jake-gyllenhaal-source-code-rome-photo-call-07

“Se avessi un solo minuto a disposizione prima di morire certo non risponderei alle vostre domande! Chiamerei la mia famiglia e probabilmente vorrei mangiare un piatto di pasta!” E’ Jake Gyllenhaal a parlare, arrivato questa mattina a Roma per presenziare alla conferenza stampa di Source Code, insieme al regista Duncan Jones.

Nei suoi due film Jones ha parlato attraverso un universo claustrofobico di uomini alle prese con eventualità straordinarie, ed in entrambi i film (Moon, il primo è del 2009) il regista dimostra il suo amore per la fantascienza: “Ho letto e visto tanto rispetto alla fantascienza, mi piace molto. In realtà quello che maggiormente mi piace non è la tecnologia avanzata che nella fantascienza è padrona, ma come i personaggi dello sci-fi si approcciano a questo mondo così tecnologico”.jake

Anche per Gyllenhaal lo sci-fi è un genere interessante, tuttavia, quello che nel film gli è risultato più difficile è stato calarsi nella storia d’amore perché “immaginare che al posto del green screen ci fosse una capsula nella quale mi dovevo muovere è stato più facile del previsto. Infondo è il lavoro dell’attore ad esigere una buona immaginazione e poi lo facevo anche da piccolo quando immaginavo di far parlare gli oggetti!”

Jake sei abituato ai paradossi temporali, sia con Donnie Darko che con Prince of Persia, come ti sei rapportato a quest’altro ruolo sospeso nel tempo? Gyllenhaal: “Le dinamiche temporali così contorte offrono una tensione naturale nel film, per cui l’attore in un certo senso è facilitato nel suo lavoro. In più quella temporale è una dimensione universale e per me lavorare a questo film è stato un completamento del lavoro cominciato con Donnie Darko. Sono passati 10 anni, e mentre quel film ha segnato il mio passaggio dall’infanzia all’adolescenza, Source Code mi ha fatto lasciare l’adolescenza e sono diventato adulto.” Il film, pur parlando di un software che viene utilizzato dall’esercito in maniera non proprio etica sui suoi militari non ha alcuna intenzione antimilitaristica. “Non ci ho affatto pensato – dice Jones – anche perché rispetto molto chi si arruola e pensa di fare il proprio dovere per il bene comune proteggendo i civili. Il protagonista del film è proprio uno che ha fatto la sua parte!”.

Ma numerose sono state le dichiarazioni reciproche di stima dei due artisti, e mentre Jake ha dichiarato che “dopo i primi 20 minuti di Moon ho deciso che avrei lavorato con quel regista, non importava come sarebbe finito il film”, Duncan è sembrato davvero entusiasta di essere stato tirato dentro al progetto proprio da Gyllenhaal con il quale probabilmente lavorerà ancora.

Questo film mostra la messa a punto di una macchina che può, in via teorica, offrire un valido aiuto contro il terrorismo. Cosa ne pensa a 10 anni quasi da quel tragico 11 settembre che ha ferito l’America? Jake: “Nella maggioranza dei casi la violenza non è necessaria. Sarebbe bello poter inventare davvero un programma che ci permettesse di essere nel corpo di qualcun altro, magari più in gamba di me, una persona su quegli aerei, o in quei palazzi, o nella centrale nucleare in Giappone, o in qualunque altro posto, ma non è possibile. Quei momenti sono terribili e il solo ricordo mi riempie di dolore.”