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Civil War: recensione del film di Alex Garland

Distribuito da LEONE FILM GROUP in collaborazione con RAI CINEMA, il film è al cinema dal 18 aprile.

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Otto anni fa i Marvel Studios adattano per il grande schermo una delle storie a fumetti più famose e amate di sempre, Civil War. Il film si rivela un grande successo di pubblico, un blockbuster divertente ma un adattamento mediocre della storia originale. Tempo dopo Alex Garland ipotizza una nuova guerra civile, questa volta nella distonia di un mondo verosimile, in cui gli Stati Uniti d’America sono in guerra con se stessi, e non c’è nessun supereroe disposto a schierarsi da una parte o dall’altra, piuttosto eroi improbabili ma reali, come fotografi e giornalisti, che più che schierarsi, vogliono raccontare il conflitto, mostrandone la fondamentale stupidità.

Civil War, la trama

Nel prossimo futuro, gli Stati Uniti hanno rivolto contro se stessi la propria rabbia e la propria aggressività. Nel Paese delle Libertà infuria la Guerra Civile. Mentre i sobborghi bruciano e il cielo è attraversato da proiettili di fuoco, una fazione ribelle secessionista conosciuta come Fronte Occidentale si avvicina sempre più a Washington DC con lo scopo di uccidere il presidente, il quale, nel suo ultimo tentativo di abbindolare i suoi e schernire gli avversari, pronuncia un enfatico discorso alla Nazione, l’ultimo, con una formula che ricorda molto l’enfasi trumpiana. Un riferimento diretto al mondo reale, certo, ma forse anche l’unico presente in Civil War, scritto e diretto dall’inglese Alex Garland, che più che un commento esplicito sugli Stati Uniti di oggi è una riflessione sul conflitto in sé e sulla sua mancanza di senso.

Civil War cast
Stephen McKinley Henderson, Wagner Moura, Cailee Spaeny, Kirsten Dunst Courtesy of A24, Leone Film Group e Rai Cinema CW_660

In particolare, Garland assume il punto di vista dei reporter di guerra, quelli che “ne hanno visto abbastanza in giro per il mondo” da aver imparato che il campo di battaglia è un terreno comune; che non incorona vincitori né abbatte i vinti; che le stesse atrocità si verificano ovunque ci siano armi e persone pronte a puntarsele contro a vicenda. Lee Smith (Kirsten Dunst), fotografa di prima linea, lo ha imparato molto bene nel suo lavoro in prima linea, tanto che l’ultima cosa che vede quando chiude gli occhi per dormire sono gli orrori a cui il suo obbiettivo ha testimoniato nel corso degli anni. Conosce così bene la lezione che ormai la sua anima è atrofizzata di fronte alla morte, una condizione indispensabile, però, per poter fare quel lavoro, vivendo in una zona grigia della morale in cui non si possono sostenere questioni etiche, come lei stessa spiegherà alla principiante Jessie (Cailee Spaeny), che con lei e si imbarca in un viaggio pericolosissimo dietro le linee nemiche fino a Washington per fotografare e intervistare il presidente.

Quattro volti della stessa professione

La forza di Civil Wars, innanzitutto è quella di costruire un quadro dei corrispondenti di guerra che offre tanti aspetti e caratteristiche quanti sono i protagonisti della storia. Abbiamo detto di Lee, professionista insensibile e fredda, ogni morbidezza nella sua personalità è stata abbandonata da tempo per fare spazio a una indifferenza che le garantisce la sopportazione degli orrori a cui testimonia; Joel (Wagner Moura) rappresenta invece la ricerca del brivido, il suo approccio è più entusiasta; Sammy (Stephen McKinley Henderson) sebbene anziano e fuori forma, non può tollerare l’idea di andare in pensione, è ancora affamato di azione e di notizie, l’insaziabile reporter che farebbe di tutto per uno scoop; infine Jessie, principianti ma appassionata, inorridita e terrorizzata ma assolutamente consapevole di dove vuole essere e cosa vuole fare. Attraverso questo ritratto a quattro facce, Alex Garland racconta della figura del reporter come di una persona deformata dalla prima linea, che per quanto sia atroce, fa fatica a stare bene in qualsiasi altro posto. Più che gli altri film e documentari di reporter di guerra, il film rievoca maggiormente le atmosfere e le psicologie di The Hurt Locker di Kathryn Bigelow.

Civil War film kirsten dunstE questo ritratto psicologico viene tratteggiato con consapevolezza da Garland che si conferma uno dei filmmaker più interessanti e capaci di questi anni. Il suo stile è feroce e si serve di un abile montaggio, racconta le scene concitate di combattimento quasi con divertimento, riuscendo, complice un cast in stato di grazia, a catturare la triste soddisfazione che si prova nell’immortalare uno scatto che restituisce la verità del momento in mezzo a una carneficina. Usa i silenzi densi e le attese sospese con grande eleganza, riuscendo a costruire grande tensione in pochissimi attimi servendosi di suoi naturali, come il cinguettare di uccelli, immediatamente prima dello scoppio della violenza cieca. Un esempio di questa capacità è la breve sequenza che vede protagonista un superlativo Jesse Plemons.

Non siamo dalle parti de I Figli degli Uomini di Alfonso Cuaron, dove il contesto politico è decisamente più solido, ma Civil War ne replica il fascino visivo, offrendo, paradossalmente, una cinematografia potente al servizio di un racconto dell’orrore, e cattura in modo agghiacciante il terribile potere della guerra che si autoalimenta, privandosi quasi sempre della sua motivazione iniziale e svuotandosi di qualsiasi ideologia e significato.

Sommario

Una cinematografia potente al servizio di un racconto dell’orrore
Chiara Guida
Chiara Guida
Laureata in Storia e Critica del Cinema alla Sapienza di Roma, è una gionalista e si occupa di critica cinematografica. Co-fondatrice di Cinefilos.it, lavora come direttore della testata da quando è stata fondata, nel 2010. Dal 2017, data di pubblicazione del suo primo libro, è autrice di saggi critici sul cinema, attività che coniuga al lavoro al giornale.

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