In uscita nelle sale il 15 gennaio, Rental Family – Nelle vite degli altri (leggi qui la nostra recensione) è il nuovo film diretto da Hikari, che porta sul grande schermo una storia unica ambientata nel Giappone contemporaneo, con un cast internazionale guidato dal premio Oscar Brendan Fraser. Il film esplora un insolito servizio di noleggio familiare, in cui attori vengono assunti per ricoprire ruoli di parenti o amici, traendo spunto da una realtà già presente in Giappone. In questa intervista esclusiva, Fraser ci racconta la sfida di recitare in due lingue, il rapporto con il suo personaggio e l’esperienza di immergersi nella cultura giapponese, offrendo uno sguardo intimo sul processo creativo e sul significato più profondo del film.
In Rental Family – Nelle vite degli altri parli sia inglese che giapponese. Quanto è stato difficile imparare e recitare le tue battute in due lingue senza perdere il tono emotivo della storia?
Il giapponese è una lingua difficile da imparare. Quindi, naturalmente, ho preso delle lezioni private. Per un paio di mesi sono stato uno studente mediocre. Quando sono arrivato a Tokyo per girare il film, quello che dovevo fare per interpretare il ruolo mi è sembrato chiaro solo quando ho iniziato a provare le scene con gli altri attori. Ho imparato più facilmente quando ho smesso di “recitare” e mi sono concentrato sul significato delle parole invece che sulla loro pronuncia. Alla fine, le emozioni, i sentimenti e il motivo per cui dici quello che dici, sono più importanti del come lo dici. La mia speranza era solo quella di sembrare a un madrelingua giapponese come un espatriato che ha vissuto a Tokyo per almeno sette o otto anni.
Nella tua carriera hai avuto grandi successi, hai vinto un Oscar, ma continui anche a dover affrontare numerosi ostacoli. Questo ti ha permesso di identificarti con il tuo personaggio?
Per Rental Family sono un attore che interpreta un attore, Phillip. Lui non è molto bravo, non recita Shakespeare, per capirci. È la mascotte di un’azienda produttrice di dentifricio, che per lui è stato un buon lavoro, gli ha permesso di avere un po’ di soldi in tasca e lo ha reso famoso su Internet per un po’. Forse non voleva quel tipo di attenzione, ma l’ha ottenuta che lo volesse o no. E poi è svanita nei successivi anni. Quindi, quando lo incontriamo, sì, recita in mediocri serie poliziesche prodotte in Corea e interpreta il ruolo del bianco di turno, se mai lo interpreta. Forse questo risuona in qualche modo con la mia carriera, ma non ho appositamente cercato un ruolo del genere. Quello che ho fatto è stato identificarmi con il suo bisogno di appartenenza e la sua capacità di andare d’accordo, di integrarsi, di fare del suo meglio per diventare uno del posto, per quanto possibile, perché, come gli dice il personaggio di Mari Yamamoto, tu sei uno straniero. Sarai sempre uno straniero. Potresti vivere qui per cento anni e comunque non capiresti. Avresti ancora più domande che risposte. E lui riconosce che è vero, con l’avvertenza che è disposto a provarci. In questo mi sono ritrovato molto.

Da un punto di vista europeo, questo concetto di agenzia che fornisce attori come familiari o amici sostitutivi per sconosciuti risulta piuttosto bizzarro. Qual è stato il tuo primo pensiero su questo concetto di business e, ovviamente, sull’accettare il ruolo?
Il titolo da solo ha attirato la mia attenzione. Cos’è una Rental Family, una famiglia a noleggio? Voglio dire, si può comprare una famiglia? Esiste un programma di leasing per acquistare una famiglia? Mi ha fatto venire voglia di saperne di più. Quindi, naturalmente, ho letto la sceneggiatura e sono rimasto deliziato da quanto fosse complessa, interessante, unica, ovvia e contraddittoria, e da come si distinguesse da gran parte del materiale che avevo visto. Sono d’accordo che per un europeo o un americano, l’idea di assumere un attore, un sostituto che faccia da membro della tua famiglia è piuttosto insolita. Ma poi ho incontrato Hikari. In Giappone, come mi ha spiegato lei, attualmente ci sono circa 300 aziende che gestiscono agenzie di noleggio familiari, e sono presenti dal 1980. Nel film si sottolinea anche che in Giappone i problemi di salute mentale sono stigmatizzati in una certa misura. Ed è sempre più facile sentirsi soli in luoghi così affollato come Tokyo, Berlino, Londra, New York o qualsiasi altra parte del mondo. Quindi, la soluzione alternativa alla classica terapia è quella di avere un surrogato, un attore che sostituisca il protagonista, e il fatto che sia tutto finzione è parte del motivo per cui sono in grado di farlo, perché sanno che non è reale. Ma c’è comunque qualcosa che li influenza e che è significativo per loro. Anche se è finzione. Questa idea mi piace. La trovo utile. E anche dal punto di vista drammatico, la premessa del film porta questa relazione un po’ oltre, permettendo al protagonista, Phillip, di sostituirsi al padre scomparso da tempo di una bambina, assunto per mantenere le apparenze di una famiglia con due genitori, in modo che lei possa superare l’esame di ammissione a una scuola prestigiosa. E questo solleva questioni etiche, questioni morali su cosa significhi non essere del tutto sinceri con un bambino, forse addirittura mentirgli spudoratamente. Questo dilemma è il punto in cui il film si colloca, tra la finzione e la realtà. È in quell’area che esploriamo che ripongo la mia fiducia in Hikari per guidare la storia. Personalmente, se fa del bene, non ci vedo nulla di male.
Nel film il tuo personaggio è un attore che dà speranza alle persone sole, proprio come tu hai ispirato un’intera generazione di spettatori con il tuo film. La mia domanda è: credi che stabilire questo tipo di connessione sia uno dei compiti dell’attore e, se sì, come cerchi di farlo?
Sì, credo che sia possibile attingere dalle proprie esperienze e utilizzarle in modo creativo. Se questo ti aiuta a svolgere il tuo lavoro di attore, allora è lecito farlo. E quello che non sai, lo inventi. Come forma d’arte, alla fine si tratta di raccontare una storia. Che sia vera o meno, è il risultato di ciò che provi quando esci dal cinema, è il motivo per cui li facciamo, il motivo per cui lo facciamo. So che l’intenzione più speranzosa di Hikari nel realizzare questo film era quella di colmare il divario, se possibile, se l’arte può farlo in questo mondo sempre più sintetizzato di connessioni false. In un mondo sempre più diviso, voleva creare un’opera che parlasse di autentiche connessioni umane e vedere se fosse possibile, e sostenerla con la premessa di un’azienda che invia i suoi talenti, attori e performer, a clienti che non sono stati in grado di affrontare la realtà per aiutarli… era questa l’intenzione del film.

È stato difficile trovare l’equilibrio tra dramma e commedia?
Lo è sempre. Ecco perché ci si affida a un regista. E Hikari ha un talento particolare in questo. Ne è valsa la pena. Non c’è nessun passo falso nella struttura. Ad esempio, quanto è stato bello alla fine quando i due “avvocati” arrivano per salvare Philip che è stato arrestato e poi compare anche il loro collega, che avevano appena abbandonato. Lui entra dalla porta, dopo aver avuto un ripensamento su ciò che era giusto fare, interpretando il ruolo di un detective. E i tre hanno così quel momento in cui si conoscono ma devono fingere di no, visto che stanno interpretando dei ruoli. È come se si puntassero il dito l’uno contro l’altro, come in quel meme di Spider-Man. Ogni pubblico che ho visto in quel momento ha reagito in modo così divertito ed è così incoraggiante per me perché ottenere quel tipo di risposta è un successo. Bisogna portare il pubblico in un viaggio. Bisogna stabilire delle premesse e poi trasportarlo e infine ripagarlo. E non si tratta di pirotecnica. Non si tratta di CGI. Non si tratta di trucchi, ma si tratta solo di recitazione. E c’è qualcosa di ancora più potente in questa possibilità che mi ricorda perché amo il mio lavoro.
Cosa ti manca di più dell’esperienza in Giappone?
Tutto. Vorrei tornarci presto. Mi ha fatto capire che, per quanto io possa sentirmi diverso in Giappone, per quello che sono, per la mia altezza, non ricordo di essermi mai sentito incluso in modo così autentico e genuino come durante il tempo che ho trascorso lì. Poi, quando eravamo lì per le riprese la fioritura dei ciliegi era in ritardo. Così abbiamo dovuto rinviare la scena che la prevedeva e quando la fioritura c’è stata abbiamo dovuto girare così in fretta per coglierla che non siamo riusciti a godercela. Quando abbiamo terminato le riprese tutti i fiori erano già spariti e questo mi ha reso malinconico, per quanto siano effimeri, temporanei, ma belli. Mi ha fatto venire voglia di tornare a vederli di nuovo, stavolta con più calma.
Se potessi assumere qualcuno per interpretare un ruolo nella tua vita, quale sarebbe?
È facile. Sono il quarto di quattro figli maschi. Quindi ho sempre desiderato avere una sorella e sarebbe questa la mia scelta.
