lontano lontano

Presentato presso la Casa del Cinema di Roma il nuovo film di Gianni Di Gregorio, Lontano lontano, che dopo l’ottima accoglienza al Torino Film Festival, arriva in sala dal 20 febbraio. La vicenda ruota attorno a tre arzilli vecchietti che decidono di rifarsi una vita all’estero, per poter vivere più dignitosamente con le loro magre pensioni e alla preparazione del viaggio che li condurrà verso un nuovo inizio. Ne parlano il regista, sceneggiatore e attore assieme a un altro dei tre protagonisti, Giorgio Colangeli e al produttore Angelo Barbagallo.

 

Lontano lontano – Il ricordo di Ennio Fantastichini

L’incontro è anche l’occasione per ricordare Ennio Fantastichini, recentemente scomparso, terzo membro dell’eccentrica compagnia, che lascia un’ultima interpretazione di grande valore coniugando leggerezza e spessore. Così lo ricorda Angelo Barbagallo: “È straordinario per chi conosceva Ennio ritrovarlo nel film per come era davvero. Il suo personaggio ha proprio i tratti fondamentali del suo carattere: la generosità, un po’ la follia. Era esattamente così. Quando ho letto la sceneggiatura, ho chiesto subito a Gianni, che non aveva mai lavorato con Ennio, se lo conosceva. Perché aveva scritto come se ci fosse andato in vacanza insieme. È una testimonianza toccante, commovente, non solo dal punto di vista personale, ma anche di che grande attore sia stato”.

Giorgio Colangeli ricorda invece il provino per Lontano lontano che fece proprio assieme a Fantastichini, di cui lo colpiva il carattere estremamente espansivo: “Nel secondo provino che ho fatto c’era anche Ennio, che conoscevo poco […] Con Ennio non era possibile sottrarsi perché era talmente espansivo, quasi aggressivo. Ricordo ancora un viaggio Roma-Torino in treno che mi capitò di fare con lui e Alessandro Haber. Non sono riuscito a dire una parola. È stata un’esperienza. Parlavano tutti e due insieme senza sosta”.

Di Gregorio e la genesi di Lontano lontano

Il regista illustra poi come l’idea del film e la sceneggiatura siano nate da una chiacchierata con l’amico Matteo Garrone, che lo ha incoraggiato a raccontare la storia di un pensionato povero in cerca di una vita migliore all’estero. Sulle location e sull’ambientazione romana precisa: “C’erano cento location in questo film. Sembra facile, in realtà è stato complicatissimo muoverci a Roma coi mezzi. Io avevo anche delle paure personali, perché lì io abito, quelli sono i luoghi che frequento, il bar San Calisto. Mi conoscono, c’è chi si mette in mezzo. Però è un posto dell’anima. […] Era tutta la vita che volevo girare a piazza Santa Maria in Trastevere. Filmare quei luoghi è stata un’emozione. […] Sono i luoghi di Roma che tutti riconoscono, anche all’estero”.

Sulla naturalezza del modo di raccontare di Di Gregorio, Barbagallo aggiunge: “Nel cinema di Gianni sembra ed è tutto molto semplice, essenziale. Con questo modo di mettere in scena le cose, lui si può permettere anche dei rischi. […] Spesso si procede per sottrazione, si evitano immagini troppo viste, consumate, “cartolinesche”. Qui abbiamo inquadrato addirittura il Colosseo. Ma nel suo modo di mettere in scena non c’è nulla di enfatizzato, è tutto molto naturale”.

All’esperienza di Di Gregorio nella scrittura si sono poi aggiunte le capacità attoriali del regista stesso e soprattutto di Fantastichini e Colangeli, lasciati liberi di contribuire con l’improvvisazione ad alcuni momenti del film. Così ne parla Colangeli: “Quanto alla propensione a improvvisare e integrare, nasceva dalla certezza di essere accolti reciprocamente, senza quelle perplessità che possono nascere nell’attore quando c’è un problema di rivalità, complicazioni che in questo caso non ci sono mai state […]. Abbiamo aggiunto qualcosa, ma ce lo siamo potuti consentire perché la sceneggiatura era forte. […] Sentirsi serviti da una scrittura molto circostanziata e precisa dà sicurezza. Altrimenti l’improvvisazione diventa confusione”.

A chi definisce Di Gregorio “il Kaurismäki di Trastevere” e gli domanda se si senta l’ultimo esponente di una certa romanità colta e misurata, e se il film non sia anche un elogio alla lentezza in tempi così frenetici, il regista risponde: “È un elogio della lentezza, sì. Io sono romano e devo dire che la lentezza non sempre aiuta. […] Ma è una cosa tipicamente romana la pigrizia ed è un aspetto che c’è in Lontano lontano. Al”interno di questo c’è anche la tolleranza romana, c’è la grande accoglienza di Roma, che abbiamo sempre avuto e che secondo me esiste ancora oggi. Io non credo di essere l’ultimo. Ancora c’è, in tutte le fasce sociali, uno zoccolo duro di gente che ama la semplicità, meno esposta forse alle sovrastrutture. Mi interessava parlare di gente semplice, che conserva però la dignità della natura umana e si muove cercando di fare meno danni possibile. Cerca di fare un po’ di bene, se si può. Poi la cosa che ci tenevamo a dire è che non si invecchia mai, di fatto. Se si vuole fare qualcosa, lo si può fare a settanta, forse anche ottanta anni. Questo non finirò mai di dirlo. Poi non so come vadano le cose, ma l’importante è provarci”.

Lontano lontano è prodotto da Bibi Film assieme alla francese Le Pacte e a Rai Cinema, distribuito da Parthénos.