In occasione dell’uscita al cinema di Rental Family – Nelle vite degli altri (leggi qui la nostra recensione), abbiamo incontrato la regista Hikari per parlare di questo film che unisce cultura, empatia e relazioni umane in un modo unico. Il film racconta la storia di Philip, un uomo straniero che si immerge nel mondo delle “famiglie a noleggio” di Tokyo, e lo fa grazie a interpreti straordinari come Brendan Fraser, che ha affrontato l’esperienza con entusiasmo e dedizione, e la giovane Shannon Mahina Gorman, alla sua prima esperienza sul set.
Nel corso dell’intervista, la regista ci svela come è nato il progetto, quanto sia stato stimolante lavorare con Fraser, e l’importanza di portare sullo schermo un ritratto autentico di Tokyo, città che diventa essa stessa protagonista. Si parla anche di ispirazioni cinematografiche, del delicato equilibrio tra realtà e finzione, e del messaggio finale del film, un invito a riscoprire il valore dei legami, sia familiari sia scelti, nella vita di ciascuno.
Quanto è stato difficile convincere Brendan Fraser a partecipare e com’è stato lavorare con lui?
In realtà sono stata davvero fortunata. Non ho dovuto convincerlo. Ha letto la sceneggiatura, la storia lo ha davvero colpito, quindi si è detto interessato a incontrarmi. Ci siamo visti, abbiamo parlato per sei ore e il gioco era fatto. Lui era molto interessato al concetto del rental family, voleva capirlo meglio e quando lo abbiamo approfondito ha semplicemente esclamato: “Wow, non ne avevo mai sentito parlare”. A quel punto ha accettato di partecipare.
Per quanto riguarda il lavorare con lui, è stata una gioia immensa. Devo dire che è una persona disposta a provare qualsiasi cosa e molto aperta ai suggerimenti. Lui non parlava il giapponese, e ha seguito quattro o cinque mesi di lezioni per impararlo, ed è incredibile avere un partner così, di cui ti fidi e che si fida di te al 100% per intraprendere questo viaggio, perché non è facile andare in un paese così diverso da quello in cui sei cresciuto, ma lui era così coinvolto e aperto che lo rifarei senza esitare, onestamente.

Perché era importante per te avere qualcuno, uno straniero, che osservasse una cultura che non conosce bene.
Quando sono arrivata negli Stati Uniti per la prima volta, ero una studentessa in scambio culturale nello Utah e ho vissuto l’esperienza di essere l’unica “straniera”, ma in quel periodo ho conosciuto tanti amici fantastici che ancora oggi fanno parte della mia vita. Sono passati più di 30 anni e quelle amicizie che sono riuscita a costruire e il legame che sono riuscita a instaurare è stato sempre fondamentale. Volevo riproporre quest’idea, perché per me – anche se provieni da una cultura o da un background differente o hai un colore della pelle diverso – se sei aperto a questo scambio, può davvero essere un modo per rendere il mondo un posto migliore, in un certo senso. Quindi volevo portare questa idea in questo personaggio. Se continueremo a mettere in pratica questa apertura nei confronti degli altri, un giorno, in futuro, potremo allora rendere questo posto un po’ migliore di com’è ora.
Com’è stato invece il rapporto con il resto del cast, in particolare con una bambina attrice di grande talento come Shannon Mahina Gorman.
Shannon non aveva mai recitato prima. Quindi le ho chiesto solo di imparare bene le battute e ascoltare attentamente gli altri. Lei ha poi incontrato Brendan prima che iniziassimo le riprese, ma in realtà non hanno costruito un vero legame, perché volevamo che fosse una relazione nuova per entrambi. Solo dopo che abbiamo iniziato le riprese, hanno passato molto tempo insieme e sono riusciti a connettersi a un livello più profondo. Il personaggio di Akira Emoto, che è un attore leggendario in Giappone, ha invece avuto più libertà di improvvisazione. Quindi la sfida è stata quella di trovare l’equilibrio tra queste diversità sul set, anche in post-produzione, nel montaggio. È stata una cosa che ho trovato davvero divertente, costruire una storia attorno a tutto questo.
Quanto era importante per te rendere la città stessa un protagonista, perché il film non sembra solo una storia sull’importanza della vicinanza umana, ma anche una lettera d’amore per Tokyo.
Dato che questa attività di famiglie a noleggio esiste specificatamente in Giappone e non conosco nessun altro Paese che offra tale servizio, per me era importante ambientare il film a Tokyo. Però volevo anche che il personaggio di Philip, che non è giapponese, attraversasse davvero la città e le sue particolarità. Speravo che il pubblico non giapponese potesse così immedesimarsi meglio nei panni del personaggio di Brendan, ed esplorare quel mondo e capire cosa si prova a vivere in quel paese. Poi, certo, involontariamente è anche una lettera d’amore a Tokyo, perché ci sono parti di quella città che amo e che volevo condividere con il pubblico. Ma non è stato poi troppo intenzionale, questo aspetto è emerso solo nel corso delle riprese.

Hai girato ogni scena in modo splendido, dalla scena dei fiori di ciliegio a quella del matrimonio, ma senza che tutti questi scenari sembrassero solo delle “cartoline”. Quanto è stato difficile?
Prima di diventare un regista mi occupavo principalmente di fotografia. Per me era però importante concentrarmi sul personaggio. Quindi, tenendo questo a mente, ho ragionato su quale fosse il percorso emotivo migliore da seguire, dove posizionare la cinepresa, che tipo di obiettivi usare. Era poi sempre importante dove si trovavano i personaggi di Philillip o Mia all’interno dell’inquadratura, come si sentivano, come comunicavano tra loro e poi io e il direttore della fotografia abbiamo adattato tutto il resto a loro.
Il tuo film è ispirato a una situazione reale in Giappone, ma ci sono cose che ricordano il film Lost in Translation. È possibile? O ci sono altre ispirazioni cinematografiche?
Con Lost in Translation il mio film condivide un protagonista che si ritrova in Giappone e lo vive con le difficoltà di chi non è avvezzo a quella nuova cultura. Ma un altro film che mi ha ispirata è stato Vi presento Toni Erdmann. Parla di una storia tra padre e figlia e il personaggio di Tony fa delle cose completamente assurde. Quindi guardando lui ho pensato: “Wow, e se il personaggio di Philip fosse così?”. E poi c’è un altro film, Il funerale di Jūzō Itami. Parla dei rapporti familiari ed è molto divertente, ma è anche molto cupo. Lo definirei una commedia dark sui giapponesi che esaminano i rapporti familiari della loro cultura attraverso un funerale. Un aspetto che ho voluto approfondire con Rental Family.

Dopo aver lavorato a Rental Family, pensi in modo diverso alla famiglia e a come si può formare un costrutto del genere?
Penso che ogni membro della famiglia, compresa la mia, non abbia mai un rapporto perfetto come quello che si vorrebbe far credere. Sono stata cresciuta da mia madre single e mio padre non c’è mai stato. Mi è mancata la presenza di un padre? Non saprei, perché non sono cresciuta con lui, ma quando l’ho incontrato era una persona con cui non riuscivo a relazionarmi. Quindi, se qualcuno mi chiedesse chi vorrei assumere come famiglia a noleggio, probabilmente direi un padre, perché vorrei sistemare il mio passato. Ma penso che il legame, che si sia imparentati o meno, sia qualcosa che si trova e costruisce in modo imprevedibile. Sai, i tuoi migliori amici diventano la tua seconda famiglia se passi ogni giorno con loro. Anche il tuo vicino può essere una famiglia. L’idea di avere questo legame con qualcuno, che siate imparentati o meno, è stata la parte importante di questo film, almeno per me. Forse la perfezione non esiste in questo mondo, ma è qualcosa verso cui tendiamo e verso cui dobbiamo essere aperti. Spero che questo film abbia ispirato le persone ad essere aperte alle possibilità della vita.
Come sei arrivata a quel finale e al suo commovente messaggio?
Il finale era una delle scene che avevo in mente fin dall’inizio. Credo che sia qualcosa che riguarda ciò in cui tutti credono, basandomi sulla mia esperienza di artista, di essere umano. Ho sempre pensato a Dio. Se Dio esiste, se esiste un essere divino, credo che anche noi siamo esseri divini, nel senso che possiamo fare tutto ciò che desideriamo. Siamo nati in questo mondo per un motivo preciso. E, nel film, rivedere sé stessi in quel luogo in cui tutti pensano che si adori Dio, vuole sottolineare che in realtà Dio è dentro di te. Questo significa che prima di tutto devi rispettare te stesso, giusto? Quest’idea mi ha aiutato a superare alcuni momenti difficili e volevo restituire questo messaggio al pubblico: se ti senti perso, la risposta è dentro di te. È un qualcosa che volevo dire attraverso il personaggio di Philip, che è si sente completamente perso nel mondo. Lui parte da uno stato di depressione e arriva in un posto dove si sente bene con sé stesso. E ad un certo punto nel film il personaggio di Kiko (Akira Emoto) lo invita ad andare a guardare cosa c’è in quel luogo sacro, ma lui non si sente ancora pronto. Ma alla fine del film lo è e quando si vede riflesso capisce non solo che Dio è in lui ma anche di aver ritrovato il proprio posto nel mondo.
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