il vizio della speranza

Quarto lungometraggio firmato da Edoardo De Angelis, due anni dopo il successo di Indivisibili (6 David di Donatello e 5 Nastri d’Argento), Il Vizio della Speranza è il primo dei film italiani presentati durante la tredicesima edizione della Festa del Cinema di Roma inaugurata ieri da 7 Sconosciuti a El Royale di Drew Goddard (qui potete leggere la nostra recensione).

Il regista, accompagnato all’incontro con la stampa dal cast insieme allo sceneggiatore e ai produttori, esordisce spiegando che il suo nuovo lavoro  “è l’immagine di un inverno dove tutto sembra morto, così accendiamo un fuoco per riscaldarci mentre aspettiamo che passi e che la natura rinasca e con essa ogni forma di esistenza. Nel film vince chi resiste e chi ha la pazienza di aspettare che qualcosa cambi. E quando questo succede, come nel caso di Maria [la protagonista], la scoperta di avere una possibilità diventa l’unica forma di sopravvivenza.”

Interpretata da Pina Turco (Gomorra – La serie), Maria è una giovane donna la cui esistenza scorre, senza sogni né desideri, mentre si prende cura della madre assente e lavora per una madame che gestisce un traffico illegale di neonati. Insieme al suo pitbull la ragazza traghetta sul fiume donne incinte, in quello che sembra un purgatorio senza fine, eppure la speranza tornerà a farle visita nel modo più inaspettato e naturale possibile.

Per me la speranza è il seme di ogni rivoluzione“, interviene la Turco, “Tutto nasce dalla fiducia, e la fiducia diventa fede, con cui ognuno può scrivere il proprio destino. Niente era più semplice e bello come raccontare questa storia attraverso la nascita di un bambino, che è il miracolo della vita.” E sul lavorare con De Angelis ed essere diretta da suo marito, l’attrice confessa che “a spronarmi è stata la sfiducia iniziale di Edoardo, che era scettico sull’affidarmi un ruolo così importante. Non pensava fossi pronta. Ma questa sfiducia è diventata il mio vizio della speranza, l’ho coltivata, ho letteralmente mangiato la polvere e, infine, l’ho ringraziata“.

Festa del cinema di Roma: i nostri film più attesi

Nel cast figura anche Cristina Donadio, nota al grande pubblico per aver vestito i panni della boss Scianel nella serie Gomorra. E se per quel personaggio l’attrice partenopea aveva detto di essersi ispirata alla tragedia greca, qui è stato il valore della sottrazione la chiave per interpretare al meglio la sua Alba: “Scianel era un archetipo del male, da lì quindi il riferimento a Clitennestra, ma in questo caso avevo davanti un personaggio ancora più tremendo perché consapevole dell’orrore che mette nel rapporto con figlia. Una donna affetta da una sorta di catatonia esistenziale, che si fa scivolare vita addosso e che aveva bisogno di meno elementi possibili. Sarò sempre grata a Edoardo per avermi affidato Alba, perché questa storia mi ha ricordato cosa sia realmente il vizio della speranza…ogni volta che narri qualcosa che nasce da una ferita, tutto quello che viene fuori è un monito e un incantamento; così, anche nell’orrore di questa madre, c’è un monito e un incantamento, come tutte le anime perse del microcosmo che mostriamo“.

Con le parole dello sceneggiatore Umberto Contarello, condivise da tutti i presenti, ci si congeda riflettendo sul significato del film e sul tema: “Siamo partiti da un’idea, tortuosa ma bella proprio per questo, e cioè dal fatto che Edoardo volesse raccontare al cinema un tema universale, spirituale, mistico, religioso, insomma esplicitamente cristiano. E più andavamo avanti, più mi sembrava lampante come la nostra storia somigliasse ad una parabola. E in quanto tale aveva un cuore antichissimo, quasi arcaico, perché per essere universali devi attingere a quell’immaginario, mentre se attingi ad attualità non sei universale ma prigioniero di una galera. La nostra parabola affronta con coraggio un tema quanto mai attuale, ovvero la convinzione che un figlio nasca quando ha la culla pronta, quando invece il film ci sta dicendo che è il figlio a costruire la culla.”

Il vizio della speranza, la trama

Lungo il fiume scorre il tempo di Maria, il cappuccio sulla testa e il passo risoluto. Un’esistenza trascorsa un giorno alla volta, senza sogni né desideri, a prendersi cura di sua madre e al servizio di una madame ingioiellata. Insieme al suo pitbull dagli occhi coraggiosi Maria traghetta sul fiume donne incinte, in quello che sembra un purgatorio senza fine. E’ proprio a questa donna che la speranza un giorno tornerà a far visita, nella sua forma più ancestrale e potente, miracolosa come la vita stessa. Perché restare umani è da sempre la più grande delle rivoluzioni.