animazione e fumetto

Il cinema d’animazione e i fumetti sono in continuo dialogo, un binomio che, forte delle proprio differenze di linguaggio, di mezzi, di problemi produttivi e di costi, continua a fondersi, mentre i due ambiti artistici si scambiano talenti, ispirazioni e personaggi.

Davide Toffolo, Yoshiko Watanabe e Bertrand Gatignol hanno discusso di questo rapporto e del loro passaggio da un ambito all’altro in occasione del panel L’eternità della vignetta o la sequenza animata? moderato dallo sceneggiatore Giovanni Masi, nell’ambito dell’Arf, festival dedicato al fumetto a Roma (24-26 maggio 2019 – Mattatoio Testaccio).

L’approccio al disegno e all’animazione, per gli ospiti, è stato differente. Provenendo da ambienti, preparazione, ma soprattutto Paesi diversi, i tre artisti hanno raccontato il loro approccio all’arte, il passaggio da un linguaggio all’altro, le difficoltà e i piaceri dell’uno e dell’altro.

Yoshiko Watanabe è giapponese italiana di adozione, se il suo nome potrebbe non dire nulla, i suoi cartoni animati lo faranno per lei: Kimba il Leone Bianco, La Principessa Zaffiro e Doraemon basteranno a farvi un’idea della sua caratura.

Bertrand Gatignol, francese, è autore de Gli Orchi-Dei, uscito in Italia con Bao, ma lavora da anni nel campo del fumetto e dell’animazione, con competenze relative a ogni aspetto della produzione di entrambi i linguaggi.

Davide Toffolo è un fumettista, cantante e chitarrista italiano, frontman dei Tre Allegri Ragazzi Morti. Le sue attività, fumettista e musicista, non sono separate, ma integrate da performance di disegno e musica, come le atmosfere musicali durante le sue mostre di fumetti o i videoclip dei singoli musicali.

Tutti e tre hanno avuto un approccio personale e originale al mondo del fumetto e dell’animazione. Per Yoshiko è stato un caso, come ha raccontato: “Io volevo disegnare, poi mi sono ritrovata a occuparmi di effetti speciali. Sono entrata alla Mushi Production per caso, ero giovanissima ma ero già grande ammiratrice di Tezuka. Una mia amica trovò un annuncio su un giornale in cui la Mushi cercava personale e così mi sono proposta e mi hanno presa.”

Per lei non si è mai trattato di passare da un linguaggio all’altro, perché li ha sempre seguiti entrambi, alternando lavori importanti di animazione con produzione massiccia di tavole a fumetti: “In Giappone facevo illustrazioni e fumetti, ma per la maggior parte del tempo lavoravo sui cartoni animati, che pian piano mi hanno preso tutto il tempo! Lavoravo 18-20 ore al giorno. Poi sono venuta in Italia perché la Mushi fallì, Tezuka era un genio ma amministrativamente era un disastro, e prima di rimanere senza lavoro volevo vedere l’Italia e la Francia, e così sono partita, sono stata a Parigi per tre anni e poi mi sono fermata qui, mi sono sposata. Alla fine degli anni ’70 c’è stato il boom dei cartoni animati giapponesi. Poi si sono diffusi i pirata, giornalini con personaggi giapponesi con storie originali che però non pagavano le licenze ufficiali. Poi ho cominciato a lavorare per la Lanterna Magica, e per dei lungometraggi. Ma anche queste realtà poi sono fallite.”

Nonostante e esperienze nell’animazione, il desiderio però era sempre quello di disegnare: “Il mio desiderio era quello di usare il disegno in ogni forma e in ogni linguaggio. L’unica difficoltà che ho trovato è stata nel cambio di mercato, qui in Italia mi chiedevano dei criteri anatomici per il disegno diversi rispetto a quelli dell’animazione e dell’illustrazione giapponese.”

Dal caso che ha portato Yoshiko a lavorare in uno dei più grandi studi di animazione della storia del Giappone, all’esperienza di Gatignol, che invece racconta: “Quando ho capito che volevo fare animazione, ho provato ad entrare in una scuola ma non ero abbastanza bravo. Così per prepararmi per l’esame d’ammissione ho partecipato ad altri corsi di grafica e direzione artistica e così ho deviato il mio cammino. Non ho più fatto lo studente, li, ma ho tenuto qualche corso da insegnante, poi. Uscito da quella scuola ero preparato a fare comunicazione e pubblicità, ma io volevo fare animazione, e così mi sono infiltrato al festival di Annecy di nascosto, dalle transenne.”

Come nel migliore dei romanzi di formazione, il giovane Bertrand: “Lì ho cercato di incontrare persone a cui proporre un progetto. Era il periodo in cui si stava cominciando a diffondere l’animazione in 3D e il mio stile ispirato a quello giapponese, molto realistico, mi ha aiutato a entrare in contatto con piccoli produttori che ora sono diventati molto importanti. Così ho cominciato, tra televisione e progetti di character designer, da qui sono passato al disegno e al fumetto e ora mi sembra di essere più bravo a fare fumetti che a fare animazione.”

Per Davide Toffolo invece è stata un’idea, un progetto nato nella sua mente e concretizzatosi con un incontro fortunato con un animatore che gli ha consentito di dare concretezza a quella idea: legare un’immagine animata a un gruppo musicale, i Tre Allegri Ragazzi Morti, senza l’intercessione di un volto fisico.

Non son un animatore, però ho avuto un’intuizione forse rubata ai Beatles, che è stata quella di mettere insieme musica e animazione – ha raccontato Toffolo – All’inizio mi dicevano che era impossibile, ma avevo bisogno di unire queste mie due anime. Questo incontro e il momento tecnico storico che permetteva di lavorare da casa, sia per l’animazione che per il fumetto, mi hanno permesso di realizzare il mio immaginario di Tre allegri ragazzi morti. Era una strada mai percorsa e davvero vincente, tanto che a un certo punto è arrivato un gruppo, I Gorillaz, che hanno sdoganato nel mondo questo stile. È stata la testimonianza che quello che volevo fare, ovvero legare la rappresentazione visiva di un gruppo a un’immagine completamente fumettistica e animata, era possibile.”

Tre realtà e tre storie differenti, tre modi di vedere l’arte del fumetto e dell’animazione, non solo come arte in sé ma come mezzi di espressione e comunicazione del proprio modo di essere e di vedere il mondo.