Con Orphan, presentato in concorso alla Mostra del Cinema di Venezia, László Nemes prosegue la sua esplorazione dei traumi del Novecento attraverso uno sguardo intimo e radicalmente soggettivo. Il film, ispirato all’infanzia del padre nella Budapest degli anni Cinquanta, racconta la storia di un ragazzo e della sua ricerca di identità in un mondo segnato dalla perdita e dalla frammentazione familiare. «Perché adesso? Perché questo è il momento in cui sono riuscito a fare il film – ci ha spiegato il regista, che abbiamo incontrato per una chiacchierata -. Avrei potuto girarlo anche prima, ma c’è stato il coronavirus e ci è voluto tempo. Credo però che sia una storia universalmente umana, che attraverso una vicenda personale porta alla luce qualcosa di fondamentale sui traumi del ventesimo secolo e sull’esperienza di cercare un padre, dei genitori, di avere o non avere genitori, di vivere in famiglie spezzate ed essere soli al mondo. È molto, ma è anche qualcosa che mi ossessiona dall’infanzia, perché è la storia di mio padre».
Il regista sottolinea come il peso della Storia resti presente ancora oggi: «Pensavamo di poterla superare. Siamo qui a Venezia, sembra lontana, ma non lo è. Leggete Morte a Venezia: le cose accadono nei luoghi più belli del mondo, eppure sono molto più difficili». Nemes lega questa riflessione a una tendenza universale della civiltà umana: «Abbiamo questa abitudine di dividerci: noi siamo i buoni, loro i cattivi; noi siamo al sicuro, loro sono quelli che moriranno. Pensiamo che la morte non ci riguarderà. Internet non ha aiutato, ci ha resi ancora più inclini a questa divisione. Viviamo in tempi difficili».
Al centro del film c’è il lavoro con un giovanissimo protagonista, accolto con entusiasmo dal pubblico. «Abbiamo fatto un enorme casting a Budapest, abbiamo visto migliaia di self tape e fatto centinaia di provini – racconta Nemes -. Quando ho visto per la prima volta il video del bambino che poi è diventato il protagonista, con il suo cagnolino che gli girava intorno, ho capito che aveva carisma. Era come un mini-adulto, con tante difficoltà personali alle spalle, ed è molto intelligente. Quando abbiamo letto la sceneggiatura non gli ho dato le ultime dieci pagine, non volevo che conoscesse il finale. Eppure aveva domande su ogni singola battuta: “Qual è la mia motivazione qui? Perché lo faccio?”. Voleva sapere tutto. È stato un dono lavorare con lui, ha portato la sua intensità, la sua energia, perfino la sua rabbia».
Come già accaduto con Il figlio di Saul e Sunset, anche Orphan adotta un punto di vista unico, immerso nello sguardo del protagonista. «Prima di tutto, amo i film che hanno un solo punto di vista – spiega Nemes -. Molti dei film che amo, anche grandi film hollywoodiani degli anni Settanta, hanno un solo punto di vista. Credo che questo porti verità, la verità dell’individuo. Non voglio dare al pubblico troppe informazioni a cui il protagonista non ha accesso. Sono sempre più toccato da ciò che è realmente accessibile a un essere umano. Siamo qui, non altrove. Internet ci dà l’impressione di essere ovunque, ma non è così. Raccontare una storia a livello umano è ciò che porto dentro».
Il film nasce da un intreccio tra ricordi familiari e immaginazione: «Avevo un background familiare a cui tornare, anche se mia nonna non è più viva e sempre meno persone conoscono direttamente quella storia. Mio padre sì, quindi ho parlato molto con lui. Ho integrato elementi che volevo aggiungere e ho unito la realtà del passato con la realtà della mia immaginazione. Le fondamenta sono la storia di mio padre, ma poi ho fatto molte ricerche, guardato fotografie, cercato di capire. Allo stesso tempo ho ascoltato il mio cuore, per ricreare ciò che sentivo dentro. È un film molto soggettivo».
Quando gli si chiede se ci sia un messaggio politico, Nemes risponde con cautela: «Non sono mai direttamente politico. Forse c’è del sottotesto, ma quello che faccio è lasciare abbastanza libertà e spazio allo spettatore, così che l’esperienza diventi personale. Credo che anche questo sia una dichiarazione politica indiretta. Per me la domanda centrale è sempre: cos’è umano e cos’è anti-umano? È una questione morale. Gli esseri umani sono insieme buoni e cattivi, ed è importante non dimenticarlo».
Come nei suoi lavori precedenti, anche qui il regista ha scelto la pellicola. «Amo la pellicola. Quando guardo il video è una delusione. Il digitale va bene, ma il vero cinema è il 35mm. Se spegniamo tutto e affidiamo ogni cosa alle macchine, finiremo in un mondo molto triste. La pellicola obbliga a prendere decisioni, a disciplinarsi. Il cinema è prendere decisioni, e perderlo significa ridursi a qualcos’altro. Sono orgoglioso di poter mostrare il film in 35mm: metà del tempo sei nel buio, sei con te stesso, con il tuo inconscio. Perdere questo sarebbe davvero triste: rimarrebbero solo pixel, informazioni».
Un’attenzione particolare è stata data alla fotografia. «Con il mio direttore della fotografia abbiamo guardato molte immagini a colori degli anni Cinquanta, Sol Leiter, Ernst Haas. Fotografie molto umane ma piene di strati. Volevo intrecciare durezza e delicatezza, come nell’infanzia: la vita durissima di un bambino abbandonato, ma anche una qualità magica. Per questo abbiamo cercato bianchi e neri autentici, senza quelle tonalità gialle del digitale, e colori primari forti, con il rosso che spiccasse».
Il film, però, non rinuncia a una dimensione più leggera: «Sono io stesso un bambino traumatizzato, cresciuto negli anni Ottanta in Ungheria, in un periodo difficile. Mi sentivo solo e abbandonato, e ho voluto portare qualcosa di quel mondo interiore sullo schermo. Ma credo che ci siano anche momenti di leggerezza: nel film ci sono scene divertenti, momenti di stupidità umana su cui si può ridere. Tutte le buone commedie, però, hanno un nucleo tragico. E penso che sia lì che la vita diventa più vera».