con ricordi che […] ci fanno immaginare come sarebbe potuta essere la nostra vita. Raramente viviamo nel presente”.

A proposito di tempo, alla domanda circa in che tempo si trovi la sua carriera, Favino risponde così: “E’ un tempo molto bello. Ho sempre guardato avanti nelle cose che faccio. Penso che l’errore più grande che potrei fare è cristallizzarmi nell’idea di aver fatto delle cose che sono andate bene  e per questo non osare, tentare di avere sempre le garanzie. Non credo che sarebbe giusto. Nel mio lavoro vedo i margini che ancora ho di crescita: sono legati molto all’abbandono, al consentire alle cose di avvenire in una maniera più naturale. […] Punto alla stessa essenzialità che ha il pittore quando riesce con tre segni a farti capire una cosa. Quell’essenzialità non virtuosistica, ma di pienezza del gesto, è quello che mi piacerebbe riuscire a guadagnare, ma non so se sarò mai in grado”. 

Amanda Sthers e Pierfrancesco Favino presentano Promises

Un tema che è emerge in Promises è quello dell’accettazione, della presa di coscienza delle proprie fragilità. Tema tra l’altro molto attuale oggi, considerato il momento che stiamo vivendo. Pierfrancesco Favino sottolinea come il mestiere dell’attore richieda di essere in costante contatto con le proprie emozioni le proprie fragilità, e come il cinema e le arti possano essere una guida nell’accostarsi alla sfera delle emozioni: “Non ho mai pensato che essere in contatto con le proprie emozioni fosse un sintomo di debolezza. Non ho mai vissuto la maschilità come qualcosa che non si piega alle passioni e alle emozioni e la ritengo una fortuna. Credo che in questo momento […] siamo molto in contatto con la nostra fragilità, con la nostra paura. Questo ultimo anno e mezzo ci ha costretto ad avere a che fare con noi stessi. Abbiamo così, fortunatamente, scoperto quanto siamo fragili, quanto abbiamo bisogno degli altri, e al contempo, quanto ci siamo forse un po’ induriti […]. In questo momento c’è una scelta da fare, secondo me, accettare questa fragilità con tutte le conseguenze o contrapporsi ad essa. Io scelgo la prima strada. Non mi stupisce che intorno a noi stiano accadendo grandi movimenti. Movimenti emotivi, non unicamente politici o sociali. Tutto il mondo sta vivendo un momento di grande connessione, ma venendo da un lungo periodo in cui l’educazione  emotiva sembra essere stata cancellata, non sappiamo da che parte prenderla. Credo che il cinema e le arti, che per tanto e troppo tempo sono state messe da parte come se fossero tempo libero, siano esattamente la guida, […] i luoghi dell’attenzione a questo mondo.”

Il suo personaggio, Alexander, è un mercante di libri, e alcuni testi sono una sorta di raccordo tra le diverse parti del lavoro. A chi gli chiede quali libri abbiano segnato la sua infanzia e i suoi vent’anni, Favino risponde:E’ bizzarro dirlo, ma penso che nell’infanzia ci siano dei libri che ti colpiscono per varie vicende. Io più che nella lettura, ero molto colpito da un’edizione della Divina Commedia illustrata da Gustave Dorè, che avevamo in casa. Non è che la leggessi, però quelle illustrazioni […] parlavano ad un mondo immaginario […], avevano una grande attrattiva per me. Poi, avevo anche per casa “Frigidare”, “Il Male”, “Linus”. Sono stato un avido lettore di fumetti e non lo rinnego affatto, anzi lo sono ancora. […] Verso i vent’anni ero più vicino al mondo della poesia. […] Ero un baudelairiano, però, giusto perchè rimorchiavo parecchio”. Mentre a chi domanda dei suoi gusti attuali da spettatore cinematografico risponde citando Another Round, che definisce “bellissimo e commovente”, e L’ultimo film di Paolo Sorrentino che, dice, “mi ha emozionato moltissimo”. 

L’incontro diventa poi un’occasione per approfondire il mestiere dell’attore. Favino spiega come lo intende, quando gli si chiede se, dirigendo a Firenze una scuola per attori, stia sviluppando una sua teoria della recitazione. Questa diventa anche l’occasione per ribadire la necessità della libertà creativa ed espressiva degli attori e degli artisti in generale: “Non penso che esista un metodo, un modo di fare l’attore. Non penso che esista, perchè ognuno di noi è una persona e alcune cose funzionano di più rispetto a che persona sei. Vi sono attori estremamente sensibili alle immagini, per cui hanno bisogno di essere sollecitati con delle immagini, con delle associazioni libere per aderire a dei ruoli. […] In questo caso, per esempio, ci sono degli elementi del personaggio che sicuramente si sono messi dentro di me perchè c’è qualcosa di mio, lì. Sono andato a Londra a 11 anni. Ho sempre vissuto la passione per quel mondo. Per un periodo avevo il desiderio di chiamarmi “Johnny”. Poi non più. Allora, mi sono domandato se questo potesse nutrire il personaggio di Alexander. […] Quello che povo a far insegnare […] nella mia scuola non è imporre loro una maniera di lavorare, ma dare loro gli strumenti per capire chi sono, in modo che possano usare, con la tecnica che viene loro data, la loro specificità. Poi, che sappiano lavorare insieme”. E aggiunge: “ Se c’è una cosa che non auguro loro è il successo presto. Un attore prima di diventarlo ha bisogno di tempo. Il suo viso non si forma prima dei 35 anni per gli uomini, e 25 per le donne. Così la sua identità artistica. C’è bisogno di lasciare che questo avvenga. I grandi attori, che invecchiano bene, sono quelli in cui non vedi più nessun tipo di sforzo. […] Ci vuole tempo per arrivarci, non si può avere fretta. Ci vogliono soprattutto ruoli e registi. Sfido a trovare una grande interpretazione che non faccia parte di un grande film.”

Sulla necessità, poi, di annullare ogni distanza tra sé e il personaggio, di non giudicarlo, Favino aggiunge: Non posso fare a meno di abbracciare il personaggio. […] Alexander sarà sempre dentro di me […] dal punto di vista affettivo. Farei di tutto per salvare Alexander. Farei di tutto per salvare il Libanese. L’attore è lo strenuo difensore del personaggio che interpreta. Se crea una distanza e ti fa vedere di non essere così, allora perchè vedere il film? Devo lasciar libero lo spettatore di farsi il suo film, non imporgli il mio. Per far questo c’è bisogno che l’attore maturi anche un po’ di stanchezza, che non abbia sempre la pallottola in canna e dia allo spettatore il ruolo che deve avere. […] Non mi interessa andare sullo schermo a far vedere chi sono io. […] A me la spontaneità non interessa, mi interessa la creazione artistica, che può confondersi con la verità, ma la verità fine a sé stessa mi interessa fino a un certo punto. Mi interessa la libertà espressiva e creativa del cinema, quando si fa arte, quando diventa simbolo, diventa altro”. Per quel che riguarda l’interpretazione di personaggi storicamente esistiti ed anche controversi, come Buscetta o Craxi, l’attore ribadisce che ciò che gli interessa è il loro lato umano: “L’umanità, che tu voglia o no, alberga anche in Craxi, quello è interessante. […] Alberga anche in Buscetta. Dovremmo essere preoccupati di ritrovare in Buscetta nostro padre o noi stessi, come padri, ma sollevati dal fatto  che, come padri, non abbiamo scelto quella strada. Io però, alle sue lacrime ci ho sempre creduto. Il rapporto tra lo spettatore e la storia è sacro”. Dunque, in quel rapporto l’attore non deve intromettersi con il suo ego o il suo giudizio. “Si tratta comunque di una rappresentazione, e io sono molto affascinato dalla rappresentazione artistica proprio perchè non è reale, perchè ha la libertà di essere tutto ciò che vuole. […] Non si può pensare che l’opera dell’artista stia ai laccioli della logica storica o politica. L’artista […] deve avere la sacrosanta libertà, e gli va riconosciuta, di immaginarsi che la realtà non vada come va, e di emozionarsi. […] Sennò – conclude – che ci stiamo a fare?

Promises arriva nelle sale il 18 novembre, distribuito da Vision.