Allo Spazio Fandango Incontro di Via dei Prefetti a Roma, Saverio Di Biagio, già aiuto regista di Daniele Vicari, ci presenta assieme a una rappresentanza del suo cast il suo primo lavoro da regista. Lo definisce “una commedia sentimentale che tratta temi universali”, con una particolare attenzione alla “vivacità di personaggi autentici” e alle “differenza di classe che la attraversano, ormai non più necessariamente economiche” . Assieme a lui intervengono, oltre ai protagonisti del film Michele Alhaique e Greta Scarano, Michele Riondino, Giorgio Colangeli e Veronica Corsi. Per la produzione, Alberto Leotti di MInollo Film, Massimo Di Rocco di Bartleby Film, Nicola De Angelis di DAP Italy e Valerio Mastandrea nelle insolite vesti di produttore per la Relief.

A Saverio Di Biagio, mi ha colpito leggere nelle note di regia il riferimento a un regista come Guédiguian, hai puntato subito in alto.

Saverio Di Biagio: “Se si prendono riferimenti, è bene che siano alti, poi li si segue e se si riesce a raggiungerli, tanto meglio. Più che alla “sua” Marsiglia, mi riferivo ai personaggi che racconta. Mi piacerebbe anche – come Guédiguian – avere un rapporto continuativo con un cast così meraviglioso, ad  esempio.

È stata una scelta coraggiosa quella di uscire in questo momento, si comincia a rompere il cliché che vuole che la gente non vada al cinema d’estate. Un commento dei produttori su questo.

Alberto Leotti: “I distributori hanno deciso di aspettare adesso per uscire, per cercare di avere un po’ più di spazio per stare in sala. (…) Ritengo sia una scelta valida e forse anche alternativa: vedo molti colleghi che uscendo d’inverno, schiacciati come sono dalle grandi produzioni di film importanti, molto spesso rimangono in sala solo due giorni e poi scompaiono. (…) Spero che la nostra scelta paghi e  (…) che gli italiani inizino ad andare al cinema anche un po’ d’estate”.

Al regista, avete fatto un film che a tratti è una commedia, ma si occupa anche di vari temi sociali legati all’attualità, anche perché tu hai un’esperienza di lavoro molto legata al racconto della realtà

S. D. B.: “Credo di aver fatto comunque una commedia. Ultimamente in Italia nel genere commedia confluiscono tanti film che io chiamo comici. Mentre i film non italiani che vengono definite commedie somigliano un po’ a questo.  Ma a prescindere dal genere, abbiamo fatto un film  in cui ho messo tutta la mia esperienza. Il film non è autobiografico, ma i personaggi li conosco tutti. (…) Ho tratto dalla mia esperienza delle caratterizzazioni, ho raccontala borgata, la periferia per come la conosco.

Michele Alhaique: “E’  una commedia ed è interessante perché non si risolve mai, un po’ come nella vita. Il motivo per cui Diego (il protagonista interpretato da Alhaique, ndr) intraprende una relazione non viene mai spiegato in maniera didascalica, così come i suoi sentimenti. Credo che nella vita ciascuno di noi viva quei momenti in cui è molto più facile rimandare una scelta piuttosto che prendere coraggio e farne una rischiosa. (…) Ciò che mi ha affascinato di più del mio personaggio è il suo essere introverso (…). È molto interessante e per me è stato molto difficile. (…) E’ un personaggio così imploso, che avevo sempre bisogno di un confronto con Saverio, (…) non ero mai pienamente consapevole di quello che stavo facendo”. Più in generale del film dice: “I personaggi non sono mai né completamente positivi, né completamente negativi”. Giudica poi interessante anche il fatto che non ci sia la volontà di far ridere a tutti i costi.

Greta Scarano, parlaci di quest’esperienza.

Greta Scarano: “Qualche Nuvola è il mio primo film per il cinema (…). È stata un’esperienza illuminante per me, abituata a lavorare in tv, dove i tempi sono molto più stretti e tutto è più veloce. Qui invece ho potuto dare spazio alle prove coi miei colleghi. Durante la lavorazione c’era tempo per rifare la scena, mentre in tv di solito è  “buona la prima”. E a chi le chiede se preferisce tv o cinema risponde solo: “Sono due linguaggi diversi. Se fai fiction devi essere sempre pronto.”

Michele Riondino, ti sei visto credibile nel ruolo di Don Franco, un po’ lontano dalle tue corde?

Michele Riondino: “Alla fine sì, ma quando Saverio me l’ha proposto non ci credevo. Poi abbiamo definito questo prete un po’ particolare, vecchio stile: quei preti di periferia molto fisici, dallo scappellotto facile. Adesso non se ne vedono più. Un ruolo buffo su di me.”. Mentre, a proposito di ruoli di tutt’altro genere dice: “Il lato oscuro l’ho messo un po’ da parte per ora, ma mi piacerebbe ritornarci.

Al regista, come hai lavorato?

S. D. B.: “Essenzialmente abbiamo lavorato sull’interpretazione. Fare un film in poche settimane, con un basso budget, vuol dire non avere tutto (…). Dovendo scegliere e avendo una troupe, dei collaboratori di cui mi fido ciecamente (…), ho pensato di lavorare di più con gli attori, che reputo la cosa più importante”. Ha cercato, così, di evitare quello che invece spesso accade: “spesso s’inseguono inquadrature o movimenti di macchina sconvolgenti (…) e poi al centro dell’inquadratura ci sono degli attori che non sanno nemmeno quello che devono fare”.

Giorgio Colangeli, molto amato dalla critica, anche per le sue parti da non protagonista che si fanno sempre notare. Questo è un personaggio molto tuo. 

Giorgio Colangeli: “Sì, è un personaggio molto mio. Di solito mi fanno fare il cattivo, questo invece era un personaggio molto nelle mie corde. È quel tipo di umanità che a me piace osservare con grande affetto e mi porto dietro tutta una serie di modalità adatte a rappresentarla. (…) Viene a chiedersi se un personaggio di questo genere è ancora attuale, se esiste”. Ad ogni modo, afferma: “Il fatto di averlo scritto e portato alla luce rappresenta (…) anche una specie di nostalgia di un certo tipo umano che si sta perdendo. È un finto forte, (…) un burbero dai modi spicci e che perciò può sembrare forte, ma poi in famiglia è quasi costretto all’angolo (…), uno di quegli uomini un po’ tartassati”. E riguardo alle vicissitudini sulla realizzazione del film commenta: “La sceneggiatura mi era piaciuta fin dall’inizio. (…) Ci è voluto molto tempo per realizzarlo (…): con una sceneggiatura scritta nel 2004, che ha avuto diverse vicissitudini ed è stata girata nel 2010 (finalista al premio Solinas 2004, quindi non una sceneggiatura qualunque). Anche questo è istruttivo e forse merita una riflessione”.

A Mastandrea, una sceneggiatura talmente vera, con battute molto romane, al punto che quasi in certi dialoghi sembra di sentirci la tua voce. Hai contribuito in qualche modo alla stesura, hai dato qualche “pennellata”?

Valerio Mastandrea: “No, non ho messo nulla”.

S. D. B.: “Però mi ha prestato i pennelli (ride)”.

Dal 2004 al 2010,  cos’è cambiato, e tu hai cambiato qualcosa nel film?

S. D. B.: “L’ho dovuta attualizzare diverse volte, l’ultima poco prima di girare. Innanzitutto, sono cambiato io. Ero meno maturo, non avevo un figlio e un mutuo da pagare. Tutte cose che finiscono anche sul lavoro”. E sull’apporto di Mastandrea: “Valerio è entrato nella scrittura perché comunque immaginavo il film su di lui. Poi abbiamo un rapporto d’amicizia, sono stato anche suo aiuto regista e mi ha aiutato a farlo per quello che poteva. Ha messo un braccio generoso sul progetto”.

Valerio Mastandrea: “Questo film e la carriera di Saverio possono essere un pretesto per fare un discorso un po’ più critico (…),  per analizzare un po’ la situazione. Saverio è stato un aiuto regista dei migliori che abbiamo in Italia e quello è un mestiere che si sta perdendo. (…) E’ l’anima di un film e io continuo a sperare che non muoia. Dopodiché, (…) Saverio ha fatto un film come regista. Quando un ragazzo fa un’opera prima, questa è la cosa più bella del mondo. In realtà, purtroppo, vista la tutela di cui non godono le opere prime nel nostro paese – lo dico avendone fatte tante (…) – il percorso che fanno è sempre lo stesso, soprattutto in termini di fruizione, che è la cosa più importante”. Ossia, spiega, non si fa in modo che abbiano la visibilità e il risalto che invece meritano: “un’opera prima dovrebbe avere per legge il diritto ad essere vista, perché rappresenta l’investimento maggiore che un paese può fare sul proprio cinema”. Vista in quest’ottica, un’uscita nel periodo estivo, in cui il pubblico frequenta poco le sale cinematografiche, potrebbe essere penalizzante. E sulla volontà espressa da molti operatori del settore cinematografico di allungare la stagione anche al periodo estivo, commenta con disincanto: “Sono tanti anni che sento parlare del tentativo di allungare la stagione. Ci crederò solo quando vedrò dei film italiani abituati all’incasso che escono il 5 luglio”. E non risparmia neppure un commento su quella che definisce: “la fine delle sale cinematografiche in Italia: la chiusura delle sale in centro città, che (…) invece oggi possono rappresentare una risorsa interessante, per il nostro cinema soprattutto.” Insomma, una visione non certo ottimistica, come con ironia e autoironia ammette anche lo stesso Mastandrea in chiusura del suo intervento: “Quindi, diminuiscono le sale, s’allunga la stagione, la gente al cinema nun ce va più, volevo darvi quest’apporto d’ottimismo e augurare a Saverio una fortunata carriera”.

Si respira molto l’aria della commedia all’italiana in questo film. Ci sono stati i riferimenti a registi del passato?

S. D. B.: “Grazie alla Rai  che d’estate dava i cosiddetti film in bianco e nero, io sono cresciuto con i film di Emmer, Castellani, Risi, Germi. (…) Poi sono cresciuto in una famiglia che è un po’ una commedia”.

Dov’è stato girato il film?

S. D. B.: “Io sono nato e cresciuto e poi scappato da Morena (…). Era una periferia senza asfalto e luce, con poco. Adesso è diventato un posto bello dove andare a vivere perché la casa l’ha costruita la gente, a misura d’uomo, senza speculazioni edilizie o di nessun genere. E questo nel film c’è, ci sono i buoni sentimenti, ma non scontati. Però abbiamo girato al Quadraro, perché la periferia da dove vengo adesso è diventata un quartiere residenziale, e poi a Trastevere per la parte che riguarda casa di Viola (il personaggio interpretato da Aylin Prandi ndr)”.

Raccontateci qualcosa di più sulle vicissitudini che hanno portato dal 2004 al 2010 per la realizzazione del film, e poi al 2012 per l’uscita.

Di Biagio spiega perché per produrlo ha scelto due amici: “Pur conoscendo tanti produttori ho deciso di affidarmi a degli amici, Alberto Leotti e Massimo Di Rocco, perché volevo un approccio amichevole a questo film, perché era una storia semplice che andava raccontata in maniera delicata”.

A L. : “Voglio menzionare Rai Cinema e Nicola ( De Angelis di DAP Italy ndr) che ci hanno aiutato (…). Questo era un po’ un esperimento in Italia: riuscire a mettere insieme diverse persone, ognuna delle quali desse un piccolo contributo. Non mi capita di vederlo così spesso (…). Un altro esperimento oltre a quello dell’uscita estiva. Spero che a forza di sperimentare, qualcosa di buono venga fuori”.

Massimo Di Rocco concorda: “Credo questo sia l’unico modo di portare a visibilità piccoli film”, ossia coinvolgere piccoli produttori in un lavoro collettivo, “È d’obbligo farlo quando si hanno di fronte sceneggiature del genere. È giusto dare il proprio contributo, mettere una fiche”.

Il film è stato presentato a Venezia nella sezione Controcampo, di solito le pellicole escono subito dopo, invece è passato un altro anno.

S. D. B.: “In occasione della partecipazione al Festival di Venezia avevamo già detto, assieme a Gianluca Pignataro, responsabile distribuzione per Fandango,   che il film non sarebbe uscito prima di aprile (…). Ad oggi mi sembra che questo sia il modo migliore per dare risalto a un film del genere. Se fossimo usciti con altri quattro film italiani, oggi qui saremmo stati in tre. (…) È una strategia”.

La pellicola uscirà mercoledì 27 giugno  in tutta Italia: a Roma in circa dieci copie, mentre saranno tra le 50 e le 55 a livello nazionale.