I Figli degli Uomini

I Figli degli Uomini è il film cult del 2006 diretto da Alfonso Cuaròn e con protagonisti Clive Owen, Julianne Moore, Michael Caine, Clare-Hope Ashitey, Chiwetel Eljiofor e Danny Huston.

 

I Figli degli Uomini, la trama: Nel 2027 il mondo assiste impotente all’assassinio del  diciottenne Baby Diego. Il motivo è molto semplice: il ragazzo è infatti l’ultimo nato della specie umana, colpita dall’infertilità che sembra averla condannata rapidamente all’estinzione.

In un mondo caotico, nel quale i flussi migratori son fuori controllo (portando alla creazione di enormi campi profughi) e in cui bande di ribelli spadroneggiano in lungo e in largo, sullo sfondo di una società dominata da un potere che ha assunto connotati dittatoriali, Theo (Clive Owen) è un ex attivista disilluso che viene contattato da un gruppo terroristico, i Pesci: leader di questi è l’ex moglie di Theo, Julian (Julianne Moore), il quale gli chiede di aiutarla a imbarcare una giovane ragazza (Clare Hope Ashitey) immigrata sulla nave Domani, diretta alle Azzorre, dove un gruppo di scienziati, riunitisi nel ‘Progetto Umano’ sta cercando di trovare una cura all’infertilità di massa che ha colpito il genere umano.

La ragazza potrebbe infatti rappresentare una nuova speranza per l’umanità, dato che è incinta; da qui, comincerà il classico viaggio pieno di rischi e insidie, verso un finale agrodolce…

I Figli degli Uomini, l’analisi

Fattosi conoscere con Y tu mama tambien, giunto alla notorietà internazionale con Harry Potter e il prigioniero di Azkaban, Alfonso Cuaròn sceglie l’adattamento dell’omonimo romanzo firmato P.D. James per scrollarsi di dosso la pesante eredità di Harry & Co.

I Figli degli Uomini segue abbastanza fedelmente la traccia del libro, per quanto con alcune importanti variazioni (l’infertilità, originariamente maschile, nel film colpisce invece le donne).

Clive Owen,  al tempo in piena fase di lancio dopo la partecipazione a Sin City e prima di Inside Man, è il protagonista, nel classico ruolo dell’eroe suo malgrado che nel corso della storia si convince della bontà della propria ‘missione’, fino alle più estreme conseguenze; a fianco a lui una Julianne Moore che confermava la sua poliedricità. Nel cast – come spesso avviene  in questi casi – anche un attore ‘navigato’ nel classico ruolo ‘breve ma intenso’: qui è Michael Caine, nella parte di un canuto ex hippie e vignettista satirico, ritiratosi a vivere in campagna, prendendosi cura della moglie, caduta in stato catatonico dopo essere stata torturata dalle autorità.

Alfonso Cuaròn riprende e attualizza il tema portante del libro, una società condotta alla barbarie dalla consapevolezza da parte della specie umana di non avere un futuro, ampliando la riflessione a temi caldi dell’attualità, come l’immigrazione, o il rischio di deriva autoritaria delle democrazia:  i campi in cui sono tenuti i rifugiati alludono in maniera scoperta ai casi delle carceri Abu Grahib o di Guantanamo, piuttosto che ai campi profughi risultato delle tante guerre che percorrono il continente africano.

Il risultato, pur nello scenario futuristico / futuribile,  è un’aderenza alla realtà accresciuta dallo stile documentaristico con cui è girato il film, che ha ottenuto tre nomination all’Oscar (miglior fotografia, sceneggiatura non originale e montaggio). Il tutto sullo sfondo di un ampissimo numero di riferimenti religiosi, all’insegna di una simbologia cristiana, ma non solo.  Presentato a Venezia, il film ha ottenuto un ottimo risconto di pubblico, accompagnato da giudizi egualmente lusinghieri.

Ampia ed abbondante la colonna sonora, che affianca autori classici come Mahler ed Handel alla Threnody to the Victims of Hiroshima del polacco Krzysztof Penderecki, ma nella quale hanno trovato posto anche Aphex Twin, alfiere dell’elettronica degli anni ’90 a fianco dei Radiohead e di gruppi storici come Deep Purple e King Crimson.